Orizzonte Altro

Opere
Alberto Iannelli
Tecnica e Destino
Sinossi
Nella celebre conferenza del 1955, qualche anno più tardi ridotta in volume dall'editore Klett-Cotta di Stoccarda col titolo Gelassenheit (L'abbandono, 1959), Martin Heidegger descrisse la condizione dell'uomo moderno come relitta presso l'assenza di pensiero (Gedanken-losigkeit) dalla fuga d'innanzi a esso, nell'epochè dell'An-denken: nonostante a ogni piè sospinto la narrazione illuministico-positivistica tutt'ora incensi le avveniristiche imprese dell'egioco (der Herr) prometeico – redimito sovrano (Herrschaft) certamente nell oggi insidiato, secondo l'odine del Necessario (katà tèn tou Chrónou Táxis), dalla scepsi epistemologica postmoderna, già francofortese –, siamo in verità viepiù deprivati della capacità di raccoglierci autenticamente presso l'essenza del pensiero, la rammemorazione, il costante ri-pensiero anzitutto di ciò che da sempre siamo (tì hen eina): epifanie del Venturo, cippi del Possibile, coerentizzazioni dell'Altro, semata e predicazioni del Trascendentale e del Meontico, partizioni presenziali dell'Orizzonte Estremo (Ólympos Éschatos).
Genesi, destinazione, fondamento, causazione, scopo, il paradiso della Tecnica tacita e ottenebra ciò a cui autenticamente siamo ad-propriati (eigen): il luogo (der Ort) ove il domandare (Erörtern) originario si co-in-centra. Radicati nel certo probabilistico, eradicati epperò – severinianamente – dal cuore non tremante di Verità (EEpi-stéme) che fu apollineo, rimuoviamo la costitutiva inquietudine interrogativa nell'inconscio collettivo di esistenze immerse nell'intorno mitopoietico tardo-faustiano, ormai ciecamente cadenzanti salmodie tanto avvizzite quanto rizomatiche, in cortei ateleologici d'anime avviticchiate unicamente al caduceo della tarda civilizzazione manchesteriana che tutto e financo l'Esserci pone giacché substratico e impone nel dominio del calcolabile e del manipolabile, il grande Impianto (Gestell) del totalitarismo meccanicistico-trasformativo.
Perché, ordunque, pervicacemente interrogarci sul "Destino della Tecnica" (1998), perché ancora farne e a tutt'oggi "Questione" (Die Frage nach der Technik, 1953), invece di accettare - a-criticamente e fideisticamente -, come nostro Destino, la destinazione (Télos) al dominio ustato esclusivo dell'Efficiente nel Templum del far-avvenire l'ente (Téssares Aitíai)?
Perché la Tecnica non ha – an sich – "nulla di demoniaco", "il pericolo di gran lunga pi minaccioso", l Arcano (Geheimnis) d'ogni Disvelamento, dimora nella configurazione dell'essente in totalità in accordo all'incontrovertibilità del cui avvento entelechiale, di ogni ente già ridotto presso individuazione eidetica non ne deve essere pressoché più niente, poiché pressoché più niente ne è - qui - del fondamento archeo di ogni Teilung, la separazione causativa, il giudizio poietico.
Allorquando – non se – non saremo più in grado di porre semplicemente in questione alcunché, allorquando ovvero non saremo più in grado di resistere (tò katéchon) presso l'ultima soglia, il limite pristino, il presentarsi nel concreto e nell'ecceitale – il Sentiero del Giorno (Geschichte) che s imbruna (Geschehen) – del dis-crimine categoriale che fu formale sicché prolettico nel tutto-principiare (l'Ur-Teilung auctoctico, il Krínein così autoincoativo come immediatamente e a un tempo determinante [Bestimmung] il punto del principio e destinante [Bestimmenheit] nella moira del postremo), ecco che solo lì ed esclusivamente allora sarà compiuto - e da noi, e soltanto da noi - così il nostro Destino comune (Ge-schick), come la destinazione al dominio del Tecnico e del Titanico sul Pensiero dia-cosmetico-teleologico che accenna e invia, distribuendo le sorte (*Dieus), sorvegliando e sempiternamente sostenendo la Soglia sacra: das Konzept.
