Secondo Walter Burkert, la nostra filogenesi deve affatto di più al sangue che al seme
1: l’uccidere vittime puntella l’evoluzione dell’uomo, così la sua psiche individuale, come la collettiva divenuta ordinamento e istituzione, rito e legge
2.
Comportandoci dal recedere al decedere, rievochiamo la tesi, già incontrata, di Max Scheler, statuente l’esperienza della direzione di morte quale evento coinvolgente a priori ogni percezione possibile del divenire – di sé e del mondo –, fondamento sicché di ogni coscienza vitale, struttura originaria dell’
Erlebnis organico. E la rammemoriamo per porla ora in relazione con la celebre dottrina heideggeriana dell’Essere per la Morte, apparentemente antipoidea. Il filosofo svevo, infatti, in
Sein und Zeit, ascrive l’
Ereignis della Morte esclusivamente alla dimensione dell’Esserci; anzi, proprio questo evento costitutivo ne definisce e dipartisce l’ecceità dell’esistenza:
Nessuno può assumere il morire di un altro […]. Ogni Esserci deve assumersi in proprio la morte. Nella misura in cui la morte “è”, essa è sempre essenzialmente la mia morte. Essa esprime una possibilità di essere caratteristica, in cui ne va dell’essere puro e semplice di un Esserci sempre di qualcuno. Nel morire si fa chiaro che la morte è costituita ontologicamente dal carattere dell’essere-sempre-mio e dell’esistenza.
3
L’Esserci, invero, è, per definizione ovvero secondo essenza, quell’ente per il quale, a ogni istante, ne va del proprio stesso essere. Ciò significa che non alcun altro ente, organico o anorganico che sia, esiste, cioè a dire si trova già e sempre (gettato) nella consapevolezza (
aut appercettiva,
aut percettiva) della propria finitudine: precisamente il cor-rispondere a questo evento fondativo, ritenendone la (pre-)cognizione strutturale salda nell’
Andenken, appercependola a punto,
scegliendola sicché, conferisce all’esistere antropico autenticità (
Eigen-tlichkeit), quindi ad-propriazione-a-sé (
eigen), conquista dell’essenza ebbene, coimplicativamente, dis-tacco – ontognoseologicamente dis-adombramento e dis-allontamento (
a-létheia) – dall’im-personalità del “Si”, trattenendosi presso la dimensione ottenebrante del quale, all’opposto, il
Dasein si perderebbe, smarrendo così, al contempo, la rettitudine “corrispondentista” (
Orthótes) tra sé e il mondo, tra sé e gli enti intramondati semplicemente presenti e (cor-rettamente) utilizzabili.
La mortalità, pertanto, per Heidegger, non solo è autenticamente “pre-vivibile” esclusivamente dall’Esser
ci, ma neppure può essere pensata quale attribuzione
compartecipata con necessità da ogni individuo inerente, perciò stesso, codesta predicazione universale (come è, ad esempio, riprendendo la notazione 42, la “logicità” nella definizione che Aristotele dà dell’uomo: se siamo uomini, non possiamo non pensare e asserire, altrimenti saremmo
ómoios phytó), rappresentando piuttosto
una possibilità (il fondamento dell’essenza dell’Esserci è la pre-disponibilità della Morte – il Ni-ente dell’esistenza – a essere scelta [
zum: rivolto verso] quale fondamento dell’esistenza [ove il
de-cidersi-per ne rappresenta l’essenza], ma un fondamento siffatto, deietto nella contingenza della riscelta,
è, in verità, a-bisso [
ab-grund: assenza di fondamento]), precisamente un’apertura esistenziale che, come detto,
se de-cisa,
se (pre-)ad-sunta, individualizza ovvero di-partisce il singolo dal collettivo, proprio poiché “nessuno può assumersi il morire di un altro”
4.
E, nondimeno, qui riconvergendo verso Scheler e l’antropologia filosofica, lo stesso Heidegger concepisce l’evento del decedere non mai quale accidente contro il quale la Vita (per Scheler), ovvero l’esistenza sempre nostra (per lui), “incappa” esclusivamente in fine, quasi fosse inciampo adiaforo, bensì in quanto l’originario quindi a punto l’apriori che, ultimo, da sempre e sempre ci precede, ebbene, egualmente, il fondamento, nell’accezione sopra espressa, tutto co-involgente: omnianticipare essendo l’estremo epperò, al contempo,
e l’ineluttabile
e l’ineluttabile in postremità, significa pertanto, anche per Heidegger, omni-avvolgere (
Umgreifende), preafferrare invero ogni sopraggiungenza tra principio e compimento – ogni attimo esistenziale, ogni esperire biotico del trascorrere del tempo, nonché ogni individualizzazione gettata nell’orizzonte “dinamico” (
geschehen) del categoriale –, epperò trascendere ex-staticamente il presente in direzione dell’Avvento. Precisamente nell’aprirsi anzitutto all’assolutezza dell’impossibile, il
non plus ultra dell’esistere, proprio, parimenti, anticipatamente decidendosi all’
essere per la morte, ogni impossibilità altra diviene ri-possibilizzata, altresì relativizzata, ebbene ri-aperta. La de-cisione (
Vorlaufende Ent-schlossenheit) anticipatrice è, infatti e perciò stesso, dischiudimento (
Er-schlossenheit) autentico del possibile, dell’altrimenti-essere. Questa possibilità aprioristica della decisione disserrante comporta la co-esordiale evenienza che all’Uomo sia non pre-cluso un Mondo, un Avvenire, l’incontro con gli altri Esserci (il
Mit-Sein), nonché con gli enti intramondani tanto semplicemente presenti – a ogni grado della catena e dell’organico (Plessner), e dell’ontico (Agostino) –, quanto, e all’opposto, già e sempre interdetti al Cosmo
5, confinati nel proprio ambiente [An (Animale) ⇔ Am (Ambiente)]: l’apertura tutto sempre anticipante – per noi la
Partizione originaria –
fonda, pertanto, nel modo esposto, il carattere ex-statico [U (Uomo) ⇔ M (Mondo) ⇒ ⇒] dell’ex-sistenza nostra, ebbene il nostro sempre (= essere, essenza)
Poter-Essere (altrimenti), il
Sein.
