La lingua, affermano tali “filosofi” analisti e pragmatici, naturalmente anglofoni e allignati nell’orizzonte culturale filogeneticamente congiungente David Hume e Charles Peirce, nonché, ed elettivamente, i corsari e i commercianti di Elisabetta I° d’Inghilterra e i Ceo di Vanguard Group e BlackRock, è prãxis, azione: ogni atto linguistico ha una struttura e un contenuto (locuzione), uno scopo (illocuzione) e appunto un effetto (perlocuzione), e questo effetto sul ricevente può senz’altro disporsi disequazionalmente rispetto all’obiettivo del trasmittente, creando così conseguenze – sul mondo, nel farsi evento sociale dell’atto linguistico – che sfuggono, o possono sfuggire, al controllo dell’agente linguistico primo.
Ebbene, questi rivoluzionari della linguistica non sospettano minimamente in quale abisso le loro incipriate “coiffes” casual Stars and Stripes sono – da sempre – gettate, non sospettano ossia – e non possono certamente farlo, stante precisamente detto orizzonte a loro almo – quanto sia profondo e coimplicativo il legame tra Uomo, Mondo (= Essere) e Linguaggio; non lo sospettano, ma sarebbe sufficiente tracciare, più compiutamente, la sovraccennata direttrice di sviluppo di esso solido terreno in cui, gambe e collo in ceppi, si affannano ognora, per suggerire loro una comoda inferenza perlomeno della superficie di tale abisso dal quale, detrusi, vedono e additano ombre.
Nondimeno, l’estensore dell’articolo “La viralità del linguaggio bellico”, pubblicato sul mensile Vita, il 26 marzo 2020, ci tiene a ribadire, in esordio, questa profonda verità universalmente riconosciuta dall’autoreferenziale mondo accademico a trazione angloamericana:
<< Le parole non solo descrivono il mondo. Le parole contribuiscono a crearlo. E agiscono. Agiscono su ciascuno di noi e ci portano ad agire, in un modo piuttosto che in un altro. Lo spiegano la linguistica e le neuroscienze applicate; lo sanno mamme, psicologi, educatori per semplice buona pratica quotidiana >>.
E per quale ragione ci si fa dono di cotanta sapienza? Per ammonirci a non usare parole evocative di scenari bellici nel descrivere la situazione pandemica in cui ci troviamo.
<< E in questi tempi di emergenza sanitaria per la diffusione del virus Covid-19, in Italia e nel mondo, la cornice retorica attiva è di certo quella della guerra, con tutto il suo portato simbolico ed emotivo >> .
Quali esiziali conseguenze può dunque avere il pescaggio da questo bacino semantico-concettuale? Risponde, per tutti noi, e certo lo ringraziamo, “il collettivo” Wu Ming 2:
<< Una cornice retorica è un sistema di metafore che determina il nostro modo di pensare […]. Se parlo del contenimento di un contagio come di una guerra, con i suoi caduti, i suoi eroi, i suoi martiri, i bollettini giornalieri dal fronte, gli ospedali come trincee, le battaglie quotidiane, gli alleati, il virus che diventa "un nemico", questo mi porterà ad applicare la stessa cornice anche ad altri casi, quasi senza accorgermene. In tempo di guerra, chi esprime delle critiche sulla condotta dei generali è un disertore, chi non si allinea al pensiero dominante è un traditore o un disfattista, e come tale viene trattato. In tempo di guerra, si accetta più facilmente la censura, l’esercito per le strade, la restrizione delle libertà, il controllo sociale. In tempo di guerra si è tutti al fronte, tutti sottoposti alla legge marziale, tutte e tutti con l’elmetto in testa. A forza di evocare metaforicamente la guerra, ecco che la guerra arriva davvero >>.
Ci sentiremmo di tranquillizzare il collettivo: le truppe corazzate della Protezione Civile, guidate dal feroce e per nulla paffutamente pacifico e rubicondo generalissimo Angelo Borrelli, sconfitto il virus, non marceranno verso Tripoli o Addis Abeba…
Proviamo altresì a spiegar loro – certo, se ci concederanno un momentaneo gentil discendere da quel pulpito d’avanguardia e modernolatria che taccia immediatamente d’oscurantismo retrogrado e ignoranza passatista chiunque non sia perfettamente allineato a detto punto escate, per pari immediatezza anapodittico, di sommità e compiutezza della Storia – quale sia il fondamento “antropologico” che collega l’evento della guerra all’attuale emergenza pandemica.
Perché, “in tempo guerra, chi esprime delle critiche sulla condotta dei generali è un disertore, chi non si allinea al pensiero dominante è un traditore o un disfattista”? Perché, “in tempo di guerra, si accetta più facilmente la censura, l’esercito per le strade, la restrizione delle libertà, il controllo sociale?”
