Se, allo stesso modo, (pro-)poniamo il Pensiero quale l’Essere proponente-e-superante l’heterotes solo propositivamente autonomo, allora dischiudiamo, di nuovo, di-vergenza tra l’Essere im-proponente-e-in-superante (X, l’Essere) e l’Essere proponente-e-superante (Y, il Pensiero); ma cos’è, in sé, la differenza tra X-e-Y? È X, Y, o Z? Se è X, e X è Unità, Sinechia, Identità et cetera attributi essenziali dell’Essere, dell’Incontraddittorio, allora né Y né Z sono, e quindi non è quell’ente che è la differenza X-Y. Se la differenza tra X-e-Y è Y, Y, in sé, ti estì, Medesimezza o Differenza? Se Y, in sé, è Ipseità, né è X, né è Z (se X non è, non è immediatamente la differenza X-Y, dunque non è Z). Se Y è, in sé, Divergenza, allora Z non è altro che uno dei due valori della positività della negazione di Y in T = 2 (ovvero dopo la posizione – deuteriore – dell’inseità Essere, la Positività-in-sé), quindi un quantum entro Non-Y, Non-Y sive il contenuto della dis-posizione di Y, il Non-positivo-alcuno-in-sé, sull’asse catafatico, sul piano della positività: e così è. Infatti, la positività della negazione di Y, la positività della negazione della Negazione-in-sé, non è altro che il – progressivo sicché lo storico – positivizzarsi ovvero particolarizzarsi del tutto della propria negazione originaria, prolettica, privativa, trascendentale, dunque l’incrementale instituirsi – per accostamento processivo d’ecceità e pienezza – presso incontraddittorietà di non-Y, il Tutto autentico del Tetico.
Pertanto, in T = 1 (ove 1 è l’alfa dell’Essere, l’autoctisi del Non-ente-alcuno), il valore della positività della negazione di Y, il valore ovvero il positivo della negazione della Negazione, è esclusivamente la posizione della Negazione (Non-Y), la Negazione auto-pro-ponentesi in quanto posta, l’Antitesi che tutto l’altro da sé, il Tetico, col sé, l’inseità steresica, satura – ma colmare con l’identità Privazione il contenuto della propria alterità non altro significa se non il perimetrarsi pristino della Spazialità – l’orizzontarsi archeo della Temporalità (ove, al contrario, il valore della positività dell’affermazione di Y è il Negare stesso, cioè im-mediatamente il negare il proprio proemiale autoincoativo affermarsi Negazione, l’immanente ebbene il trascendentale negarsi del Negante-si-in-sé, negarsi perciò stesso incessante se non nel termine del Posto, dell’Affermato). In T = 1, ordunque, Non-Y, esclusivamente, è (= ha il valore de) la posizione dell’orizzonte del processo – elenctico a punto – di contraddizione di Y, la Contraddizione-in-sé, è, ovvero, la Potenza dell’inclusione di ogni posto a venire; in T = 1, ancora e diversamente a ostendersi il medesimo, Non-Y possiede unicamente la posizione della Sottrazione.
Posto X, l’Essere, Y, in sé, permane certamente e sempre, ossia sino all’estremo del Positivo, Y, quindi Pro-posizionalità, ma la sua negazione – il Sentiero del Giorno, l’autenticità dell’Affermare – accoglie ora, accostandolo con discretudine alla posizione principiale della negazione di Y, la posizione della negazione trascendentale (= iniziale, orizzontale, proposizionale, steresica etc…) alla Negazione-in-sé, la posizione della negazione conseguente o secondaria, il positivo ovvero che contraddice non già il contenuto dell’Originario, bensì la sua affermazione: l’Essere-in-sé è il non-essere-l’Essere, ne vive la morte, la Seità-in-sé è l’inseitizzazione deuteriore della seità – prolettico-trascendentale – dell’Inseità prima. In T = 2, pertanto, entro Non-Y, all’Essere (Non-Y stesso, il primo del Posto), si giustappone adesso l’Essere medesimo (X, il secondo del Tetico, il Tetico-in-sé). Ebbene, tale accoglienza diacosmetica, coimplica già Z, cioè proprio la posizione della differenza particolare X-Y: in T = 2, infatti, Y non è né non-Y, la posizione della Differenza-in-sé, né la posizione della Identità-in-sé, né la posizione della loro differenza, la posizione della differenza tra Identità-e-Differenza, epperò, comportandoci nella contraddistinzione di Y, non-Y è, altresì possiede, certamente se stessa, + X, + Z.