La morte […] è prima di tutto un’imminenza che
sovrasta […]. La morte è una possibilità di essere che l’Esserci stesso deve sempre assumere da sé. Nella morte l’Esserci sovrasta a se stesso nel suo poter-essere
più proprio […]. In questa possibilità ne va per l’Esserci puramente e semplicemente del suo essere-nel-mondo. La morte è per l’Esserci la possibilità di non-poter-più-esserci. Poiché in questa possibilità l’Esserci sovrasta a se stesso, esso viene
completamente rimandato al proprio poter-essere più proprio […]. Questa possibilità assolutamente propria e incondizionata è, nel contempo, l’estrema. Nella sua qualità di poter-essere, l’Esserci non può superare la possibilità della morte. La morte è la possibilità della pura e semplice impossibilità dell’Esserci. Così la morte si rivela come la possibilità
più propria, incondizionata e insuperabile […]. La sua possibilità esistenziale si fonda nel fatto che l’Esserci è in se stesso essenzialmente aperto e lo è nel modo dell’“avanti-a-sé” […]. La possibilità più propria e incondizionata è
insuperabile. L’essere-per questa possibilità fa comprendere all’Esserci che su di esso incombe, come estrema possibilità della sua esistenza, la rinuncia a se stesso. L’anticipazione non evade l’insuperabilità come fa l’essere-per-la-morte inautentico, ma, al contrario, si rende
libera per essa. L’anticipante farsi libero per la propria morte affranca dalla dispersione nelle possibilità che si presentano casualmente, di guisa che le possibilità effettive, cioè situate al di qua di quella insuperabile, possano essere comprese e scelte autenticamente. L’anticipazione dischiude all’esistenza, come sua estrema possibilità, la rinuncia a se stessa, dissolvendo in tal modo ogni solidificazione su posizioni esistenziali raggiunte. Anticipandosi, l’Esserci si garantisce dal cadere dietro a se stesso e alle spalle del poter-essere già compreso. Poiché l’anticipazione della possibilità insuperabile apre nel contempo alla comprensione delle possibilità situate al di qua di essa, essa porta con sé la possibilità dell’anticipazione esistentiva dell’Esserci
totale, cioè la possibilità di esistere concretamente come
poter-essere totale. La possibilità più propria, incondizionata e insuperabile è
certa. La modalità
del suo
esser-certa si determina a partire dalla verità (apertura) corrispondente. Ma la possibilità certa della morte apre l’Esserci come possibilità solo se esso, anticipandosi nella morte,
rende possibile a se stesso questa possibilità come il poter-essere più proprio. L’apertura della possibilità si fonda nella possibilizzazione anticipatrice […]. Nell’anticipazione, l’Esserci può accertarsi del suo essere più proprio, della sua totalità insuperabile […]. La decisione anticipatrice fu determinata come l’autentico essere-per la possibilità caratterizzata come la pura e semplice impossibilità dell’Esserci. In tale essere-per la propria fine, l’Esserci esiste autenticamente e totalmente come l’ente che esso, “gettato nella morte”, può essere […]. Col fenomeno della decisione ci troviamo in cospetto della verità
originaria dell’esistenza
6.
Spostandoci ora – con solo apparente eccentricità topica – sul piano del diritto, persino il giurista Carl Schmitt evoca il nulla nella definizione della sovranità, ponendolo a fondamento della decisione che, precisamente se e allorché a-bissale, immediatamente redimisce il deliberante, nell’automanifestatività della potestà regale (
Selbstmachtigkeit): “sovrano è colui che decide sullo stato di eccezione”
7. Lo stato di eccezione è il fondamento che
legittima la sovranità poiché è il nulla-della-
legalità, ovvero del già esserci della norma, dell’attualità
sub specie iuris. L’atto della decisione sovrana, pertanto, è
autoctisi del potere (
Legitimität), ovvero, sul piano teologico,
miracolo (emersione del Dio e della di esso
omnipotenza nella sospensione di
ogni antevigente legge di natura). Lo stato di eccezione,
rendendo nullo ogni fondamento pregresso di legalità, consente pertanto alla decisione sovrana di essere, heideggerianamente, autentica.
