Orizzonte Altro
Annali faustiani

Eventi ed epifenomeni nel crepuscolo della civilizzazione occidentale

Sunset boulevard (of the West)
Fondamenti parmenidei della mitopoiesi hollywoodiana, oltre la deriva iconoclasta e nichilista della Woke Culture: la “messa in scena” della grande epopea dell’uomo universale, metastorico e transculturale, la conquista e l’omologazione di ogni spazio e di ogni tempo d’alterità e contraddizione

Settembre 2020 - Alberto Iannelli

Potrebbe destare l’inquietudine di una rivelazione totalmente inattesa quella rilevazione demoscopica che chiedesse a mille nostri studenti universitari di Storia greca e di Letteratura classica da chi e dove, ad esempio, furono uccisi gli Attridi, o quale funzione svolgesse l’eforato in Sparta. Con buona pace dei Nóstoi e della meravigliosa trilogia eschilea, a cui verrebbe sottratto l’antefatto della vendetta per la quale il matricida Oreste viene perseguito dalle Erinni, e con altrettanta requie dei delicati equilibri politici tra autocrazia e oligarchia nelle póleis greche, la maggior parte di loro, ne siamo sicuri, risponderebbe: Agamennone fu ucciso da Briseide e Menelao da Ettore, entrambi in Troia; gli efori erano dei mistici corrotti e laidi che ottenevano aurei compensi in cambio dell’interpretazione, politicamente cogente, dei deliri oracolari e oscuri, psicotropicamente indotti, di giovani fanciulle promosse a profetesse esclusivamente per la loro avvenenza suscitatrice di senile lascivia.

Tutto questo è il potere mitopoietico di Hollywood, sul quale già molto e da molto si è detto e scritto.

Ciò su cui invece colpevolmente poco si è riflettuto, si ritiene, è la teleologia di questa sistematica artefazione del nostro passato, di questa costante interpretatio graeca dell’alterità – di ogni diversità in verità, così diacronica come diatopica, si dirà – che è già volontà di falsificare il nostro stesso futuro e il suo orizzonte assiologico, ideologico e morale.Non si tratta, infatti, di decretare l’illiceità di qualsivoglia re-interpretazione artistica o medialmente traspositiva, né di esigere l’assolutezza di un rigore filologico che inibirebbe ogni produzione (ogni poíesis a punto) dell’umana fantasia creatrice; si tratta, piuttosto, di indagare e prospicere il possibile fondamento tanto unitario quanto esoterico di un molteplice darsi apogeo per differenza.

Qual è, ossia, l’Hypokéimenon della riduzione a niente di ogni eterodossia – così evenemenziale come valoriale – elevata contro l’Oggi dal semplice suo stesso essere-stata altrimenti?

Derubricare questa volontà monadicamente compatta, per quanto, politropa e scaltra molto, astutamente celante se stessa, in libertà artistica o in adeguazione al medium, libertà epperò dell’ecfrasi cinematografica (di un opera letteraria come della realtà storica stessa), appare, infatti, candidamente ingenuo e non cogliente giacché politico – e politico in senso pieno, cioè anzitutto tropologico ed eterodirezionale, sicché compiutamente propagandante una precisa Weltanschauung –, questo Sollen omologante all’Uno dell’Identico per adulterazione della totalità del contraddittorio.

Infatti, l’opera affatto più perniciosa e pericolosa, poiché assai più subdola, di questa potentissima industria dell’indottrinamento di massa, non consiste nella disequazione tra realtà storica e realtà filmica, non ossia nella falsificazione annalistica che ponesse, ad esempio, Giulio Cesare sconfitto ad Alesia e trionfatore a Gergovia, bensì in ciò che potrebbe essere definita la “frode della metastoricità o transculturalità dei caratteri”, la truffa ossia dell’inseità universale dell’Umano che fa di noi e della nostra “Deîma” sofoclea eminentemente degli enti di Natura e non di Storia: che Leonida, Marco Aurelio, Gengis Khan, Carlo Magno, Tamerlano, Federico il Grande e Napoleone, esattamente come tutti i loro attendenti e accoliti, sudditi e sovvertitori, abbiamo le medesime percezioni e pulsioni, i medesimi pensieri e desideri (mere conseguenze e concretizzazioni di segnali e input elettrochimici ed elettrici), nonché già le medesime aspirazioni e assiologie di un newyorkese del 21esimo secolo, rappresenta il più grande inganno del nostro Tempo e del Potere in esso vigente e viepiù, come detto, omni-afferrante estendentesi secondo i vettori dello Spazio e del Tempo.