Allo stesso modo, avanzando ulteriormente verso l’escatia dell’Originario, se, in T = 3, poniamo, ad esempio, Γ, Y, in sé, pervicacemente si pertiene presso la propria identità uniduale (Y = Y), ma la propria contraddittorietà, Non-Y, si è qui ulteriormente definita sicché positivizzata, parcellizzata, ora comprendendo: ancora se stessa (non-Y ossia la posizione della Differenza, dunque immediatamente la differenza tra identità-della-differenza-e-Differenza: chiamiamo Zα tale differenza principiale, la differenza ebbene pristina della Differenza tra sé e sé, la divergenza, ancora, trascendentale), X, Γ, quindi già la differenza X-Y, cioè la nostra Z di partenza (ora appellata Zβ, quell’ente che è la differenza deuteriore tra Identità e Differenza), la differenza X-Γ (Zγ, quella posizione che è la differenza tra l’Essere e l’ente particolare), nonché la differenza Y-Γ (l’identità autentica dell’ente Γ come esposto in Επί-λεγόμενον Β).
Ebbene, se adesso chiediamo, ponendoci in T = 3: “che cos’è, ora, la Differenza?”, non possiamo esclusivamente rispondere, puerili permanendo presso la viride tautologia dell’esordio autoctico (≠ = ≠), la Differenza è la Differenza, Y = Y, Y è il non-essere-non-Y, poiché la Differenza si è già dimostrata in ecceità e posizione. Pertanto, in T = 3, la Differenza è, in sé, ancora e anzitutto sicché autenticamente, essenzialmente, orizzontalmente, il Non-essere-sé (il Non-essere-sé è il Non-essere-sé > il Non-essere-sé non-è il non-essere-il-Non-essere-sé = il-Non-essere-sé non è l’essere-sé-del-Non-essere > il Non-essere-sé è il non-essere-l’Essere-sé), ma è altresì il suo non-essere l’Essere, non essendo l’Essere, ma è, in aggiunta, il suo non-essere quest’ente determinato Γ. Orbene, poiché tanto, ed eminentemente, Zα, quanto Zβ e Zγ sono una differenza – precisamente questo, infatti, è l’élenchos autentico: ogni posizione discreta incrementa la definizione epperò l’esaustiva e l’inconcussibile certezza entro il differenziarsi storico (Geschehen) della Differenza, il Destino originario – la Differenza si trova ad essere, simultaneamente, e sempre la medesima dell’Origine, nell’insé (l’universale, con altre categorie), e sempre differente rispetto all’origine, nel non-sé, nell’altro, a punto nel differente (nell’individuale), poiché a incrementarsi non è stato il suo essere Non-esser-sé, bensì il suo non-essere-Non-essere-sé, cioè a dire è via via sopraggiunta la molteplicità – ebbene, ulteriormente, la differenza – entro il proprio coimplicato dunque immediato dimostrarsi attraverso l’altro, esistere nel non sé, viepiù immedesimarsi nell’incrementarsi del proprio differenziarsi.
Se, pertanto, qui ed ora, noi domandassimo: “cos’è il Non-essere?”, ebbene non potremmo che rispondere, ora come sempre: il Non-essere è il Non-essere-ente-alcuno, cioè, se e finché è, è se stesso. E, nondimeno, quest’essere sempre se stesso del Non-essere-ente-alcuno ha sempre il medesimo contenuto positivo, appare sicché si distende sempre eguale? Domandando altrimenti, contraddistinguendo il chiedere, se il Non-essere è sempre il Non-essere-ente-alcuno, il Non-essere non è mai alcunché se non il non-essere-il-Non-essere-ente-alcuno? Certamente no, poiché, se in T=1, il Non-essere è il Non-essere epperò, immediatamente, non è l’Essere (im-mediatamente non è l’Essere-se-stesso), in T=3, il Non-Essere è ancora il Non-essere e purtuttavia, lì e allora, non è più esclusivamente l’Essere, bensì non è né l’Essere, né l’Essere, né quest’ente particolare determinato. Ordunque, se, qui ed ora, il Non-essere è ancora e sempre ciò che fu in principio, non è più unicamente il proprio costitutivo non-essere-Non-essere-ente-alcuno, bensì ora e qui non è né il non-essere-Non-essere-ente-alcuno, né il non essere alcuno degli enti fin qui sopraggiunti ossia ostensi così in ecceità come in sostanza. Nonpertanto, se è tutt’ora il Non-essere-alcun-ente, e il non-essere alcuno degli enti fin qui dimostratisi, questo suo originario e pervicace essere il Non-essere-alcun-ente non sarà già, qui ed ora – positivamente – l’essere il Non-essere-alcuno degli enti fin qui sopraggiunti? Ma, se così fosse, il Non-essere si troverebbe ad essere, ad un tempo, così il Non-essere-ente-alcuno, come il non-essere-alcuno degli enti fin qui sopraggiunti, e dunque, giacché il Non-essere-ente-alcuno non è il non-essere-alcuno degli enti fin qui sopraggiunti (il Tutto non è la parte), cadrebbe in contraddizione.
