Eventi ed epifenomeni nel crepuscolo della civilizzazione occidentale
Ottobre 2020 - Alberto Iannelli
<< Il tellurismo nella sua materialità cede al più alto principio solare, la concezione ctonia della forza al riconoscimento della sua natura uranica. Il principio apollineo della luce si eleva al di sopra di quello poseidonico–plutonico […]. Il tellurismo, con tutta la sua oscura potenza, si è piegato di fronte al superiore diritto celeste del dio pitico, e ha subordinato i suoi antichi diritti a quelli del nuovo dio >>.
Così, nel 1859, in Versuch über die Gräbersymbolik der Alten (Il simbolismo funerario degli antichi, Guida, Napoli 1980), J.J. Bachofen proclamava, con tutta la propria solenne autorità ancor d’antico regime, l’evento originario della nostra Kultur: la vittoria di Apollo su Pitone, il Trionfo ovvero della Volontà che de-cide l’a-oristia della tenebra ctonia, dell’ofioide altresì equoreità ancestrale (Ur-Zeit) le cui spire avvolgono la nostra più remota antecedenza come un abisso di bruma atro e compatto, sinechiale, che non consente né tollera alcuna determinazione dei propri oscuri fondamenti o fenditura dei suoi confini ultimi, non a punto almeno fin quando il Sole (*Dyeus P∂tēr) non trionferà del tumulo (Kurgan) che s’erge maestoso nella steppa, lungi saettando il proprio principio eidetico-distintivo nell’incontro ecoico-effusivo con l’acciaio aderto in concentrico o comitale tributo all’alba escate e all’ulteriorità ultima.
Nel principio del nostro esistere storico dunque – o, piuttosto, nel principio del nostro esistere ecistico-diasporico 1 –, il Seme si afferma sul Solco tellurico, Zeus su Demetra, gli Olimpici sui Titani, la Forma sulla Materia, l’haecceitas inclite e irripetibile dell’eroe effimero sull’illimitatezza dell’infinito ricorrere spiroide del sempre medesimo, contro cui non alcuna eccezionale individualità (Geist) può mai stagliarsi; il De-stino individuale (*klewos *ndhgwitom) come Destino Comune (Ge-schichte), ancora, sull’Assenza di Destino dell’eterno collettivo (Physis aeì sozoméne), o, a punto, Perseo sulla Gorgone anguicrinita, i bellicosi e patriarcali popoli indoeuropei e i loro dèi celesti sulle ireniche e matrifocali popolazioni autoctone dell’Europa antica e sul Mutternich della Grande Dea Madre paleolitica.
<< È all’uomo che spetta il diritto di vita e di morte, perché è lui […] che ha portato nel mondo il movimento della vita e della morte, con la sua attività sulla materia […]. C’è sempre lo stesso rapporto tra l’uovo e il serpente: da una parte la donna, dall’altra l’uomo; il principio originario materiale – e la vita sviluppata; l’idea dell’abbondanza materiale – e quella della forza attiva e della sovranità; l’idea della quiete e della conservazione – e quella del conquistare, lottare, accrescere, della guerra di conquista e di difesa >>.
J.J. Bachofen, cit.
Questo è ciò che irreversibilmente è stato. Per noi Indo-europei almeno. Questo, nondimeno, si appresta a divenire il retaggio dell’integralità del Mondo, giacché la Terra veloce veleggia verso il Nomos dell’Unità compatta e continua, a nove braccia di profondità sospinta all’ultimo approdo dallo Spirito che da principio dimora nella regione dell’estremo.
E, nondimeno, oggi, una scultura di sette piedi (creata in verità nel 2008) raffigurante Medusa ultrice nell’atto di ostendere il capo mozzato del suo “abusatore” mitico, s’aderge trionfale a New York, dinnanzi alla Suprema Corte di Manhattan, in cui Harvey Weinstein è stato processato e condannato nel febbraio di quest’anno.
Come dobbiamo, dunque, collocare autenticamente questo epi-fenomeno che sembra contraddire e financo controvertere l’epopea di quella civiltà – la nostra ora in predicato di divenire l’universale – che fondò il proprio autodeterminarsi precisamente nella recisione – emblematica – del ceffo ctonio impietrante?