Ciò che resta nondimeno da chiedersi è quale sia lo scopo di tale sistematica soppressione di ogni pathos della distanza e della differenza, di ogni alterità storico-culturale elevata entro un orizzonte dell’Umano la cui postulata e proiettata immorsatura diacronotopica o enadità universale trova esatta corrispondenza teoretica e accreditamento apparentemente anapodittico nelle moderne scienze evoluzionistiche, psicologiche e neurali, precisamente postulanti la primazialità della Physis e l’adiaforia del Geist nella determinazione dell’essenza antropica. Cos’altro, invero, significa affermare che anzitutto la nostra ipseità categoriale (il taxόn Sapiens) trova dimora nella quantità sinaptica (U = S > 1014), o nella skill della strumentalità, o, ancora, nell’opponibile oggettivazione del medium tecnico, piuttosto che, “strutturalmente”, nella socialità che organizza il clan ripartendo i compiti necessari alla produzione della ricchezza; cosa, ulteriormente, asserire che le pulsione dell’inconscio ci definiscono e affratellano globalmente al di là della gettatezza nella Kultur in cui l’individuo le percepisce affiorare; se non a punto sconfessare l’assoluta preminenza della Storia – quale processo di differenziazione permanente e costante – come unico Destino accomunante l’Umano, circoscrizione epperò unica e sola entro la quale può trovare autentica definizione e perimetrazione eidetica l’essenza nostra categoriale via via effondentesi in irriducibile differenza o partizione del distinto?

Altrove ostendemmo i fondamenti dimostranti il dimorare dello Zeitgeist nostro presso la cifra dell’Indistinto, essenza della Monade sovrastante l’Era Deuteriore. Qui preferiamo pertanto soffermarci nell’elevare quanto, e fin da principio, Hollywood sia stata e sia una delle più grandi armi di diffusione massiva di quella “tirannia dei valori” schmittiana che caratterizza l’Occidente trionfante, di quella terra ovvero e di quel tempo ove trova compiutezza di tramonto la civilizzazione manchesteriana della Kultur faustiana, e con essa la stessa Era Deuteriore appena evocata.

Secondo il grande giurista Carl Schmitt, l’assiologia assolutistica e omniavvolgente dell’attuale Nomos der Erde globalista (Pánta) e monadico (Én), in cui l’Uomo si dà giacché ente meta-storicamente e trans-culturalmente inquadrato in un orizzonte valoriale anapodittico, ipostatizza la peggiore delle tirannidi possibili 1, ossia la più coerente-a-sé, in quanto non alcun ricetto ontico-posizionale viene qui lasciato al non-valore ostracizzato dal Tutto-della-Valenza, non-valore determinato che pertanto deve essere – ed è, a ogni piè sospinto – sistematicamente annichilito quale non-valore-assoluto.

Ma adesso questa micidiale macchina mitopoietica e panpropalatrice ha compiuto un ulteriore scatto evolutivo, un nuovo salto nell’innanzi che rappresenta, al medesimo tempo, il disvelamento di quanto già in ante dantesi nel celamento dell’inganno: il paradosso popperiano dell’inclusività assolutamente esclusivista di qualsivoglia esclusività diviene finalmente decretata per norma, diviene ossia condotta dalla latebra della frode, all’aprico dall’arroganza dei padroni universali del discorso, evidentemente non più tementi adersioni oppositive al loro vero volto ora viepiù desnudato.

A partire dal 2024 dunque, i film candidati all’Oscar nelle categorie principali saranno obbligati a rispettare il Diktat dell’inclusività ovvero dell’avvolgenza nell’Indistinzione inseitale, l’Omologazione assoluta: ogni minoranza (etnica, di genere, orientamento sessuale e persino di disabilità psico-motoria) dovrà trovare la propria quota di visibilità, presenza e cittadinanza, dietro e davanti le macchine da ripresa, e ciò de iure, sicché secondo coercizione dei contrari.

Non si commetta ora l’ingenuità di credere che tutto ciò semplicemente consegua all’estremizzazione ottusa del cosiddetto Politically Correct di cui è schiava la società statunitense e l’intellighenzia sua liberal. Né si rimanga petrosamente illaqueati, con ancor maggiore candida perniciosità, nell’affissare il volto suadentemente filantropico e fascinosamente tollerante di questo Potere tanto totalitario quanto intrinsecamente affatturante. La stessa critica che scorgesse un parallelismo tra tale paternalismo etico e il realismo socialista sovietico, non coglierebbe l’essenza di questa decisione.