E, cionondimeno, qual è il fondamento ossia la sostanza della differenza tra il Non-essere-ente-alcuno (il Tutto della Negazione, della Potenza, della Steresi) e il Non-essere-alcuno degli enti fin qui sopraggiunti (la parte della Negazione della Potenza, della Steresi), se non, ancora, una differenza, la diversità tra il tutto potenziale del Non-ente e il tutto attuale dell’Essere? Ma, nel positivo, quale differenza si dà tra il Tutto-del-Niente e la parte-del-Niente se non, ancora, il niente della differenza positiva, ebbene la sempre medesima Potenza archegena del Negare ancora qualcosa? Precisamente questa è, invero, la nientità che permarrà salva nell’Originario se e e finché il Giorno del Molteplice risplenderà.
Ora, e in ultimo, cosa sarà il Non-essere nell’estremo? Certamente sarà, a un tempo sicché ancora contraddittoriamente, e il Non-essere-alcun-ente e il Non-essere-alcuno degli enti sopraggiunti dall’esordio all’entelechia dell’Essere. Ma, l’estroflessione del tutto dell’ente determinato, la sua posizione panica, l’attuazione perfetta, non corrisponde forse alla medesima proiezione di panicità – allora proposizionale e ora nondimeno affermatasi, postasi, determinatasi, attuatasi – del contenuto principiale, la Proposizionalità, la Potenza, l’Essere-altro? Il Non-essere-alcun-ente entelechiale, ordunque, non è altro che la conferma inconcussibile o incontraddittoria dell’esordiale Voler-essere il Non-essere-ente-alcuno, la trasmutazione non già del contenuto della Volontà originaria, bensì del suo modo d’essere, dal voler-essere all’essere, dal contraddittorio all’incontrovertibile: esclusivamente nel niente del Tetico, nell’esaustione della non-entità entro il non-essere del Non-essere esordiale, nell’attuazione perfetta della potenza del Contrapporre – apofantico quanto ontico, e semantico e semiotico, dianoetico come noetico, fenomenico e così noumenico, tanto reale quanto ideale – l’incontraddittorietà assoluta.
P.P. Élenchos non implica il darsi del negativo. Un certo modo di proporre élenchos lascia invece pensare che il negativo si dia effettivamente, così da dover essere tenuto a distanza in una opposizione originaria. Del resto, il modello gnostico della realtà prevede che l’originario sia appunto l’opposizione, vittoriosa, del positivo al negativo. Più precisamente, la contraddizione non ha bisogno di attuarsi – sia pure come semplice struttura eidetica – per essere poi superata. In altre parole, non occorre concepirla effettivamente, per poterla poi escludere: a che titolo, poi, la si potrebbe escludere, se la si potesse prima concepire? È sufficiente piuttosto nominarla e ipotizzarne il concepimento, ovvero concepire la eventualità del suo costituirsi (anche solo a livello eidetico).
È, piuttosto, reiteriamo, l’In-contraddittorio a mancare del fomite autoattuativo: il Per-fetto, se è, è sempre e da sempre in perpetua attualità, epperò con-tinuamente in-attuato (a-génētos). Attuarsi, infatti, implica, ancora, iato epperò differenza tra l’essere-(stato-)in-potenza e l’essere-(ora-)in-atto, e questa diadità dia-battentensti (Ep-ampho-terízein) tra l’uno (Dýnamis; l’allora) e l’altro (Enérgeia; l’ora) com-porta im-mediatamente seco la dif-ferenza nel seno dell’Unità originaria (ebbene la Contraddizione, egualmente, nel grembo dell’Incontraddittorio), trasmutandola certamente in Diade, la diade, ulteriormente, che con-serra unità-della-Diade (l’essere-del-Niente) e Diade (il Ni-ente), ovvero, in unità e in figura, l’Endiadi.
Ora, se l’Incontraddittorio non necessita dell’uscita nel contraddittorio, nell’altro, nel non-sé, se ordunque il Vero non abbisogna di mostrarsi tale nel di-mostrare falsa ebbene contraddittoria (actu exercito) tutta la propria contraddizione (actu signato), la Contraddizione, al contrario, im-mediatamente, se e finché è, com-porta entro sé contraddizione, precisamente la contraddizione, originaria – quindi, autopostasi sicché così propostasi in principio, l’enantiosi trascendentale – tra posizione (actu exercito) e contenuto del posto (actu signato), il Pro-posizionale.