Immediatamente potremmo essere indotti a produrre la seguente inferenza: se i popoli indoeuropei, bellicosamente fuoriuscendo dalla propria Ur-Heimet, nell’Ur-Zeit della nostra Kultur, ora come detto pressoché mondiale (Zivilisation), conferiscono Destino al Mondo tutto oltre il loro proprio mondo originario, soppiantando – elettivamente nel Mediterraneo – le civiltà matriarcali autoctone, la figlia di Forco che issa il capo dell’eroe prole di Zeus dà simbolo e concede ipostasi al tramonto della civiltà indogermanica, aprendo altresì al conseguente e successivo ritorno restaurativo del Matriarcato egeo, ora nonpertanto – questi e non la civiltà patriarcale kurganica che lo soppianta nel Neolitico – in predicato di estendersi sino ai confini estremi del Tutto: la globalizzazione della talassocrazia emporeutica anglosassone consentirebbe dunque non solo il ritorno del Mutternich antico europeo, bensì la sua stessa diffusione sans frontières.
Vedremo come solo la prima parte di questa conclusione congetturale colga nel vero, desnudando la Destinazione stessa della Storia dell’Esserci.
Non è di nostro interesse, lo precisiamo in principio di apodissi, prendere qui parte nella questione circa l’essere o il non essere tutt’ora in vigore – nel mondo – di una cultura a predominanza maschile che soggioga il femminile in molti ambiti particolari dell’esistere, e non è di nostro interesse proprio giacché questa patentemente e anapoditticamente ancora occorre in atto, in buona parte del globo.
Ciò di cui qui, pertanto, si dà questione è l’indagine della coimplicazione – che in ipotesi presupponiamo proporsi all’Apparire evenemenziale – tra l’essenza del nostro Tempo e l’epifenomeno della sovversione del mito di Perseo e Medusa.
Dalle pagine di questo nostro spazio di Alterità rispetto allo Zeitgeist postmoderno e di contestazione al Potere in esso vigente e viepiù tutto dominante, persino l’ordinarsi del discorso storiografico e veritativo, dimostrammo già come il Sollen dell’omologazione totale ottenuta per nullificazione sicché iconoclastia del già composto in forma e distintività ecceitale, “digrigni” nietzschianamente i denti contro la stessa pretesa di immutabilità del passato, giurisdizione e status d’immodificabilità dell’essere-stato che deve invece ora venire anch’essa afferrata, “stuprata” e plasmata a immagine e somiglianza dell’odierno nostro orizzonte valoriale e culturale, in quella che ormai è sotto lo sguardo di tutti i desti quale continua interpretatio graeca di ogni sclerosi identitaria eterodossa che osi elevarsi inconcussa contro l’intorno assiologico assolutista coevo (Il Totalitarismo della Tolleranza).
Pensare a Perseo, pur se trasposto in chiave di simbolo, come a un produttore cinematografico americano fallocrate e sopraffattore, rientra senz’altro in questa assenza completa e perfetta di prospettiva storica, elettivamente incarnata da quel popolo che, per Destino, “ha occhi privi di Lontananza”, ossia precisamente di destinazione alla postremità, tutto, com’è, concentrato sull’eterno presente del calcolare e del commerciare.
Proviamo dunque ulteriormente a definire lo Zeitgeist contemporaneo, per poi affissare il volto aprico o atro dell’apofansi che predica l’immorsatura tra codesta essenza e il fondamento dell’epifenomeno qui in oggetto, col preciso scopo di verificare la tesi che sovra predice il volgere al tramonto della Civiltà indogermanica, soppiantata dall’antica e ancestrale antecedenza europea-mediterranea.
Si prenda principio dall’escussione dell’essenza, presta innanzi a noi e preclara stagliante l’effige dell’Odierno nostro:
<< Dappertutto assistiamo alla preordinata e sistematica distruzione di ogni statuizione identitaria, di qualsivoglia individuazione distintiva, di tutte le differenze e anzitutto della Differenza stessa, tanto che è proprio questo impeto iconoclasta e riottoso a ogni adersione eidetica, a ogni posizione precisa o decisa partizione dell’insé, egualmente a ogni appropriativa o immedesimativa posizione d’alterità contro l’altro tutto, a definire la Forma, l’Ecceità, l’Aspetto essenziale del nostro Tempo, la cui Figura, pertanto, non può non essere ora determinata e qui dimostrata (Deiknýnai) se non giacché compito (Sollen) di ridurre tutto ciò che è – dunque, per sinolare bicondizionalità, tutto ciò che è presso sé – a indeterminatezza ovvero a niente >>.
Qual è, dunque, il fondamento della relazione che coalesce in unità l’Indeterminatezza oggi viepiù invitta col trionfo della Gorgone sull’Agenoricida? La risposta più semplice dimora nella rievocazione della tradizionale associazione – culturale, ossia storica – tra essenza muliebre ed elemento equoreo, tellurico, magmatico, informe e in tanto indistinto in quanto necessitante maschia impressione eidetica e indirizzamento dia-cosmetico. Ma la risposta più semplice non scuote l’essenza qui escussa, giacché non ostende preclara la seminale ragione che inserta inscindibilmente essenza e manifestazione dell’essenza.
