Orizzonte Altro

Annali faustiani
Eventi ed epifenomeni nel crepuscolo della civilizzazione occidentale
Iconoclastia e Omologazione
L’entelechia storica della devastazione nullificatrice e l’uniformazione totale della Dia-cosmesi ontico-eidetica conseguita per riduzione nell’Indifferenziato secondo lo Spazio e il Tempo
La raggiera, a vettore diacronotopico, della furia tanto nichilista quanto assoluta, che così edace imperversa come indirezionata lungo le Terre d’Occaso, il tutto della differenza già composta in forma ed ecceità comportando nel niente dell’indistinto e del perpetuamente medesimo, preannuncia già il coincentrarsi escate del corruschio d’oricaldo dal quale sorgerà la
WeltNacht, l’Apoteosi attimica del Sentiero del Giorno.
Giugno 2020 - Alberto Iannelli
Rappresenta certo un monumento della nostra Civiltà l’orrore ingenerato in Cesare dalla vista del capo mozzato di Pompeo, il suo pianto, la sua pietas e il tributo d’onore riconosciuto alla grandezza del generale tre volte trionfante, pur allora avversario e avversario sconfitto.
Ma non tale sorte può considerarsi il canone della Storia. Piuttosto, è prassi che i vincitori distruggano le vestigia di coloro che soccombono sul campo, votati alla cancellazione sistematica della loro memorabilità e di ogni traccia del loro esserci-stati. Ciò avviene eminentemente - fatte salve le suddette eccezioni e le seguenti - nelle lotte fratricide, nelle guerre civili, nelle campagne di conquista e assoggettamento di terre e popoli, ove e allorquando si teme che dal sangue irrappreso dei sopraffatti, dalla linfa e dalla cenere ancor e alma e ardente delle loro gesta, possa viride rinascere e vivificata l’opposizione di un tempo. Diverso destino vivono invece quei vinti i cui vincitori hanno interesse, per celebrare iterativamente la propria gloria, al rammentarne la grandezza: rievocare la profligazione di Vercingetorige equivale a ostenderne al popolo il corpo caduto in ceppi, giacché il valore del vinto attribuisce proporzionalmente valore al vincitore.
Pertanto, la furia iconoclasta che imperversa in questo inizio d’estate 2020 attraversando e sferzando la “terra ove tutte le civiltà vanno a morire”, non appare affatto, almeno sulle prime, un’eccezione rimarchevole e di cui pone merito discutere rispetto alla nostra “umana tradizione”.
Nondimeno, se si avanza ulteriormente nella prospezione del fenomeno verso i propri fondamenti primi e gli ultimi propositi, affiorano – pur nella suddetta e antropologicamente consueta veemenza distruttiva dei vincitori – alcune peculiarità che rendono tali episodi l’ennesima manifestazione d’un orizzonte inaudito alla Storia stessa, eccezionalità d’emersioni la radice delle quali potrebbe forse allignare nel suolo dello Zeigeist attuale, per identità iconoclasta sicché in essenza annichilente, assolutamente annientante ovvero secondo necessità e non per contingenza riducente a niente ogni pregressa disposizione eidetico-ecceitale.
Null’altro, invero, ci appare l’immanente teleologia del nostro Tempo, della nostra tarda Civilizzazione, tanto senescente refluente quanto, specularmente, spasmante suppurante: la cieca e l’in-direzionata distruzione della Storia stessa, reliquiario d'acta diurna disposti nella discretudine del prima e del poi dal distendersi dia-cosmetico del Destino.
Nietzsche è forse il pensatore che possiamo evocare – saccheggiandone “impropriamente” due espressioni e concetti – nel tentativo di dare fondatezza alla tesi che proclama l’inaudizione storica di questi fenomeni ciclopicamente distruttivi e solo apparentemente canonicamente iconoclasti.