Ai più, infatti, giacché proprio su tale potenza fraudolentemente affabulatoria si basa la forza di questo Potere malebolgico, nonché, e anzitutto, come ci ricorda Max Scheler, del bio-tipo antropico qui trionfante, potrà sembrare come paradossale l’affermazione che indicasse nell’impossibilità di non-includere l’identità del differente nell’identità dell’eguale la più coerente e cogente delle esclusività, ossia l’Esclusività-in-sé-dell’altro-dal-sé.

Come, voler includere con necessità ogni posizione di alterità esclusa dalla partizione dell’unità identitaria sicché precisamente distintasi nella contraddistinzione della totalità del contraddittorio (A= A se e solo se A ≠ ⌐A), rappresenterebbe proprio il totalitarismo dell’Intolleranza, l’entelechia dell’Esclusività nel cui pieno sinechiale parmenideo ogni differente possibilità di determinazione eidetico-ecceitale troverebbe, esclusivamente, il niente-posizionale come proprio possesso?

Certamente, e così sul piano della concettualità, così nel dominio dell’etica pubblica: io rispetto pienamente tanto me stesso quanto l’alto da me stesso se e solo se non comporto nel Nulla le nostre rispettive differenze, giacché l’unica identità che può fungere da perfetto sicché completo o totalmente coincidente fondamento comune è precisamente il niente di ogni nostra posizione o positività distintiva.

Poniamo A e B, in T = 0, e poniamo che la soggettualità A sia tale se e solo finché se ne possa predicare le proprietà α, β e γ; mentre la soggettualtà B se e solo finché se ne possa predicare le proprietà δ, ε e ζ. Niente di A entra nel perimetro identitario di B, e viceversa. A e B coincidono esclusivamente per il tramite della disgiunzione: A ∩ B = Ø. L’intersezione sicché l’unità sintetica, il terzo del loro congiungersi, è il loro niente, ebbene la steresi che li pertiene contraddistinti. Codesta, invero, è l’autenticità del Niente, la nientificazione steresica che consente lo staglio dei tà ónta, il nostro ΔΙΆ.

Poniamo ora che A, in T = 1, voglia dischiudere la propria coerenza ipseitale per accogliere nel suo perimetro identitario, in tutto o in parte, le proprietà essenziali di B. Possiamo ancora definire A, A, se ora di A posso predicare α, β, γ + δ, ε, ζ? Certamente sì, se, per A, α, β, γ rimangono le proprie predicazioni essenziali, strutturali, mentre δ, ε, ζ sono acquisite come adiafore, complementari. Nondimeno, se noi chiediamo: ti estì, A, in T = 1? Non possiamo non rispondere: A, in T1, = α, β, γ + δ, ε, ζ, dunque A in T1 è ≠ da A in T0, giacché α + β + γ + δ + ε + ζ è ≠ da α + β + γ, seppur la sua essenza (α + β + γ) permane immutata.

Fin qui, infatti, nessun problema: A diviene, evolve o involve, muta, vive, disvolge la propria storia, senza nondimeno “snaturarsi”. Ma, cosa accade, ad A, se, ad esempio, α e δ risultano tra loro contraddittorie? Non potendo predicare di un soggetto due attribuzioni contraddittorie, se A vuole inglobare δ, deve con necessità perdere, espungere, annullare dal proprio perimetro la proprietà α. Aut aut: o non acquisisce δ, o altera la propria essenza.

Poniamo adesso – qui anapoditticamente – che A non solo non voglia lasciare oltre il perimetro del sé, alcuna delle predicazioni caratterizzanti l’essenza di B, bensì che voglia afferrare ogni predicazione posta, poniamo ovvero che la predicazione essenziale di A, quindi ciò che la fa essere e così essere, la sua identità, sia in verità la volontà di non escludere dal proprio perimetro identitario alcunché, ebbene la volontà di tutto includere in sé, poniamo sicché che A divenga la suddetta volontà di omologazione totale. E poniamo ω questa proprietà inerente con necessità al soggetto A.

Qual è l’unica identità che il soggetto A può assumere se vuole che la propria predicazione essenziale sia ω? Certamente il niente di ogni predicazione positiva, l’Aoristia indistinta e anidentitaria, la Chora platonica morfoclasta, la Hyle ostile e riottosa a ogni imposizione di qualità e determinatezza.