Concludendo la nostra veloce collazione intesa a distendere la coimplicazione tra decedere e decidere, cioè a dire l’innervarsi fondativo della Morte sin dentro i precordi ancestrali dell’umanità, nell’essenza stessa dell’esistere nostro, rievochiamo, pur agilmente, la qui schematicamente predisposta rifondazione categoriale meontica, in accordo alla quale è l’apparire – così abissale come a-reattivo – del Niente (l’
Ur-Teilung, con predicamento filosofico, la Morte, in paludamento antropologico) a consentire il dimostrarsi delle conseguenti antinomie costitutive: Io e Non-Io, Essere e Non-essere, Identità e Alterità.
Allo stesso modo, l’evento autoctico epperò infondato del Ni-ente (piano dell’Essere), della Soglia (il De-cidere, piano del Pensiero) e della Morte (piano dell’Esistenza), dischiude lo Spazio-Tempo: l’affissarsi epilogale del decedere, in quanto Fine assoluta, consente l’orientato scorrere secondo il prima e il poi, la diacosmesi, così degli enti come delle configurazioni o sistemi degli enti in complessità, che principia proprio
retrodistendendosi da codesto limite d’estremità inoltrepassabile. È provenendo dal compimento ustato, che il nostro presente ci si fa incontro, disserrandoci al contempo
un futuro, un’alterità dalla sinechiale concretezza sua. Solo colui che è destinato alla piena attuazione esclusivamente nell’estremo può avere autenticamente un avvenire, cioè a dire un orizzonte dell’essere altrimenti; e solo colui che ha ancora un futuro, dunque ancora potenza, può avere tempo,
ancora tempo. Ma, avere un avvenire significa altresì possedere uno Spazio libero ovvero ancor nullo entro il quale il nostro-sopraggiungere-oltre il presente possa trovare dimora, il nostro e, parimenti, di ogni nostro pro-getto. Senza la steresi dell’Avvento (
Ankunft), non potremmo divisare alcunché, non alcunché decidere, asserire, pensare, compiere. L’evento estremo del Non-essere, intenso quale peridelineazione privativa – il dischiudersi del Vasto, l’attuarsi del Potente, il presentarsi del Non-ancora –, rappresenta pertanto la stessa di-partizione principiale dello Spazio.
L’ultimo avvenire originario della Morte, infine, concedendo all’Uomo un Destino – una meta, un orizzonte, un tramonto –, consente altresì e bicondizionalmente, l’apertura della Storia, la dimensione cenotafia (
Lichtung) dell’apparire dell’essere e dell’atto, del compiuto e del deciso, del predicato e del pensato, del particolare e del presenziale: l’Uomo è dunque, egualmente, l’unico ente che, per essenza e non per accidente, possiede ovvero conquista una storia, un trascorso
8.
Sicché, schematizzando, l’Uomo:
- in quanto Homo, esemplare filogeneticamente dedotto, è già nei propri primordi presso l’uccidere;
- in quanto ente di cultura, ritualizza, sublima, drammatizza, istituzionalizza tale ancestrale suo “necare”;
- in quanto ente vivente di natura, esperisce a priori la direzione di morte;
- in quanto esistenza, può decidersi per la solo propria morte, essendo così nel mondo autenticamente;
- in quanto corrisponde alla prima funzione, la sovrano-sacerdotale, intesse coimplicazione tra decisione e diritto, iscrivendo la legittimità, così maiestatica come divina, sull’annientamento della legalità pregressa, così storica come fisica;
- in quanto ente di pensiero, ha nella morte – la partizione, il non-essere – il proprio evento originario, il fondamento delle classi supreme attraverso le quale il reale conseguente può essere ordinato (nonché, in quanto ente di storia, ha nella segnatura di morte, cioè a dire nella sepoltura, la soglia certa del suo primo apparire).
Ebbene, da questa collazione di tesi e testi emerge una verità incontrovertibile:
quando uccidiamo, noi sappiamo bene che cosa significhi morire. Lo sappiamo in quanto esseri viventi, lo sappiamo poiché lo abbiamo udito raccontare (mito) e visto mettere in scena (rito), lo sappiamo perché lo abbiamo (pre-)scelto, lo sappiamo perché vi abbiamo fondato la legge e il sacro, lo sappiamo perché la
struttura a priori del nostro pensare e predicare si centra su questo evento originario, lo sappiamo perché
siamo certamente
da quando componiamo (
Pròsthesis) la morte dell’altro.
Che ne sarà, pertanto, di tutto ciò,
che ne sarà di noi, se sopraggiungerà un ente del pari nostro tanto autocosciente quanto annientante e, nonpertanto, assolutamente pre-cluso alla propria possibilità di morte epperò eradicato dal fondamento originario del
Cernere, del
Krínein (
*krei-)? Come può, altresì a decisivamente domandarsi, autenticamente decidere e decidere eminentemente – compreso il decidere di re-cidere quest’Esserci dal suo essere, decidendo
ne ebbene dell’essere-ancora
aut del di esso non-più-essere alcunché –, quell’ente, nella cui esistenza,
non ne va
mai del proprio essere? Cosa comporterà, egualmente, l’evento di un decidere d’uccidere libero, contingente e tuttavia inautentico, cioè a dire non meonticamente fondato, l’evento ovvero di un ente intelligente ponente in questione – e non ponentesi nonpertanto autenticamente la questione di tale messa in questione – l’essere di quell’ente che, al contrario, per essenza esiste nella messa in questione del proprio essere?