1. (A-)Pathos der Distanz: non si dà alcuna possibilità di partizione differenziante entro la continua compattezza – sincronica quanto diacronica – dell’orizzonte dell’umano, universale sinechia, monade assoluta non in grado di sostenere (substantia) nel sé di-stanza e diadità, sicché differenza e alterità, ospitando molteplicità meravigliose entro la propria immorsatura identitaria o inseitale. Non esiste il greco del V secolo, non lo yuppie yankee del 20esimo, se non per accidens. Le differenze storiche sono adiafore, l’Umanità in sé è una e medesima al di là dello spazio e del tempo del proprio esistere, e le uniche predicazioni necessariamente afferenti la soggettualità umana – oltre e accanto alle proprietà correlate all’essere mero ente di natura governato da impulsi neurologici, istinti di specie e sintesi intrapsichiche – sono le qualità che il borghese inglese di campagna del ‘600 attribuisce idealmente a se stesso.
2. Eterno ritorno dell’Eguale: la Volontà di Potenza – che nel nostro Tempo si manifesta come Dovere (Sollen) di omo-logare al nulla dell’indistinto e dell’informe, dello sconfinato e dell’illimitato, ogni ente già composto entro i riguardi pomeriali della forma e dell’individualità – “digrigna i denti” dinnanzi al pensiero dell’inattingibilità e dell’immodificabilità – sicché, ancora, della ritrosia sua all’essere ridotta presso l’Uno del niente incolto e incenturiato – della giurisdizione ontologica o éx-stasis temporale dell’essere-stato.
1. L’attuale distruzione di alcuni sim-boli identitari del passato non consegue ad alcuna vittoriosa instaurazione del nuovo, non ad alcun cambiamento rivoluzionario di regime, potere o classe dirigente, non ad alcun mutamento dell’orizzonte culturale in cui avviene irosa, bensì conviene a una sua intensificazione in coerenza d’essenza e continuità d’esistenza.
Qual è, infatti, il fondamento di legittimità di cotale coeva iconoclastia dei giusti, al di là dell’immediato o abissale auto-fondamento di legittimità della mera detenzione del potere? L’eccentricità, il non allineamento, egualmente, ris-petto all’intorno assiologico nostro, l’etero-dossia altresì nei con-fronti dell’orizzonte culturale, etico e valoriale del nostro tempo, di un perimetro epperò e di un periodo che, precisamente nostro, non fu il loro, di un templum ovvero e di un mondo che, ancora, in re-lazione al nostro, dis-chiude a punto dis-tanza, dif-ferenza, alterità, iato.
Ma, la semplice constatazione della diversità non basta a conferire legittimità alla distruzione dell’altro-dal-delente, e tanto meno è bastevole ad autoreferenziali legulomani giusnaturalisticamente proclamanti – con a punto inaudite, alla Storia stessa, adersione ubristica e avversione superba – se stessi idonei e degni di legiferare una volta e per sempre e per tutti gli uomini, oltre lo spazio, il tempo, le civiltà, e con norme addirittura retroattive; occorre, infatti, anzitutto distruggere la possibilità stessa dell’aprirsi della differenza, l’eventualità medesima quindi del darsi dell’alterità, in modo da annullare ogni potenziale distanziamento dall’orizzonte del profligante, al fine di ridurre a nulla ogni possibile terreno di dimora del contraddittorio.
Come, dunque, in conclusione di questo primo nostro punto "nietzschiano", poter tenere inconcussa presso Verità tale elevazione di liceità iconoclasta? Certamente erigendo a unico modello metastorico possibile il nostro intorno assiologico, certamente, altresì, imprimendo il carattere della Necessità e dell’Assolutezza – egualmente dell’Eternità che non consente né concede articolazione storica alcuna al sé suo ipseitalmente continuo – alla nostra, in vero sempre e per necessità contingente, così caduca e imperfetta, come differente e concussibile, identità culturale contemporanea.