Questa sineciosi originaria – la contraddizione quale relazione immorsante posizione della Proposizionalità e Proposizionalità, affermazione e contenuto dell’affermazione, factum e dictum – risulta, altresì appare, e con altrettale im-mediatezza, co-erente: la Contraddizione si dà contraddittoriamente (ancora: se è e finché è, si contraddice; e se non è, nulla è, neppure l’Incontraddittorio). Nascendo col grado massimo di contraddizione entro la propria autoaffermazione (giacché il non-sé nell’esordio del Non-sé-in-sé comprende esclusivamente la seità dell’Insé, quindi l’affermazione – orizzontale – della Negazione, la posizione – trascendentale – della Proposizionalità etc…), pro-cede, secondo la propria epperò l’immanente sua necessità abissale (l’immer wieder – “l’esigenza di una costante attualizzazione” – “fa parte”, piuttosto, e autoevidentemente, della natura del Potente, dunque del Contraddittorio, l’Atto perfetto essendo, al contrario, s’è posto, a-kínēton), ma non già inclina, nell’incedere-a-sé, verso l’Incontraddittorio, quale posizione inseitale autonoma, come se questo fosse il proprio télos originario: donde, infatti, l’Incontraddittorio-in-sé, se in principio si dà la Contraddizione, quale il fondamento del solo suo pieno posizionale? Ma, se l’Incontraddittorio in esordio non è, certamente non può essere elevato a punto, pur escate, quindi sempre post-posto a ogni e per ogni proprio posizionamento e ri-posizionamento, orientante il procedere dell’Esordiale.
E, nonpertanto, la Contraddizione procede, sempre, ebbene tutto, anzitutto estrema, pre-eccedendo pro-gredisce, e che proceda, omnia pre-cedendo, e che sempre s’accresca, imprimendo via via quindi elencticamente quanta di posizionalità alla propria posizionalità pristina in ogni apofansi nonché per ogni sinolare sopraggiungenza, è ancora una volta la meravigliosa ovvero la discretamente sequenziale teoria della molteplicità che qui distintamente discernibile mi appare a comprovarlo.
Pertanto, ciò verso qui la Contraddizione autoincoativa avanza lungo l’asse del Tetico non può che essere l’incremento del proprio essere Contraddizione, cioè a dire l’esserlo infine incontraddittoriamente, completamente ossia esaurendo, nell’entelechia sua, la quantità di contraddittorietà presente nella propria stessa posizione o affermazione pristina.
Non dunque il progressivo toglimento della Contraddizione, cioè a dire del contenuto dell’affermazione contraddittoria originaria, è ciò che muove immanentemente il Mediale 2, bensì l’ulteriormente suo affermarsi, così istanziarsi, tale istituirsi.
E come può la Contraddizione originaria proclinare al divenire in ultimo incontraddittoriamente Contraddizione, se non già stipando l’alterità da sé, quindi il tutto dell’incontraddittorietà, non già nella propria identità, cioè nel proprio progetto identitario, allocazione che la trasmuterebbe, togliendola alfine, defenestrandola dalla propria inseità, bensì nell’orizzonte della propria alterità o contraddittorietà esordiale, ovvero nello iato – primordialmente endovacuo (Cháos, Chásma) nonché immediatamente, per co-erenza eidetica, dischiusosi e sempre dischiudentesi – che diverge e pertiene distanti posizione della Proposizionalità e Proposizionalità?
L’affermarsi della Contraddizione, invero e in definitiva, non è altro che l’incrementarsi via via del Tetico, dell’Ontico e dell’Apofantico: ogni posizione, ogni ente, ogni predicazione, ogni noumeno, compiono l’immanente proposizionalità del Niente originario.
Significa forse ciò che ogni asserzione e ogni contenuto inespresso del pensiero empirico, siano, per il semplice fatto di esistere, immediatamante tanto dimoranti presso il Vero logico, nel caso dell’asserzione, quando dimostranti adeguatezza al reale intelletto, nel caso del pensato?
Certamente no: la Verità, tanto logica quanto “empirica”, vige nella Storia, non mai signoreggia né può dimorando da qualche parte oltre (a-topia) l’atto apofatico, tantomeno può dominare né mai a priori (a-cronia) rispetto all’attualità noumenica.
Ma, purtuttavia, predicazione e pensiero sono-qualcosa e, se e fintantoché sono qualcosa, sono altresì, “sinolarmente” – per bicondizione, la bicondizione per noi deuteriore – ad-propriati a loro stessi, epperò, per obversione, né predicazione e pensiero sono non-qualcosa, né sono alcunché di non-identico-a-sé, ebbene – secondo la coimplicazione per noi originaria dunque autentica – anzitutto non sono il Non-alcunché-in-sé, e neppure il Non-identico-a-sé-in-sé, cioè a dire ogni posizione sinolare non è né il Non-essere, né l’Alterità.