Semplicemente perché nelle situazioni estreme (guerre, epidemie, carestie), ove in gioco è il Bene supremo, cioè la vita degli individui e la sopravvivenza stessa della Comunità, “naturalmente” la Comunità medesima, ovverosia lo Stato, il “Collettivo” appunto, torna a “legittimamente” soverchiare l’interesse privato, egualmente l’eccentrico e centrifugo egoismo del singolo e della sua per noi (occidentali del XXI° secolo) inoppugnabilmente libera “pursuit of Happiness”, riprendendo quel ruolo di primazialità che invece nella Storia stessa è inciso, indelebilmente, almeno per chi non ha la superbia di considerare tutti coloro che lo hanno preceduto dei “bestioni tutto senso” da reliquere.
Dalle pristine aggregazioni sociali cosiddette preistoriche, sino alle Vorlesungen über die Philosophie der Geschichte di Hegel, è lo Stato, la Res Publica, la Pólis, la Gemeinschaft a circoscrivere il “pomerium” dell’azione del singolo, limitandone le spinte individualistiche che tendono naturalmente a profligare quel “sacro” limite per “accumulare” quanta più “felicità privata” possibile, non semplicemente così danneggiando e depauperando un altrui indistinto, ma anzitutto la sua ipostasi organizzata istituzionalmente (e certamente circoscritta nello spazio da linee distintive che accomunano l’interno, altrimenti disperso e annullato nell’aoristia dell’Uno-metastorico, nella contraddistinzione dall’esterno).
Ma ecco che il nostro tempo – sommamente rivoluzionario – ribalta, o si illude di aver rovesciato, questo rapporto di forze, forse semplicemente narcotizzato dal loto della tecnica e del benessere.
E, nondimeno, ecco che nell’evento dell’estremo pericolo, l’Antico sembra tornare a reclamare il proprio diritto naturale di relazione gerarchica tra Popolo/Polis e Individuo/Cittadino.
Ed ecco, pertanto, lo spettro che terrorizza gli aedi del modernismo a trazione “Onu”, cioè, come sopra, a panopliale propulsione angloamericana, gli aedi e anzitutto i loro, da loro più o meno consaputi, mecenati: come potrebbe mai, infatti, un Mr Rothschild accumulare, da privato cittadino, capitali soverchianti i capitali di intere comunità, se la Comunità tornasse a soverchiare il singolo (nonché se le comunità, e i mercati, fossero molte, e molti, e non invece una, e uno)? Non potrebbe, semplicemente.
Se davvero l’altrimenti esclusivamente tragica vicenda che stiamo vivendo potesse riportare in auge l’eco dell’Antico pomerium comunitaristico, potremmo forse vedere nell’imperscutabilità di questo darsi esiziale del Destino comune, l’ambiguità di una vox media che il Sacro stesso incarna; ma non sarà così: i mastini della nuova megalopoli mondialista vigilano, come abbiamo letto, e nol consentiranno.
Torniamo dunque a loro, per leggere la controfirma apposta in calce all’appello del collettivo da Massimo Vedovelli, “fondatore dell'Osservatorio linguistico dell'italiano diffuso fra stranieri e lingue immigrate in Italia, Centro di Eccellenza della Ricerca istituito presso l'Università per Stranieri di Siena, di cui è stato Rettore”, dunque non certo una Vox clamantis in deserto, bensì un architrave del nostro mondo accademico, del nostro comune sistema del sapere:
<< Indubbiamente le indicazioni che vanno a toccare l'organizzazione della vita individuale e sociale richiedono una forza cogente che spinga ad attuarle. Da qui, la grande metafora della guerra, del fare fronte contro il nemico per coinvolgere tutti i cittadini in una adesione compatta a un modello di comportamento. Un'altra comunicazione è possibile? Certo, basata sulla ragione o almeno su un'etica della comunicazione che miri, da un lato a 'lottare contro l'inesprimibile', dall'altro a creare la relazione sociale. Ossia, da un lato, cercare le forme di identità del fenomeno, nel rispetto del discorso scientifico innanzitutto, per conquistarci una facoltà di analisi razionale, sul piano della condivisione sentita da tutti. E dall'altro, ricreare una nuova relazione fondata sul logos, sul dialogo, sulla ricerca di un nuovo sguardo reciproco: fra vicini di casa, fra persone che si parlano dai balconi, nei rapporti umani più stretti. Ciò che finora si era perso nella nostra forma di vita contemporanea. Anche perché oggi l'uso della metafora bellica sta appiattendo su un'unica modalità la visione dello stare insieme come società complessiva e di nuovo, i fautori dell'odio contro l'altro, contro chiunque altro, hanno trovato nel virus e in questa sua narrazione, un'ulteriore occasione per alimentare chiusure, barriere, scontri >>.