2. Siamo purtuttavia ancora manchevoli nell’indicazione piena dei fondamenti del furore odierno: non è sufficiente, infatti, definire noi stessi come gli unici uomini giusti nella storia dell’umanità, sì propriamente assoluti e incontrovertibili a punto da ergerci a metro di valutazione di ogni civiltà: il passato stesso non può più erigersi come un immutabile contro il bastione – crono-topico – del quale la nostra volontà di adeguazione all’Uno del Niente inautentico, ovvero ottenuto per delezione del già essente, debba arrestarsi, digrignando i denti, almeno finché la volontà non affermi: “Così ho voluto che fosse!”
Ed ecco che l’Uomo-in-sé brama, concupisce, teme, lotta, soffre e gioisce esattamente sempre allo stesso modo e per le medesime cose; così va dipinto e descritto, acclimatandolo a noi in una sorta di interpretatio graeca di costumi e aspirazioni, pensieri e pulsioni. Chiunque, da europeo non compiutamente “anglosassonizzato”, abbia visto un film storico hollywoodiano degli ultimi 50 anni, comprende immediatamente ciò di cui qui andiamo scrivendo.
Quale altro scopo hanno, altresì, la propaganda del darwinismo inglese e delle neuroscienze americane se non proprio – essenzialmente – l’omologare e il ridurre all’Uno meta-storico o trans-kulturale l’Umano tutto?
Se, in ultimo, teniamo insieme, da una parte, l’auto-elezione dell’orizzonte culturale nostro attuale a modello – ribadiamo: meta-storico e trans-culturale – di Verità, Bontà e Giustizia, con, dall’altra, la tensione all’omologazione – planetaria tanto quanto, a punto, diacronica – del diverso all’Uno-del-sempre-Eguale, che cosa potrà mai permanere oltre cotale furore totalitario e parmenideo d’epurazione del di-vergente e del di-stante?
Forse Aristotele, “lo maestro di color che sanno”? No, definì le donne uno scarto della Natura pur utile all’uomo, create per sovrabbondanza di materia; ma potremmo sempre trasformarlo in un’icona gay della classicità.
Forse Dante, che così, magister sapientium, lo definì? Certamente no, fu infatti islamofobo, condannando agli inferi Maometto; ma potremmo sempre instradare le sue opere verso una lettura gender, giacché egli pur “diede agency alle donne”.
Forse i nostri summenzionati Cesare, che conquistò le Gallie, e Pompeo, che impose legge e stanzialità ai pirati cilici? Giammai no! Furono proprietari di schiavi e autocrati! Ma forse la loro attitudine al comando, la loro leadership, potrebbe essere presa a modello e spesa in qualche seminario sul management aziendale.
Così procedendo, invero, non resterà più nulla di altro rispetto alla nostra civilizzazione. E, nondimeno, se concordiamo con la nostra tesi, qui anapoditticamente (pro)posta, secondo la quale l’essenza dell’attuale Zeitgeist sia la delezione medesima, dunque la di esso pars construens, la sua propria positività, è il mero “Détruire, encore détruire, toujours détruire”, cioè a dire la riconduzione di ogni pienzza positiva nel niente dell’indifferenziato e dell’aoristo, apparirà allora del tutto autoevidente l’evento – una volta consunto completamente il contraddittorio, il tutto del distruggibile – dell’estinzione per autodistruzione o cannibalizzazione della propria ultima positività, l’essenza stessa: negare e distruggere ogni positivo, ogni identità.
E, difatti, questo nostro Tempo, sub ultimo, comporta nella Storia ovvero dimostra lungo il Sentiero del Giorno, il segmento che corrisponde al terzo movimento del Tetraedro (Én-ΔIÀ-Dyoĩn) del Destino, la penultima Hédra, l’entelechia dell’Era Deuteriore sicché l’adersione del proscenio escate stesso dell’Esserci, la Notte del Mondo, die Menschendämmerung