Per disporci in cammino verso l’autenticità della corresponsione che già nell’innanzi ci attende retrorsa, anzitutto cerchiamo di non concedere all’altro da noi, a ciò che ossia autenticamente noi non siamo, il fondamento della nostra inaudizione autoctica, cerchiamo ebbene, bicondizionalmente, di non privarci da noi stessi della nostra sovrana signoria (Herrshaft) sull’ente tutto e sulla nostra stessa entità: se, infatti, concepissimo l’orizzonte storico come un proscenio in cui da sempre si dà vicenda della lotta irriducibile tra i sessi (come in Bachofen); o, ulteriormente, se noi imprimessimo a tale contrasto di generi sessuali il carattere dell’eterno; o, ancor più allontanandoci così dall’autentico, se noi divisassimo tale battaglia perenne nella veste di una vicenda in cui ciclicamente conseguono alternanza epoche a predominanza maschile ed epoche a predominanza ginecea, noi penseremmo il nostro Destino comune attribuendo alla di esso essenziale ultra-pienezza ontico-posizionale ovvero steresi olo-escato-trascendentale, gli stigmi propri della Physis, ebbene lo penseremmo inautenticamente. Noi siamo eccedenza abissale, anticipazionalità priva di qualsivoglia fondamento anteriore, noi siamo ulteriorità che autocausativa s’affissa dal principio nella privazione estrema tutto inoltrepassabimente preavvolgendo di potenza.
No, è esclusivamente o, piuttosto, ineccepibilmente, dentro l’orizzonte intrascendibile del pensare (in atto) e dell’esistere umano (storico) che dobbiamo ricercare il fondamento della coalescenza tra Indeterminatezza e Ginecocrazia.
Con ciò non si vuol certo misconoscere il tratto di supremazia e di sudditanza che distingue il maschile e il femminile nel nostro passato e in buona parte, come detto, dell’oggi, così come, in altro contesto, non si vorrebbe rinnegare, ad esempio, la bontà di un atteggiamento terapeutico atto a comprendere le cause del disagio psichico piuttosto che annichilirne il fomite nevralgico, o la giustezza morale dell’inclusività tutelativa di minoranze vessate, a tace poi degli indubbi vantaggi – per i più almeno – comportati dalla democrazia liberale e dall’universalizzazione dei diritti umani.
Ma noi qui si compie venagione prospezionale, epiclesi d’essenze, per cui possiamo certamente concedere agli analisti del quotidiano, che taluni appellano giornalisti, il commento delle escrescenze adiafore secrete dalla Storia, ben consapevoli che la stessa circolazione dei canards tra i commercianti e i banchieri del ‘200, e ancor più dei daily tra i bottegai e gli avvocati cittadini anglo-francesi nel ‘700, non rappresenta certo un epifenomeno eccentrico rispetto alla decollazione di Perseo nell’Odierno, bensì rampolla dalla medesima radice.
Ebbene: Medusa che compie vendetta omicida contro il proprio uccisore mitico, non incarna certo il fenomeno del grande risveglio amazzonistico, non manifesta ovvero lo stadio intermedio antecedente il Matriarcato, che dunque rifondato ci attenderebbe nell’innanzi, ora nondimeno globalizzato; no, la Cetide che decapita Perso rappresenta, restando in ambito archetipico, Rothschild che espropria il corno di Sigfrido, o il generale Patton che sbriciola la terra di Guglielmo il Conquistatore o, ancora, il Serpe edenico che tiene, contrappassisticamente, sotto il proprio calcagno la Vergine: “Medusa con la testa di Perseo” porta sul proscenio del fenomeno storico l’ormai compiuto trionfo della civilizzazione anglo-emporeutica sulla Kultur gotico-faustiana dal cui seno s’effonde senescente e suppurante in ogni parte si sparge serpendo.
Abbiamo già e più volte rievocato – con sommarietà e con dovizia – l’“Epopea dell’Originario” e le “Epoche dell’Umano”, tanto che qui non occorre ulteriormente estroflettere null’altro da esse se non la deissi della loro fondazione (ΔΙÁ).
Tuttavia, non vogliamo lasciare senza alcuna ulteriore esplicazione la tesi testé espressa. Ci affideremo pertanto alla parola di Werner Sombart (Der moderne Kapitalismus, 1902; Il Capitalismo moderno, Ledizioni Ledipublishing, Milano 2020), confidando nell’induzione all’inferenza che essa immediatamente com-porta.