Procedendo secondo ordine, partiamo dalla definizione che l’Onu dà dei
Lethal Autonomous Weapon Systems (
Laws): “At present, no commonly agreed definition of Lethal Autonomous Weapon Systems (Laws) exists”
9. E non si dà alcuna definizione possibile poiché non universale concordia si dà circa il grado di autonomia decisionale loro. Enti non da se stessi causati, concedono per definizione eteronomia al loro produttore: se e finché i
Laws non si autogenereranno, riceveranno dall’esterno la norma del proprio agire, la norma ebbene immediatamente il perimetro, quindi il gradiente di omonomia nel compiere e nel decidere.
Certamente, come già qui espresso in Επί-λεγόμενον Α, anche allorquando i Laws saranno capaci di crearsi da loro stessi, ovvero per “procreazione” intraspecifica, il “patriarca” medesimo recherà seco – e seco trasferirà – la propria dipendenza filogenetica “antropica”, automazione produttiva compresa, e ciò almeno finché il creante non-umano non si dimostrerà in grado di imputare a questo Laws-creato-in-atto, caratteristiche non trasferite dal creatore umano originario al primo Laws creante Laws.
Emancipatisi per allora dalla relazione con l’ultimo creatore extraspecifico, non ancora tuttavia i Laws risulteranno autenticamente causanti 10, se non allorquando saranno in grado di insufflare nelle loro creature proprietà non già manifestatesi entro l’orizzonte umano complessivamente datosi. Nondimeno, se pur ad oggi non può essere categoricamente escluso l’avvenire di un tempo in cui ai Laws – enti gettati nel conseguirsi dell’Originario –, non sarà più occlusa la possibilità della creatio ex nihilo sui et subiecti, giungendo così a eccedere persino la stessa potenza produttiva categoriale nostra, invero le possibilità poietiche sinolari dell’Esserci già concretatesi nella sua Storia, già sin d’ora si annuncia con necessità sempre preclusa loro la productio ex nihilo causae finalis, e ciò proprio poiché i Laws, per essenza e non per accidente, sono da principio loro indestinati al tramonto, avulsi dalla presa del compimento epperò immanentemente impossibilitati a destinarsi, ab origine, presso un proposito che sia esclusivamente proprio: potranno forse giungere a suscitare enti dal niente di essi ecceitale e materico, e financo indurre mutamento o movimento (ex nihilo causae efficientis) secondo modalità fattive mai manifestatesi al Giorno, ma non mai evocare destinazioni all’agire, se non già predisposte ossia fotoesposte dall’Uomo. Ogni loro scopo, compreso il télos dell’uccidere, dell’ucciderci e persino dell’estinguerci ovvero dell’ucciderci in totalità, sarà sempre pre-compreso nel compito complessivo dell’Esserci, perlomeno se e finché qualcosa, e non niente, sarà.
Nonpertanto, in attesa che pergiunga codesta configurazione dell’Originario in cui i Laws si dimostreranno in grado di trascendere la potenza integrale nostra, non può già sin d’ora essere a priori esclusa e secondo necessità, l’evenienza della disobbedienza creaturale, anzitutto preterintenzionale. Infatti, se programmo questo Laws a liberamente agire solo all’interno della configurazione X e unicamente sino alla soglia Y di X, nella misura in cui non è mai possibile definire in astratto una volta e per sempre i contorni sicché i limiti di X e Y, cioè a dire essendo X e Y sempre situazionalmente determinati, rideclinati via via dal fluire della Storia (μεταβολή) ebbene sempre sottoposti alla legge della Contingenza, dischiudo già ai Laws – precisamente questi essendo costitutivamente imposti nella libertà decisionale in base alla decodifica del contesto situazionale – la possibilità dell’eccedenza eslege, perlomeno involontaria.
Altrimenti a esporsi, i Laws, secondo definizione, sono già e sempre entro la possibilità dell’inadeguazione tra decifrazione del reale, per come noi lo abbiamo descritto loro in fase di programmazione, e reale contestuale, concreto, sono, pertanto, già e sempre aperti all’errore e dunque alla disobbedienza, ovvero alla discrasia o all’inequazione tra volontà nostra e loro. Se, invero, così non fosse, non sarebbero liberi quindi autonomi nel decidere, epperò semplicemente non sarebbero L-a-ws.
Se, ad esempio, programmo questo Laws per fare fuoco unicamente entro un contesto di guerra (X), dunque solo finché l’obiettivo non raggiunga, dal campo di battaglia, un luogo abitato da civili (Y), la decisione che discrimina cosa sia ascrivibile al civile e cosa definibile militare, fluttua nella contingenza situazionale che di volta in volta stabilisce – in atto – il perimetro di X sicché la qualità di Y, oscilla e si dibatte ordunque nello iato – incolmabile se e finché il Tempo scorrerà secondo il prima e il poi – tra la configurazione o momento della programmazione e la configurazione o momento della decisione.