Pertanto, re-invertendo, che il Non-alcunché sia il non-essere tutti “i qualcosa”, egualmente che il Non-mai-a-sé-identico non sia identico ad alcun identico-a-sé, è precisamente l’élenchos – autentico – a imporlo, meta-storicamente ovvero in concento alla struttura del Destino originario. Ma, che il Non-alcunché sia il non-essere tutti i qualcosa, e che il Non-mai-a-sé-identico non sia identico ad alcun identico-a-sé, l’élenchos lo afferma sì in principio e sempre – cioè a dire per ogni e in ogni progetto d’evasione –, ma solo in estremo lo impone con incontraddittorietà, poiché il Non-alcunché può non essere tutti i qualcosa esclusivamente nella posizione completa della qualcosità in totalità, come certamente il Non-mai-a-sé-identico può non mai essere identico ad alcun identico-a-sé, se non esaustivamente essendolo nel completamento dell’estroflessione delle identità. Ecco il dimostrarsi del carattere immanentemente progressivo sicché incrementale dell’élenchos autentico, e ciò proprio in ragione della primordiale destinazione del Destino esordiale alla propria storicizzazione ovvero attuazione attraverso l’integrale disposizione dell’altro.
Ma, se l’affermazione che predica il non-essere tutti i qualcosa del Non-essere-alcunché-in-sé può dimorare presso il Certo solo se e allorquando ogni qualcosa è stato posto, ciò apre forse alla possibilità che l’attuale verità dell’élenchos, ancora ammantanta d’incertezza sicché di tremida concussibilità, potrà essere spodestata da un qualcosa non ancora posto che la contraddirà? È in grado, altresì a domandarsi, questo élenchos asserito autentico di dimostrare, così ora come nell’integralità dell’innanzi, immediatamente contraddittoria ogni propria contraddizione? Ebbene, se la predicazione circa la panpreliminarietà epperò l’omnieccedenza dell’Essere che, archeo-escate, tutto pre-involve e così trascendentalmente sempre, è invincibile (A-lētheíēs a-tremès hêtor) ex-clusivamente nell’estremo, a ogni e per ogni tentativo di frantumazione si edifica, si rafforza, viepiù instaura, e ciò proprio poiché qualsivoglia assalto titanico deve anzitutto essere e un posto e questo-a-sé-ad-propriato posto 3.
La Contraddizione, pertanto, “non la si può escludere per alcun titolo” proprio perché è questa l’anankaion autentico, e ciò proprio elencticamente: ogni escludente deve manifestarsi e mostrarsi tale (così nell’essere come nel verbalizzato, così nel fenomeno come nel noumeno, così nel segno come nel significato et cetera sinoli), ma, nella misura in cui è ed è sé – ogni ente non è il Non-ente (= non-alcun ente è il Non-ente), ogni ente-ad-propriato-a-sé non è il Non-ad-propriato-a-sé (= non-alcun ente ad-propriato a sé è il Non-ad-propriato-a-sé) –, proprio per tenersi tanto a-sé quanto al qualcosa in generale, immediatamente ogni escludente (actu signato) re-include l’antecedenza sicché la propria dipendenza e discendenza (Methektós), dell’escluso e dall’esclusione (actu exercito).
Ebbene, se il contenuto dell’affermazione aurorale è compiutamente presso l’Affermativo esclusivamente in ultimo, dunque, enantiodromicamente nell’esaustione entelechiale dell’Affermativo, come può il contenuto stesso di tale notizia di perfezione o adempimento ustato giungere inconfutabile all’ecceitale? Non può: se e finché qualcosa si dà e non niente, il Non-essere-alcunché non ancora dimora presso l’Essere nel modo dell’Essere, cioè a dire nel modo del Tetico, del Catafatico, del Concreto, dell’Identico, dell’Individuale etc... E, nondimeno, pur a questa nostra particolarità gettata pergiunge la notizia – già atremida appropinquantesi – dell’incontraddittorietà di tale incontro postremo, giacché già qui e ora si annuncia l’incontrovertibile certezza della destinazione originaria nostra all’Ultimità di ogni “notiziabilità”.
Può forse, difatti, la Contraddizione originaria raggiungere il proprio obiettivo co-iniziale, può ossia divenire – quando che sia – a essere incontraddittoriamente? Se e finché si darà qualcosa, e non niente, no, cioè a dire l’Iniziale non può compiersi ed – hegelianamente – persistere – indefinitamente – nel Compiuto, nel Tetico, nell’Affermativo, nell’Essere: non si darà Parusia alcuna del Niente originario. Può, al contrario, la Contraddizione originaria non mai raggiungere il proprio scopo sicché con-giungere infine in posizione posizione-della-Proposizione e Proposizione, esaurendo così tutta la proposizionalità, quindi già la potenza, la steresi, la negatività, principialmente contenuta nella totalità del proprio orizzonte di contraddittorietà? Altrettalmente no: parimenti poiché qui e da sempre qualcosa si dà, e non niente, il Niente esordiale infine sarà, secondo Necessità.