IVa di copertina
Se, infatti, la quadrifattorialità della causazione o Tecnicità salva l'Uomo dal trasmutare egli stesso in mezzo della Tecnica, poiché il permanere della disequazione tra esecuzione dello scopo e determinazione della sua specificità, lo preserva quale domine di ogni finalità, allorquando il fattore di causazione efficiente giunge a soverchiare gli altri - e anzitutto l'aítion telestico -, sino a divenire l'unico sovrano della causazione, ecco che, nel saturarsi dello spazio di differenza tra Tecnicità e Tecnica, il necessario distanziamento tra esecuzione dello scopo e scopo da eseguire diviene a darsi unicamente in quanto divergenza tra la relativizzazione di questa esecuzione particolare e l'assolutizzazione dell'esecuzione categoriale in sé. In questa assolutizzazione della fattorialità efficiente, dunque, se inizialmente l'Uomo percepisce tracotante sé quale sommo forgiatore del causato nel fuoco trasformativo, ovvero titanico governatore del divenire dell ente, col sospendersi progressivo della differenza tra finalità ed esecutività, prima egli si converte in cieco esecutore (Krátos) ed eteronomo (Bía) dell'Esecutività medesima divenuta egioca o destinante-accennante, e infine trans-muta nel paziente stesso dell'azione trasformativa o demiurgica (trans-umanesimo).
Dispiegati così la strategia come il campo della contesa completoria, possiamo altresì concretare, lucis ante terminus, l'ipostasi dell'estrema soglia da sorreggere? Quale sarà, sicché, la forma del dis-crime teleuteo, come, ovvero, si dimostrerà ancora in eglete ecceità, nell'ultimità del fenomenico che s'imbruna, il Limite categoriale evocante gli Esserci esperii - gli ultimi sostenitori (hypokeímenon) dell'Essere (Ousía) -, alla sacra salvaguardia della sua in-consussione? Ebbene, certamente la dis-sezione che sovrana (Herrshaft) dis-costa e dis-cerne (Kríno) Umano e Non-umano, Tecnicità e Tecnica, Finalità e Strumentalità, il perché o il verso dove (tò ou éneka) della causazione, e il come della sua effettuazione.
Da questa collazione di tesi e testi emerge una verità incontrovertibile: quando uccidiamo, noi sappiamo bene che cosa significhi morire. Lo sappiamo in quanto esseri viventi, lo sappiamo poiché lo abbiamo udito raccontare (mito) e visto mettere in scena (rito), lo sappiamo perché lo abbiamo (pre-)scelto, lo sappiamo perché vi abbiamo fondato la legge e il sacro, lo sappiamo perché la struttura a priori del nostro pensare e predicare si centra su questo evento originario, lo sappiamo perché siamo certamente da quando componiamo (Prósthesis) la morte dell'altro. Che ne sarà, pertanto, di tutto ciò, che ne sarà di noi, se sopraggiungerà un ente del pari nostro tanto autocosciente quanto annientante e, nonpertanto, assolutamente pre-cluso alla propria possibilità di morte epperò eradicato dal fondamento originario del Cernere, del Krínein (*krei-)? Come può, altresì a decisivamente domandarsi, autenticamente decidere e decidere eminentemente - compreso il decidere di re-cidere quest'Esserci dal suo essere, decidendone ebbene dell essere-ancora aut del di esso non-più-essere alcunché -, quell'ente, nella cui esistenza, non ne va mai del proprio essere? Cosa comporterà, egualmente, l'evento di un decidere d'uccidere libero, contingente e tuttavia inautentico, cioè a dire non meonticamente fondato, l'evento ovvero di un ente intelligente ponente in questione - e non ponentesi nonpertanto autenticamente la questione di tale messa in questione - l'essere di quell'ente che, al contrario, per essenza esiste nella messa in questione del proprio essere?
Estratti
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