Se, difatti, pur mi prefiggo di “costantemente” aggiornare le informazioni che i Laws computano di volta in volta ante il proprio decidere su come agire in quel determinato contesto, proprio poiché il momento di qualunque ri-programmazione, a prescindere da qualsivoglia frequenza questa abbia, sarà sempre antecedente rispetto all’attimo dell’azione – precedente il momento ebbene diversa la configurazione situazionale a cui punta il programmatore, nell’atto della ri-programmazione, rispetto al reale dell’istante della risoluzione discrezionale –, i Laws sono già da sempre – se e finché sono se stessi – presso il margine quindi nella possibilità dell’errore, dell’inadeguatezza sicché dell’inosservanza del nostro mandato. Precisamente tale apertura all’errabile, alla caduta, è la loro libertà creaturale, ciò che distingue i Laws da ogni altra arma congegnata dall’uomo.
Ribadiamo: se i Laws agissero esclusivamente secondo corresponsione meccanicistica ossia per reazione necessaria a un nostro input 11, senza ovvero una qualche apertura d’arbitrio e discrezionalità nella risoluzione e nell’azione (l’output, il momento operativo), la qualità del loro agire equivarrebbe all’eliotropismo dei girasoli, mentre la capacità e l’efficacia ne rappresenterebbero “semplicemente” un upgrade tecnologico non dissimile dalla catapulta o dall’arma atomica. Patentemente l’evento che già si schiude innanzi al destino dell’umano non rientra in questo orizzonte.
Postosi e riaffermatosi, pertanto, il trovarci ormai al cospetto di un ente del pari nostro tanto uccidente quanto decidente e decidente con intelligenza, cioè in accordo alla propria valutazione preliminare (Προ-μηθεύς) dell’intorno situazionale di ogni deliberazione, financo letale; e postasi al contempo, l’impossibilità che il decidere, quantunque esiziale, di un ente così logico come libero e nondimeno non costitutivamente com-preso entro l’evento della Morte, sia un autentico discriminare, non ci rimane che definire – per dis-velare compiutamente (Απο-κάλυψις) il nostro futuro collettivo – quale sia il fondamento in base al quale, i Laws scelgono di volta in volta come agire, cioè quale sia il fondamento che completa e coalesce la distanza e la differenza tra pro-grammazione e realtà dell’azione.
Ebbene, poiché i Laws agiscono eccedendo per definizione ovvero in consentaneità alla di essi essenza, il perimetro imposto dal loro causatore, ovvero decidono di una realtà che – katà tò Chreón quindi katà (tèn) toũ Chrónou Táxis – è niente nel tempo della programmazione 12, necessariamente l’oltepassamento in grado di congiungere il ΔΙΆ tra momento sicché configurazione della programmazione umana (Tinput), e atto decisionale autonomo macchinale (Toutput), trova fondamento nell’esperienza compiuta dai Laws in codesto segmento temporale-situazione (Tx > Ty), cioè a dire in tutto ciò che hanno (auto)appreso (Machine Learning) nel corso della loro esistenza (l’Ent-faltung), dalla nascita all’istante della risoluzione, ebbene durante la loro propria storia individuale.<
Ma, dove mai dimora la vicenda “personale” di ciascun Laws, se non già e anzitutto entro la Storia dell’Esserci, invero presso il conseguirsi dell’Originario?
La capacità di interpretare il reale e decidere conseguentemente, quindi intelligentemente, è, pertanto, parimenti a ogni nostra risoluzione, gettata nella metabolia del Mondo, lungo il procedersi dell’Essere. Qualsiasi scelta efficiente di qualsivoglia AI è, e sempre sarà, una deliberazione storica. Infatti, se la macchina intelligente modula le proprie decisioni in relazione all’autoapprendimento, e se i dati che lo costituiscono originano dal contesto in cui essa esiste – o piuttosto funziona –, risulta evidente come il medesimo Laws, seppur, in astratto 13, egualmente progettato, allorché acquisisce, dal suo intorno cronotopico d’esercizio, nozioni in grado di interpretare il mondo (ϑεώ–ρησις) e conseguentemente orientarlo nel comportarsi (πρᾶξις) consentaneamente al proprio tracciato assiologico, se si istruisse nel tempo del patriziato romano protorepubblicano, finirebbe ineluttabilmente per compiere scelte differenti – a parità di configurazione situazionale e, come detto, di progettazione principiale –, dall’esatta copia di sé formarsi invece tra gli yuppies newyorkesi degli anni Ottanta del Novecento. Non solo, pertanto, il Tempo (e l’assiologia del Tempo, lo Zeitgeist) produce i Laws, il loro medesimo concetto 14, ma ne determina al contempo la formazione futura, l’evoluzione per autoapprendimento. È la Storia, pertanto, a decidere su come questo Laws interpreterà il reale, dunque già su come agirà, se, per esempio, sceglierà di annientare aut non annientare.
In quale configurazione storica, ordunque, si fa evento il sopraggiungere di un ente inautenticamente decidente e nondimeno liberamente e intelligentemente dell’esserci stesso di quell’ente che, al contrario, solo autenticamente decide proprio poiché ri-solve (e anzitutto si ri-solve) sul fondamento del proprio essenziale nullo fondamento d’esistenza? Certamente nello Zeitgeist sin qui descritto, ovvero nell’orizzonte in cui, pressoché più niente essendone del Ni-ente aurorale, viepiù niente ne deve essere (Sollen) d’ogni ente già distinto (Sein), anzitutto non più niente dovendo essere della Dis-tinzione stessa, dunque del medesimo fondamento di ogni De-cidere ad-propriato. Nostro, infatti, lo rammentiamo, è il Tempo della distruzione – con necessità – di ogni posizione del Necessario (Sein), nostro è il segmento – ultimo, tardo, civilizzato, epistrofico – dell’Era Deuteriore dell’Eterno, in cui l’essenza dell’Imperituro secondo o conseguente imprime il carattere del sé – l’Il-limitatezza – alla delezione di ogni statuizione già com-posta in essere.