Qualunque altra identità sarebbe immediatamente contraddittoria: non posso predicare di A, al contempo e sotto i medesimi riguardi, tanto ω quanto non-ω. Non alcun valore positivo, infatti, se distintivamente posto, può essere se non essere come altro da ω, proprio poiché ω = “includere tutti i positivi” (per cui ogni posto ne è immediatamente parte, e la parte non può essere il Tutto).

Nondimeno, se adesso consideriamo come il Soggetto A, volente come propria predicazione essenziale ω, appaia a un certo punto del disvolgersi diacosmetico del Destino, cioè a dire in un preciso intorno di spazio e di tempo – se consideriamo ovvero come A non sia l’originaria Soggettualità –, ecco che per essere compiutamente se stesso, deve nullificare ogni propria distintività identitaria, ogni proprio retaggio e pregressa edificazione determinativa, deve ebbene ridurre a niente tutto ciò che esso è stata sino ad allora.

Poiché in principio è l’autoctisi del Ni-ente auto-incoativo, la struttura dell’Essere conseguente o deuteriore non può che adempiersi con la riduzione a niente di tutto ciò che è stato lungo il Sentiero del Giorno. Precisamente codesto è il fondamento del nostro Zeitgeist estremo, la cui necessaria intensificazione a venire condurrà il Destino al cospetto postremo della propria prolessi esordiale.

Qualunque cultura, qualsivoglia civiltà, allorché assume, per essenza, la volontà di includere nel sé tutte le predicazioni essenti, ossia già poste, diviene immediatamente il niente di ogni predicabilità essenziale altra, cioè a dire il suo proprio passato identitario, qualunque esso fosse, si annulla immediatamente o piuttosto deve essere completamente annullato – e non solamente in parte – per divenire compiutamente A e poter reggere ω come propria predicazione essenziale. La Società Aperta non è altro che l’entelechia del nichilismo inautentico, l’indebolimento progressivo che ha esclusivamente l’estinzione totale per télos.

Posto il destino di A, che ne è di B e di tutte le altre soggettualità se si dà codesta A a essenza ω? Se le predicazioni essenziali di B possono ora essere predicate anche di A, per quanto accidentalmente, che cosa resta a B di esclusivamente proprio? Di B, autenticamente, parimenti non resta più niente, poiché ciò che lo caratterizza, ora, non gli appartiene più con esclusività. E il destino di B, come detto, deve essere il destino comune di tutte le posizione identitarie già disposte in discretudine ed ecceità lungo il lastricato dell’Essere: niente deve poter più appartenere ad alcuna soggettualità in modo esclusivo, ogni posizione predicativa deve essere ricompresa nell’orizzonte predicativo di A. Ogni soggettualità che abbia nel proprio perimetro la volontà di non essere come A, di non appartenergli, neppure in parte (A ∩ B = Ø), proprio poiché eleva immediatamente, col mero esistere suo assolutamente differente, contraddizione all’essenza stessa tutto-involvente di A, deve essere ridotta a niente.

Ma tutto ciò ancora non coglie il “sottosuolo concettuale” della nostra Weltnacht: se pur una soggettualità, infatti, accettasse di appartenere ad A solo con alcune delle proprie caratteristiche essenziali, saranno tale caratteristiche escluse a dover essere annientate, poiché non alcuna posizione può eccepire al tutto del positivo. Ma, se B è B se e solo se B = δ + ε + ζ, allorché viene ridotta a niente, per esempio, la sua predicazione essenziale ζ, non inclusa in A, B parimenti, diviene niente, poiché non è più autenticamente se stessa.

Esclusivamente le soggettualità che non ostano alla volontà omnicomprendente di A, cioè a dire che si fanno completamente includere in A, possono esistere nell’orizzonte popperiano. La Società Aperta, parimenti, non è altro che l’entelechia della tirannide, l’assoluto del totalitarismo, il compiuto dell’Uno parmenideo.

<< Il nemico è la messa in questione di noi come figure […]. Il nemico non è qualcosa che si debba eliminare per un qualsiasi motivo, o che si debba annientare per il suo disvalore. Il nemico si situa sul mio stesso piano. Per questa ragione mi devo scontrare con lui: per acquisire la mia misura, il mio limite, la mia figura >>.