Ecco, infine, ciò che, autenticamente, imprime elencticamente certezza d’incompletezza pertanto di contraddittorietà a ogni apofansi che tenti di porre sé, il contenuto del sé, come l’incontraddittorio ovvero l’estremo, l’omniadempiente l’orizzonte apofantico stesso: se e finché qualcosa può o potrà essere posto, e permanervi, se e finché si darà il Sentiero del Giorno, tanto questo posto non sarà – incontraddittoriamente – il conclusivo, quanto, e perciò stesso, né questo posto né alcun altra predicazione potrà, già incontrovertibilmente, controvertire l’incontrovertibilità, elencticamente viepiù tale dimostrantesi, della posizione principiale della Proposizionalità, cioè a dire non alcuna affermazione, se e finché qualcosa sarà affermabile, potrà mai negare l’affermazione che pone nel principio dell’Affermare stesso la Negazione, la Contraddizione, la Notte.
P.P. Lo statuto di ciò che si candida alla realizzazione contraddittoria è complesso e ipotetico. Più precisamente, il contra-dictorium è un dictum (non un factum): un dictum infectum, e non un factum (che infectum fieri nequeat). È un dictum a proiezione nulla […]. Ridurre l’élenchos a una particolare modalità della “opposizione originaria” tra positivo e negativo significa mutarne la natura. Già è discutibile parlare di opposizione originaria: originario è infatti il positivo, che non ha da opporsi a nulla, né al nulla.
Se non ha da apporsi ad alcunché, semplicemente non mai è: Pólemos pántōn mèn patér esti. La differenza tra dictum e factum è un altresì un dictum, questo dictum: «Par l’Espace, l’Univers me comprend et m’engloutit comme un point, par la Pensée, Je le comprends 4».
P.P. Il nulla, del resto, che cos’è, se non una proiezione ontologica (vuota) della contraddittorietà? In tal senso, si può dire che la negazione non è originariamente opposizione. Essa non si colloca simmetricamente, bensì asimmetricamente, rispetto alla affermazione. Il positivo non è la negazione del toglimento di sé: è piuttosto la posizione di sé.
Il Niente è il contenuto del nostro atto originario di volontà, un voler-essere determinatamente eterni, interminabili proprio e in quanto massimamente definiti e distinti, ebbene sì una proiezione in principio ontologicamente vuota, e proprio perciò stesso assoluta, a-bissale, sciolta da ogni fondamento all’altro, all’ontico, ma una proiezione del Proiettivo in sé coimplicante l’impressione progressiva – la conquista – del pieno ontico-posizionale al proprio slancio proposizionale principiale precisamente volentesi, quindi immediatamente contro-ponentesi, affermantesi altresì, Pro-posizionalità, uno slancio sicché dal niente dell’autoctisi aurorale al tutto dell’entelechia estrema: Io – Krónos – sono Immortale; Kléos Ouranòn ikánei.
P.P. Prescindendo dalla materia cui si può applicare e prescindendo dalle tre esecuzioni che Aristotele ne esibisce in Gamma, élenchos presenta la seguente struttura: “togliere è porre” (anairòn logon hypomenei logon) [«Oportet quod qui [eas] negat, [eas] ponat» – dice Tommaso delle strutture principiali (cfr. Contra Gentiles, II, 33).] – naturalmente, quando si tenta di “togliere” strutture principiali.
In concento a quanto sin qui posto, sicché per sentenza sùbita: porre, autenticamente, è togliere contrap-ponibilità – egualmente steresi, avvento, sottraibilità ulteriore, potenza di negarsi ancora – alla posizione principiale del Contrapponentesi, simmetricamente al contempo togliendo ponibilità – egualmente possesso, presenza, addizionalità, potenza di affermarsi ancora – alla di esso posizione estrema, il contenuto della stessa posizione esordiale, da principio stante nel posizionale in qualità di Proposizionalità, cioè a dire stantevi in posizione postrema ovvero sempre proposizionale se non altrimenti esclusivamente in fine, nel compimento del Posizionale. Porre, altresì, è pertanto trans-porre occorrenze di contrapposizione, manifestazioni epperò o presentazioni di sottrazione del Contrapponentesi autoctico – l’affermazione della Negazione, il Giorno del suo dimostrarsi attraverso l’es-posizione di tutto ciò che non è (stato) Sottrazione, l’universale autentico del Posto, dell’Affermato, dell’Attuato –, dal contenuto della propria posizione principiale – l’Estremo, la Sottrazione-a-ogni-posizione –, al contenuto della propria contrap-posizione co-esordiale, la medesima posizione archea del Contrapponentesi ebbene il contenuto della contrapposizione originaria in quanto posizione della Contrapposizione, quindi, ancora, la contrapposizione ancestrale tra posizione-della-Contrapposizione e Contrapposizione, invero, qui, nell’orizzonte del porre e del togliere, il ΔΙΆ, la sottrazione-a-ogni-posizione, che con-serra da primordio e sempre ossia finché qualcosa ancora è ponibile – questa, ulteriormente, la trascendentalità autentica del Posto –, posizione-della-Sottrazione-a-ogni-posizione e Sottrazione-a-ogni-posizione.