<< Ma da quando l’individuo si è emancipato dalla comunità che a lui sopravvive nella continuità del tempo, il periodo della sua vita diventa la dimensione del suo godimento. Il singolo individuo vuole egli stesso partecipare nella maggior misura possibile al corso delle cose. Lo stesso re vuole abitare il castello che incomincia ad edificare. E quando il dominio di questo mondo passò alla donna, il ritmo col quale vengono procurati i mezzi per il soddisfacimento del bisogno di lusso venne ulteriormente accelerato. La donna non può aspettare. E l’uomo innamorato meno di lei >>.
Non sarebbe essenzialmente differente se parlassimo, invece della genealogia del consumismo, della nascita del giornalismo, come sopra accennato, o del romanzo moderno, o dell’arte come scandalo e avanguardia, o della costitutiva nostra contesa intrapsichica, in perenne precario equilibrio sul filo dell’insania abissale, ma neppure della democrazia liberale o dell’universalizzazione del diritto ancora più sopra evocate: tutto parla della presa del Mercante sul Mondo, della sua lunga adunca mano ormai artigliante rapace l’intero globo, perché è destino che la “seconda civilizzazione” non abbia confini se non il Niente 2.
Non è, infatti, la sombartiana “femminuccia” il fomite del lusso effimero per le masse, dei divertimenti licenziosi e caduchi delle grandi metropoli, del pettegolezzo giornalistico, del pacifismo “a-virile” (“suscitare interesse, conquistare la fiducia, risvegliare la voglia di acquistare: in questo crescendo si manifesta l’efficacia del mercante di successo. Non importa quali mezzi vengono usati a tal fine, basta che non vi sia costrizione esterna, ma solo interiore, che la controparte non accondiscenda al patto di malavoglia, ma per propria decisione. Il risultato del venditore deve essere la suggestione”): è sempre e solo il Mercante, il bio-tipo ossia dominante nella civilizzazione manchesteriana della Civiltà che fu di Faust, l’agente prototipico della cosiddetta Modernità, l’archetipo del nostro Zeitgeist.
È qui, dunque, presso gli Emporeuti e il loro mondo, ovvero nell’inautenticità che s’accuccia presso la terza funzione indogermanica (NOTA), che va ricercato il fondamento autentico e l’archeo fomite del “femminismo” contemporaneo, è qui, in ultimo, che si dis-vela (ἀ-λήθεια): nella volontà del bottegaio di compiere la propria epoca, conformandola a immagine e somiglianza del proprio sé, storicamente, sive destinalmente, inadeguato e risentito, tanto inadatto quanto rancoroso, avvinto all’equoreo e all’aoristo, affine all’antitipico e votato all’ulico, si dimostra ciò che possiede e anima in verità quel simulacro d’ulzione 3.
Ma, il segmento diurno in ultimo adempiuto del Mercante trionfante, il periodo ossia pleno dell’entità esistenziale anti-storica per essenza ed eccellenza, l’entelechia dell’Inautenticità dell’Esserci, non sarà l’Epoca ultima della Storia stessa, bensì il fondo maggiormente imo o l’adempimento dell’Antitesi estrinseca – ebbene massima nel camminamento del Giorno – dalla quale sorgerà il bagliore più intenso, l’attimo escato-asintotico in cui l’enantiodromia dell’esordiale e della formale Partizione endiadica conquisterà finalmente coincentro e concretezza, così come dalla morte di Sigfrido sboccia sommamente corrusco il glorioso clangore del Crepuscolo degli Dei: Kléos Ouranòn ikánei.
1 Nell’esordio, sicché, si intende, nell’esordire del diffondersi del Kulturkreis indoeuropeo oltre l’epicentro dell’Ur-Heimet. Siamo qui, ovvero, sul piano della Storia, giacché entro la struttura originaria del Destino, ebbene nel plesso principiale del Concetto, la De-cisione che di-vide e di-stanzia determinatezza e indeterminatezza, la Domus propria, il sé, e l’al di là s-confinato, l’altro, il Nicht-Ich, è autoctisi così dell’Io come del proprio contraddittorio, tanto del Pomerium quanto del Mondo ostile oltre, autocausazione ex nihilo sui (et subjecti) che determina il medesimo conseguito e causato in antecessore: l’aoristia principia dal “colpo che conferisce il confine”, e principia come antecedente al “colpo” autoctico (Ur-Teilung) stesso.