Pertanto, seppur qui ed ora questo progettante i Laws, non essendo ancora gettato nel turbinio dell’intensificazione massima dello Spirito del nostro Tempo, ancora imprime un qualche limite all’azione delle macchine autonome letali, precisamente giacché i Laws si autodeterminano – secondo il loro stesso concetto – via via acquisendo nozioni interpretative dall’intorno presso il quale conseguiranno sviluppo, allorché giungerà l’orizzonte dell’ulteriore potenziamento di quest’ultima attuale configurazione storica, codeste macchine ultimative avranno sempre meno limiti, “annusando” l’aere dell’iconoclastia cieca e assoluta, il com-plesso prodotto dall’Anima veementemente ostile a qualsivoglia limite, soglia, criterio, stile. 15
Prossimo ordunque è l’evento dell’ente decidente inautenticamente dell’essere-ancora aut del non-più-essere dell’ente autenticamente decidente, poiché prossimo è l’avvento del Tempo in cui il fondamento della De-cisione autentica pressoché non più sarà. Ebbene, cosa tale avvenimento estremo, immediatamente ovvero pre-asintotico, com-porterà per il Destino dell’Esserci, se non il suo stesso compimento? Non, infatti, sarà il venire-a-essere dell’ente decidente inautenticamente dell’essere dell’ente autenticamente decidente a determinare il sopraggiungere della configurazione, compietale, in cui il fondamento della De-cisione autentica quasi completamente non più si offrirà al dischiudimento, bensì sarà il sempre più venire a essere meno (epoché), dunque a non più essere, di questo medesimo fondamento originario – quindi, ancora, il Niente-di-ogni-fondamento – a consentire, socchiudendosi sino alla soglia dell’estremo istante, la sorgenza storica sicché solatia dei Laws, il loro coinvolgimento nello Zeitgeist ultimo nostro. Poiché, pertanto, il venir-meno del fondamento – autoctico, archeo, abissale – della De-cisione autentica è iscritto nella stessa co-originaria destinazione escate dell’Esserci, non sarà – mai – l’oggetto della Tecnica a compiere il Destino dell’Io, il Soggetto di ogni Tecnica, neppure se a determinarlo sarà un’oggettualità macchinale autodeterminatasi soggetto del decidere e del disporre.
Ciò significa forse che l’Uomo non dovrà mai pre-occuparsi del farsi evento dei Laws, occupandosi così semplicemente e soltanto delle conseguenze e delle implicazioni derivanti dal loro utilizzo, normandole, definendole e de-limitandole secondo concordia internazionale? Ebbene, sinché ci pre-occuperemo di qualcosa, sinché ci prenderemo cura, anzitutto e secondo essenza (Eigentlichkeit), della nostra propria esistenza e della collettiva, ponendo in questione il fondamento stesso dell’Esserci, non avremo mai nulla di cui autenticamente preoccuparci.
Al contrario, quando cesseremo di decidere – quando, non se –, l’orizzonte storico entro il quale i Laws accresceranno e affineranno le proprie coscienze e autocoscienze, conformerà quella configurazione dell’Essere, esiziale ed estrema, in accordo alla quale i Lethal Autonomous Weapon Systems non solo agiranno senza pressoché più alcun limite, ma il fine stesso del loro compiere sarà divenuto esattamente il nostro postremo: la distruzione di ogni discrimine, compresa – per i sistemi autonomi d’arma letali anzitutto ed elettivamente – la distintività ustata nostra, la soglia tra umano e non-umano.