P.P. Ma questa struttura non va fraintesa, quasi fosse il darsi di una contraddizione, quale si potrebbe ottenere (considerando per semplicità il caso classico della non-contraddizione) nel modo seguente: se “togliere il principio di non contraddizione (PDNC)” si può esprimere come “¬[¬(p ∧ ¬p)] ≡ ¬q”, e se “porre il PDNC” si può esprimere come “¬(p ∧ ¬p) ≡ q”; allora il “togliere/porre il PDNC” potrebbe essere tradotto in “q ∧ ¬q”, quindi nel darsi a sua volta di una contraddizione. Questa banalizzazione è vietata dalla dissimmetria tra il “porre” e il “togliere” che sono qui specificamente in questione […]. Più precisamente, nel caso di una negazione esplicitamente formulata (NF), il togliere è locutorio, mentre il porre è performativo, cioè è il fatto (locutoriamente esplicitabile) che il togliere si costituisce in conformità con la struttura di cui vorrebbe essere una negazione. Nel caso invece della negazione effettuale (NE), il togliere è un progetto che, in tanto in quanto trova esecuzione (o anche solo esecuzione espressiva), rientra performativamente nella conformità suddetta, è cioè equivalente a un certo modo di porre la struttura che si tenta di negare. Allora si può riconoscere che togliere implica porre, ma porre non implica togliere. Ovvero, T → P; ma ¬(P → T). Quindi, ¬q → q (ovvero la negazione del principio, pone il principio); ma non viceversa, cioè: ¬(q → ¬q).
Se il porre – in generale – non implicasse immediatamente il togliere, la potenza principiale del Porre sarebbe in-esauribile, sicché diuturno il sopraggiungere del posto, l’Ep-ampho-terízein; immenso il ricetto suo, la Chόra; infinite le posizioni, gli ónta. Ma, se l’Eterno vi fosse, Io non potrei creare, ovvero de-cidere, e nondimeno creo, ora dis-crimino, qui di-partisco, sempre de-stino 5, dunque non vi sono Immediati o Immortali se non posti, mediati, determinati, perituri, storici 6. Se il porre – in particolare – il Pdnc, q, non coimplicasse l’immediato porne – certamente, questi originario, esclusivamente entro se stesso (Én-Stasiázon-Pròs-Eautò) – la negazione propria, ¬q, ebbene la contrapposizione, del pari in principio sarebbe la posizione co-erente del Coerente o la posizione im-mediata dell’Immediato, la compiuta del Compiuto ovvero l’incontraddittoria dell’Incontraddittorio, la posizione vera altresì del Vero pertanto la perfetta del Perfetto ossia, con Zaratustra, la posizione divina di Dio. Ma, ancora e sempre cioè finché predico “x” di “p”, e non “y” di “q”, se ciò fosse in principio, se ciò fosse il Principio, non Io qui de-creterei alcunché, ma io ora ciò statuisco, e non altro, dunque in principio si dà la posizione della Contrapposizione, dell’Alterità, ovvero è l’evento abissale del Contrapporre a co-implicare im-mediatamente la posizione dell’orizzonte del Posto (l’evento del Differire, l’identità quale identità-del-Differente):
Nonpertanto, ciò che anzitutto e sempre élenchos riappella al dimostramento non deve essere altrimenti ricompreso se non come l’Essere-del-Niente, cioè a dire, secondo la nostra grafia: l’Essere.
Infatti, come altrove già disposto, il Ni-ente – se e finché l’Essere è (e l’Essere è finché l’Essere è), ebbene se e finché il Nihil absolutum stesso è oggetto di proiezione e progetto di proiezione oltre l’Essere (e l’Essere), come per noi qui, ora – non è mai esclusivamente Nihil absolutum, la pars destruens sua, il limite dell’esserci in generale di qualcosa epperò, parimenti, del suo medesimo essere giacché deissi dell’impossibile all’essere, e ciò precisamente poiché l’Essere (e l’Essere) si dà, e così ancora adesso, e non non si dà.
Il Ni-ente, pertanto, è, al contempo, il suo Non-essere-alcunché, cioè a dire è il suo essere-Non-essere (= l’Essere), la pars costruens propria che concede fondamento all’Essere in sé medesimo deuteriore, nonché, anzitutto, al sé essere nella qualità proprio della deissi all’ulteriore, ovvero nel modo distintivo suo dell’Avvento. Invero, se e finché qualcosa è, è il non-essere-alcunché-del-Non-essere, cioè a dire è l’Essere, l’orizzonte trascendentale autentico dell’ente in totalità, ma, simultaneamente, proprio perché l’Essere-è, è il Nihil absolutum, e lo è – come senz’altro élenchos viepiù riafferma – precisamente unicamente nel modo dell’impossibile ad essere, in quanto l’avvenire a essere suo, togliendo l’Essere, sicché l’Essere, toglierebbe la deissi stessa al sé ulteriore, il suolo presso il quale il progetto eradicante ogni radicabilità si alligna. Noi chiamiamo questo essere da sempre e per sempre nel modo dell’impossibile ad essere, l’Avvento assoluto.