[Carl Schmitt, Teoria del partigiano. Edizione italiana: Adelphi, Milano 2005]

Si dirà, tornando al nostro epifenomeno: la società americana ha un’identità molteplice articolantesi in differenti posizioni di identità particolari, per cui imporre la rappresentatività di ogni segmento di questa molteplicità ha come finalità esclusivamente il dare rappresentazione del tutto-dell’identità e non solo della parte, maggioritaria o minoritaria che sia, di volta in volta. Se in un film, infatti, vedo solo attori bianchi, protestanti ed eterosessuali, posso essere indotto a pensare che l’identità complessa della stessa società di cui quel film è specchio non abbia entro sé altre posizioni di identità particolari.

Questa affermazione, apparentemente corretta e condivisibile, se posta nell’orizzonte dischiuso dalla nostra anapodissi, dimostra di non aver compreso pressoché nulla dello Spirito del Tempo di cui questo provvedimento è significativo epifenomeno: non solamente quel film che ritraesse con retta mimesi la società multietnica e liberal americana coeva, ma ogni film che ritraesse ogni comunità – seppur altra nello spazio e nel tempo, nella cultura sicché e nel costume, nell’assiologia e nella politica, nell’organizzazione sociale e nella cultualità del quotidiano – dovrà conformarsi, ossia, egualmente, omologarsi, e dovrà farlo, ripetiamo, per legge ovvero secondo necessità, al KulturKreis della produzione mitopoietica. Così il mondo attuale, come ogni configurazione antropica passata, dovranno essere ri-plasmati a immagine e somiglianza della civilizzazione anglosassone postmoderna, adulterati sino ad essere concentosamente inglobati nella di essa Weltanschauung.

Riprendendo le vestigia omeriche: “l’inclusione delle minoranze escluse” è mero cavallo odisseico, lo scopo ultimo è la “messa in scena” filmica della grande epopea dell’uomo universale, metastorico e transculturale, la conquista e l’omologazione di ogni spazio e di ogni tempo d’alterità e contraddizione.

Qualche esempio? Ipotizziamo che le fonti non riportino l’esserci di omosessuali o disforici di genere ricoprenti cariche pubbliche nella Cina nel III° secolo a.C. Si orchestra cionondimeno un film sul periodo dei regni combattenti nella cui diegesi si introduce come fomite del processo di riunificazione “nazionale” condotta dallo stato di Qin, i tormenti interiori indotti nel sovrano Ying Zheng dal proprio orientamento sessuale o autopercezione di genere. L’inconscio dello spettatore sarà indotto a ritenere “normale” sicché a punto assoluto, “naturale” cioè a dire non positivo ovvero non oggetto di causazione culturale, l’orientamento omosessuale o la disforia di genere 2

Ma, come potrebbe mai esser possibile, gli storici smentirebbero immediatamente questa falsificazione! Solo per il momento, e solo taluni. E, nondimeno, concludendo con l’interrogazione nostra esordiale, ridomandiamo: quanti dei nostri attuali studenti universitari conoscono codeste smentite circa, per esempio, il ruolo dell’eforato in Sparta? Rispondiamo agevolmente: sempre meno, così come sempre meno e sempre meno cogenti saranno le stesse smentite degli storici. Lo Zeitgeist è in azione e non si arresterà sino a quando non avrà adempiuto la propria funzione storica, condurre il Destino presso l’entelechia del Sentiero del Giorno.

1 Carl Schmitt, La tirannia dei valori, Die Tyrannei der Werte, 1967; edizione italiana: Adelphi 2008

2 Precisiamo come qui non si stia affermano l’essere a fattore esclusivamente culturale dell’orientamento sessuale o dell’autopercezione del genere d’appartenenza; la diatriba fra esclusivo fattore culturale, esclusivo portato genetico, o terzo sintetico, deve essere lasciata alla seria ricerca e dialettica scientifica. Qui, al contrario, si sta asserendo come, nell’ipotesi che sia anche solo in parte una condizione a causalità culturale, nello spettatore deve essere inculcata l’idea che questa specifica “fenotipia” esistenziale sia sempre stata così come è e viene vissuta nel nostro tempo e nel nostro intorno culturale, poiché lo scopo ultimo è insufflare l’idea – assolutamente reazionaria – che un altro mondo rispetto al nostro non sia neppure possibile da ipotizzare in futuro, poiché esso è come è sempre stato, è la stessa “natura metastorica dell’uomo” a certificarlo, e l’essenza non può essere “alienata”. Mentre, tutt’al contrario, siamo precisamente noi – “uomini che stiamo in equilibrio sulla testa e camminiamo con le mani” (Werner Sombart, Il Borghese) – l’unicum della Storia.