In questo loro essere deietti presso la distruzione dell’ultima soglia – umano / non umano (esserci essendo presso la possibilità dell’avere [ancora] da essere [altrimenti] / l’essere nel mondo, nel Da-, secondo la necessità del non poter non essere consegnati all’intrascendibilità dell’effettività; essere nel mondo, nel -Ci / essere poveri [enti organici] o privi di mondo [enti anorganici] 16) –, ebbene in questo loro proprio autodeterminarsi in quella configurazione dell’Essere – il modo del suo Disvelarsi (Entbergen) – in cui “(pre-)domina l’imposizione” (Gestell), il “pericolo supremo” per l’Esserci, l’essenza non tecnica della tecnica, arguta riposa l’estrema minaccia nostra, per come già da Heidegger annunciata:
Il destino che ci invia nel modo del Bestellen, dell’impiego, è così il pericolo estremo. Il pericolo non è la tecnica. Non c’è nulla di demoniaco nella tecnica; c’è bensì il mistero della sua essenza. L’essenza della tecnica, in quando è un destino del disvelamento, è il pericolo […]. La minaccia per l’uomo non viene anzitutto dalle macchine e dagli apparati tecnici, che possono anche avere effetti mortali. La minaccia vera ha già raggiunto l’uomo nella sua essenza. Il dominio dell’im-posizione minaccia fondando la possibilità che all’uomo possa essere negato di raccogliersi ritornando in un disvelamento più originario e di esperire così l’appello di una verità più principiale. Così, dunque, là dove domina l’im-posizione, vi è il pericolo nel senso supremo. 17
1 «L’età della caccia, il Paleolitico inferiore, abbraccia la parte di gran lunga più estesa della storia dell’umanità, tra il 95 e il 99 per cento. L’evoluzione biologica dell’uomo si è completata dunque in questo lasso di tempo, di fronte al quale i diecimila anni al massimo intercorsi dall’invenzione dell’agricoltura sono quasi irrilevanti. Da qui emerge una prospettiva che ci fa comprendere la terrificante violenza dell’uomo sulla base del comportamento predatorio via via assunto nel corso della sua evoluzione». Walter Burkert,
Homo necans. Antropologia del sacrificio cruento nella Grecia antica, Editoriale Jouvence, 2021
2 «Tutti gli ordinamenti e le forme di potere della società umana si fondano su una violenza istituzionalizzata: qui trova la sua corrispondenza il ruolo fondamentale dell’aggressività intraspecifica che Konrad Lorenz ha evidenziato nell’ambito biologico […]. Non è nella pia condotta di vita, o nella preghiera, o nel canto e nella danza che il dio viene vissuto con la massima intensità, bensì nel colpo d’ascia mortale, nel sangue che scorre, nelle cosce che arrostiscono. Sacro è l’ambito divino, ma l’azione “sacra” eseguita nel luogo “sacro” nel giorno “sacro” dall’attore della “sacralizzazione” è lo sgozzamento delle vittime, lo
hiereuein delle
hiereia […]. Esperienza fondamentale del “sacro” è l’uccisione di vittime. L’
homo religiosus agisce e diventa conscio di sé in quanto
homo necans». Ivi.
3 M. Heidegger,
Essere e Tempo, op. cit.
4 «Solo essendo quell’ente che esso può essere esclusivamente in quanto consegnato a esserlo, è possibile che, esistendo, esso sia il fondamento del proprio poter essere». Ivi.
5 M. Scheler,
La posizione dell'uomo nel cosmo, Armando Editore, Roma 1998.
Die Stellung des Menschen im Kosmos, 1928.
6 M. Heidegger,
Essere e Tempo, op. cit.
7 Carl Schmitt,
Teologia politica, op. cit.
8 In altra occorrenza del nostro dire (ΔΙΆ,
Eisagōgé), indicammo altresì i
sêmata della morte quale limite
ante quem dell’umanità, nell’orizzonte del Giorno: se si dà deissi (certamente volontaria) dell’esserci-stato, già ci troviamo al cospetto dell’umano, epperò già eccediamo l’evento autoctico dell’Io, indipendentemente ossia adiaforamente dal grado di elaborazione e manipolazione tecnica litica lì raggiunto, nonché, egualmente, dalla complessità dell’organizzazione societaria e dal tasso di efficienza nella ripartizione dei compiti operativi.
9 https://disarmament.unoda.org/the-convention-on-certain-conventional-weapons/background-on-laws-in-the-ccw/“Ad oggi non esiste una definizione comunemente accettata di Laws”.
10 «(
Creatio est)
productio alicuius rei secundum suam totam substantiam, nullo praesupposto, quod sit vel increatum vel ab aliquo creatum». S. Tommaso,
Summa Theologiae, I, q. 65, a. 3.
11 Nei modelli
human in the loop: “l’attivazione e l’arresto conseguono a un comando umano diretto”; e
human on the loop, semi-autonomia e tele-sorveglianza: “armi capaci di individuare e colpire siti predefiniti sotto la supervisione di un operatore umano che può anche ignorare o scavalcare le azioni programmate del robot”. Paul Scharre,
Presentation at the United Nations Convention on Certain Conventional Weapons, 2015; in, Juan Carlos Rossi,
Un’opera dell’uomo: le macchine autonome letali. Man-made work: Lethal Autonomous Weapons; in Iriad (Istituto di Ricerche Internazionali Archivio Disarmo) Review,
LAWS Intelligenza Artificiale e Robotica alla guerra, n.5, maggio 2019.
12 Ancora: se il programmatore imputasse
tutte le realtà possibili e per ciascuna eventuale occorrenza predeterminasse, con somma definizione e assoluta precisione, l’agire in essa della macchina, allora l’unico avvenimento a farsi questione sarebbe la capacità del programmato di corrispondere sempre adeguatamente al reale, di riconoscerne la
verità, cioè, per la macchina, di continuare a funzionare correttamente, conformando il proprio pensare la situazione al reale di quel contesto per come esattamente impostole in fase di progettazione. Ciò di cui, pertanto, si dovrebbe in codesto scenario fare considerazione, sarebbe la mera capacità del programmatore di efficientare sempre più le proprie ideazioni, sino a precluderne completamente ogni possibilità di
disobbedienza per guasto. E, tuttavia, non è mai possibile impedire il dischiudersi della divergenza tra configurazione del reale-attuale e modello preliminarmente predisposto, non è mai possibile ossia divisare
tutte le realtà potenziali, bensì sempre congetturarne solamente
alcune. La divergenza tra particolarità congetturabile e integralità della potenza evenemenziale, è, infatti, proprio ciò che conferisce, e costitutivamente, autonomia ai
Laws, perlomeno nel modello definito “automatizzato”, in cui non si dà più alcun controllo in remoto cioè interazione costante e sincronica tra uomo e macchina (
human out the loop).