Ovverosia, traducendo: non solo lo Stato non può limitare l’azione del singolo, neppure quando tale azione metta a rischio la salute e la vita stessa degli altri individui, ci mancherebbe altro, non siamo certo cinesi! (cinesi che, infatti, nonostante l’iniziale sottovalutazione e tentativo di insabbiamento, hanno attualmente il 20% dei nostri decessi, a fronte di una popolazione che è di circa 23 volte superiore alla nostra…, ma noi siamo civili, liberi e liberali, emancipati e tutto condividenti, persino gli agenti virali, moderni e postmoderni, belli, progressisti e ricolmi di followers e di experience…), ma non può neppure usare un linguaggio che sia troppo coercitivo nel chiedere per favore (e financo nel chiedere supplice) ai propri cittadini di rispettare quelle leggi che tutelano la salute pubblica! Altrimenti ecco che veniamo subito bacchettati e ammoniti: “la lingua, ricordate, agisce sul mondo…”
E guai a odiare il virus! Guai a lottare contro di esso! La guerra è da barbari (e non certo da mercanti, aggiungiamo noi, archetipicamente rievocando il suddetto Mr Rothschild, che certamente non potrebbe accumulare quei soverchianti capitali durante una guerra, neppure se vendesse armi a entrambi i belligeranti; fidatevi, di Werner Sombart anzitutto [cfr. Händler und Helden, 1915], “lui” vuole la pace più di John Lennon e Gandhi marcianti insieme, e non certo per disinteressata filantropia!). Guai a dichiarare di voler distruggere e annientare questo nemico infame, che uccide migliaia di nostri fratelli, guai a gridare di volerlo vedere profligato e smembrato, issatone il ceffo in picca, guai anche solo a chiamarlo nemico! No, dobbiamo definirlo “il principale esponente della coalizione a noi avversa”…
Altro che Tramonto dell’Occidente, qui ormai s’è fatta Notte, fonda, e di retro alla Notte dell’Occaso, già albeggia la Weltnacht.
Ma concludiamo questo ulteriore appello dell’intellighenzia nostra unita e militante (anzi, “civilmente attiva”) a “restare umani” (possibilmente, nondimeno, aggiungiamo noi, restando e umani e umani vivi...), con Marino Sinibaldi, direttore di RadioTre, che prima di ogni cosa ci invita “a riflettere sulla miseria del nostro immaginario per cui ogni volta che c’è da affrontare una sfida o una crisi parliamo sempre e solo di guerra” (e dopo aver riflettuto, ci verrebbe da chiedergli dove è stato negli ultimi 10 mila anni…):
<< La metafora bellica è sbagliata perché non è una guerra, non c’è un nemico che sta oltre una linea, un confine, una trincea. Un "altro" straniero e nemico. Il nemico è comune e gli altri sono nostri alleati. Solo condividendo gli sforzi, le cautele, i sacrifici potremo vincere il virus e solo con la fiducia, cioè fidandosi e comportandoci in modo da ispirare fiducia. Tutto il contrario di una guerra. E poi una guerra ha un fronte dove stanno alcuni. Qui il fronte non c’è o siamo tutti. La guerra in fondo deresponsabilizza delegando a chi combatte (la prima linea, eccetera eccetera...). Qui siamo tutti responsabili >>.
Lo status di nemico, anzitutto, non è determinato dalla di esso “essoteria”, bensì proprio dalla sua collocazione in una regione che sta Über die Linie, ovvero oltre la linea del fronte, della distinzione, oltre quella linea ossia che aduna e immedesima noi, posti al di qua di essa, giacché non siamo con il nemico, giacché siamo di contro a lui, altri e diversi da lui, da lui dimorante al di là di essa, nella nostra contraddittorietà che ci fa essere ed essere noi.
<< Ogni guerra su due fronti solleva la questione su chi mai si debba considerare il vero nemico. Non è forse un segno di scissione l'avere più di un solo vero nemico? Il nemico è la messa in questione di noi come figure. Se la nostra figura è determinata con chiarezza, come si crea questa duplicità del nemico? Il nemico non è qualcosa che si debba eliminare per un qualsiasi motivo, o che si debba annientare per il suo disvalore. Il nemico si situa sul mio stesso piano. Per questa ragione mi devo scontrare con lui: per acquisire la mia misura, il mio limite, la mia figura >>.
[Carl Schmitt, Teoria del partigiano, Adelphi, Milano 2005. Theorie des Partisanen, 1963]
Certo, e su ciò possiamo addirittura dichiararci consentanei: esattamente condividendo gli sforzi si vince, ma è proprio così che si vincono le guerre, e chiunque conosca la Storia – e anzitutto chiunque l’abbia fatta, anche combattendo – lo sa; ma cosa significa, da ultimo, e dove trova il proprio fondamento, condividere gli sforzi se non appunto essere una Comunità e una Comunità resa compatta propriamente dall’opposizione a un nemico comune che non consente continuità e connivenza con esso ad alcun singolo individuo?