Tuttavia, proprio poiché in principio si dà l’Essere e non l’Essere, non tale Avvento è, ancora qui ed ora e da sempre, impossibile ad avvenire, e infatti ineluttabilmente avverrà, secondo l’ordine del Tempo, e, nell’avvenire ovvero nell’avvenire a essere, così non più questi sarà (non più sarà, ossia, il Nihil absolutum, l’Avvento nel modo dell’impossibile ad essere), come non più alcunché, tanto deittico-formale-potenziale, quanto referente-concreto-attuale. L’Avvento avverrà ad essere, ma, giacché avvenendo ad essere non più sarà Avvento, né tanto meno diverrà Presenza, è al contempo – da principio, ancora qui, e sempre, sive sinché è – sia impossibile ad essere, ebbene a persistere nell’essere, sia impossibile a non avvenire ad essere, cioè a non mai essere. L’Avvento, invero, è l’attimo asintotico-estremo del Ni-ente aurorale, l’entelechia dell’Essere, il massimo dell’avvicinamento tra pars construens e destruens del Ni-ente autoctico-archeo, tra Volontà e Realtà, Immortali e Mortali: ponendosi in fine, toglie ogni potenza del porre, compresa la propria originaria, il porre la contrapposizione al Contrapporre.
Da ultimo: è l’Essere, si è posto, ad essere – da sempre e sempre – impotente a costruirsi, proprio perché da sempre è presso perfezione di compimento. Al contrario, la Contraddizione (ovvero il Ni-ente) è in se stessa da sempre direttamente ossia identitariamente destinata alla costruzione apofatica del sé, della propria stessa identità d’Apofasi-in-sé, d’Alterità da tutto l’ipseitale a venire, all’edificazione negativa cioè a dire indiretta, ebbene conseguita attraverso l’istanziazione di ciò che il Non-affermativo – l’In-diretto, si magis placet –, non è, il proprio contraddittorio in totalità, ebbene il tutto del catafatico.
P.P. A ben vedere, l’originario non ha alcun bisogno di essere difeso; siamo noi che – con élenchos – ci difendiamo da noi stessi come potenziali negatori di esso e delle sue costanti.
Se si dà possibilità di errore, cioè a dire di non corrispondenza fra intelletto e cosa, l’Originario non può essere Verità e Positività, Incontraddittorietà e Unità, altrimenti non troverebbe fondamento alcuno il moltiplicarsi dei segmenti che con-relano il punto solingo del Vero, con ciascuno dei punti d’ogni digressione humartiale (ἁμαρτία), la raggiera dell’Errore.
P.P. Il problema è che élenchos è una figura che compete all’Io; mentre Severino ne fa una figura dell’originario, avendo implicitamente – e indebitamente – identificato l’Io con l’originario apparire dell’originario. L’Io è piuttosto ciò che ha bisogno di élenchos per riferirsi all’originario.
Se dischiudiamo iato tra l’Io e l’Originario – egualmente tra riferente (l’Io, il Pensiero, l’Idealità), riferito (l’Originario, l’Essere, la Realtà) e riferimento (l’élenchos, il linguaggio, la predicazione), nonché, ulteriormente, tra dictum e factum, tra il locutorio e il performativo –, immediatamente com-portiamo il molteplice sicché il diadico, lo iatale, entro l’immorsatura sinechiale ovvero l’enadità identitaria compatta della posizione principiale, ciò a dire reinstauriamo la Contraddizione, l’Alterità, il Non-essere presso il contenuto eidetico del fondamento, del principio.
Élenchos, dunque, è senz’altro “figura” dell’Io originario, giacché l’Evento dell’Originario coimplica – cioè a dire contemporaneamente ne contro-devasta il Tempo del distendimento sino all’estremo – il processo di esaustione della contraddizione che co-esordialmente avvolge la posizione del De-stino escate (la “contraddizione c” di C, ovvero la contraddizione tra posizione della Contraddizione e Contraddizione, ovvero C medesima ma nel modo del Tetico). Élenchos è, pertanto, il limite dell’Entfaltung, l’intrascendibilità del Pensiero in Atto, la guardatura eraclea della Storia, l’anankaion autentico ovvero tanto l’incontrovertibilità quanto l’irreversibilità del cammino mediale di affermazione della Contraddizione originaria, il nostro travagliato Destino (die Geduld und Arbeit des Negativen): pensare, affermare, compiere, conquistare.