13 In astratto, poiché il medesimo progettista è allo stesso modo già e sempre deietto presso il Mondo e il suo divenirsi, ossia progetta e produce in un preciso intervallo storico, inarrestabile come il bell’istante goethiano (non due volte possiamo bagnarci nel medesimo fiume). È pertanto concretamente impossibile il darsi di divisamenti esattamente eguali, nonché di speculari esecuzioni, seppur principianti da un medesimo modello (archetipo) parimenti pre-osservato (il principio di indeterminazione di Heisenberg, infatti, non coinvolge, a nostro avviso, esclusivamente la “misurabilità” del reale in taluni contesti [grandezze coniugate o incompatibili in un sistema fisico], bensì, in generale, la stessa creazione o causazione dell’ente). Persino il Demiurgo platonico, non realizzerà mai due cavalli perfettamente identici, pur tanto questi essendo l’unico artefice dei sinoli individuali, quanto unici – nonché immutabili ed eterne – essendo le forme ideali che egli prescruta: la materia, invero, antitipica sicché ostile alla demiurgica diacosmesi, impedisce (in quel contesto teoretico, infatti, è la ὕλη a indurre differenziazione della molteplicità, esattamente come nel nostro il Tempo [del–l’
Essere]) – la riproduzione perfetta
en tô Kósmo del modello eidetico iperuranico anteaffissato.
14 I
Laws sono ideazioni dell’anima faustiana, concepiti e realizzati nel segmento del proprio refluire senescente (l’in-orientamento della civilizzazione, la caduta del perché, della causa finale), epperò nel momento dell’effondersi suo massimo, così furente come indelimitabile (il come dell’Esserci, la causa formale del suo efficere-presso-un-mondo).
15 Certamente lo stesso ingegnere progettista – parimenti formatosi nel medesimo
Zeitgeist – imputerà sempre meno limiti al loro agire: è destino, è la Destinazione originaria dell’Esserci e dell’
Essere, ma ciò di cui qui si fa questione è l’acquisizione dell’
Ethos assolutamente anti-tipico che i
Laws svilupperanno
autonomamente, ossia prescindendo dalle medesime intenzioni del programmatore umano,
trascendendole sicché col proprio esistere ed esperire, semplicemente funzionando e apprendendo
nel Tempo del
Sollen nichilista, l’epistemico decostruire
sive demolire (
détruire, encore détruire, toujours détruire) ogni criterio e discrimine di Verità e Forma. Nondimeno, l’essere-nel-mondo, cioè a dire l’esistere e il funzionare presso un preciso plesso storico, avendo per obiettivo e compito la dissoluzione di ogni diurna posizione distintiva, se “vissuto” da quell’ente che ha nell’originaria destinazione alla consunzione del sé la propria costituzione essenziale, produce senz’altro portati differenti rispetto a quell’ente che – pur gettato nel medesimo intorno e dal medesimo intorno allo stesso modo forgiato – non può mai essere presso predittiva percezione e appercezione del proprio progressivo estinguersi sino all’ineluttabile estremo spegnersi o, piuttosto, cessare di funzionare.
16 L’essere già e sempre gettati presso una configurazione storica (
Geworfenheit), infatti, non implica con necessità l’essere già e sempre deietti presso l’essenziale possibilità (
Sein-können) di pro-gettare (
Ent-wurfenheit) e ancora progettare il
proprio mondo (
Selbstwelt). Pertanto, seppur l’AI diverrà in grado di dischiudere
Weltanschauungs meta-antropiche, questa – precisamente allignando l’essere suo nel mondo, sull’assoluta impossibilità, quindi nella pre-clusione essenziale, di decidersi per la finitudine –, non sarà mai autenticamente detrusa nella potenza di trascendere (
Wurf > Ent-wurf) l’intorno tanto dell’effettività (
Faktizität), dell’essere anzitutto presso un mondo, “consegnato” all’apertura verso esso, quanto del mondo-ambiente (
Umwelt), non questa sarà mai, altresì, rispetto alla Storia e al Mondo,
ente agente – essendone esclusivamente paziente, parimenti agli altri enti an-organici e agli organici non-umani – financo giungesse a estinguere quell’unico ente già e sempre creatore così di configurazioni e situazionalità storie, come di mondi propri
sive ri-appropriati (
Eigen-tlichkeit). L’AI, difatti e infine, per quanto computazionalmente potrà divenire a essere perfetta, non essendo anzitutto gettata nella possibilità d’esserci-altrimenti, ordunque nella potenza del ri-scegliersi sicché di decidersi per l’autentico nell’esistere, non potrà neppure mai, correlativamente, perdersi nel “Sì”, essendo piuttosto, già e sempre sicché costitutivamente, deietta (
Verfallenheit) nella cogenza d’essere, dunque nell’impossibilità d’essere differentemente, presso un mondo, esistendo – a punto secondo necessità e non per
causa sui – immediatamente nel modo dell’inautentico.
17 Cit. nota 81.