Nel 1945, Karl Popper, principiando dall’analisi platonica secondo la quale la democrazia sarebbe votata per identità all’autosoppressione (l’essenza libertaria di questa forma istituzionale lascia liceità – di pensiero, espressione, azione e re-azione – anche a coloro che intendono sovvertirla, instaurando la tirannide liberticida), definisce, reiterando il medesimo schema concettuale – ma già al contempo esortandone il superamento dell’intrinseca contraddizione
nel passaggio oltre il limite costitutivo sicché qualitativo-eidetico del sé –, il celebre paradosso della tolleranza:
<< Il cosiddetto paradosso della libertà è l’argomento per cui la libertà, nel senso dell’assenza di qualsiasi controllo restrittivo, deve portare a un’enorme restrizione, perché rende i prepotenti liberi di schiavizzare i mansueti. Questa idea, in una forma un po’ diversa e con una tendenza del tutto diversa, è chiaramente espressa da Platone. Meno noto è invece il paradosso della tolleranza: la tolleranza illimitata deve portare alla scomparsa della tolleranza. Se estendiamo l’illimitata tolleranza anche a coloro che sono intolleranti, se non siamo disposti a difendere una società tollerante contro l’attacco degli intolleranti, allora i tolleranti saranno distrutti e la tolleranza con essi. In questa formulazione, io non implico, per esempio, che si debbano sempre sopprimere le manifestazioni delle filosofie intolleranti; finché possiamo contrastarle con argomentazioni razionali e farle tenere sotto controllo dall’opinione pubblica, la soppressione sarebbe certamente la meno saggia delle decisioni. Ma dobbiamo proclamare il diritto di sopprimerle, se necessario, anche con la forza; perché può facilmente avvenire che esse non siano disposte a incontrarci a livello dell’argomentazione razionale, ma pretendano di ripudiare ogni argomentazione; esse possono vietare ai loro seguaci di prestare ascolto all’argomentazione razionale, perché considerata ingannevole, e invitarli a rispondere agli argomenti con l’uso dei pugni o delle pistole. Noi dovremmo quindi proclamare, in nome della tolleranza, il diritto di non tollerare gli intolleranti. Dovremmo insomma proclamare che ogni movimento che predica l’intolleranza si pone fuori legge e dovremmo considerare come crimini l’incitamento all’intolleranza e alla persecuzione, allo stesso modo che consideriamo un crimine l’incitamento all’assassinio, al ratto o al ripristino del commercio degli schiavi
>>.
1
L’immorsatura, anzi, la necessaria coimplicazione e interdipendenza, tra la
Open Society di Popper (e George Soros…), e lo Spirito del nostro Tempo (lo
Zeitgeist da noi definito civilizzazione manchesteriana della
Kultur faustiana), è certamente ancora troppo poco considerata e disposta a oggetto di ponderata riflessione. Ma, se è vero che ogni essenza epocale ha i propri eroi e profeti, la nostra è senz’altro degnamente condotta e rappresentata nel proscenio del fenomeno storico dall’epistemologo austriaco o, piuttosto, e più coerentemente, anglosassone.
Le manifestazioni dello zelo mistico con il quale gli adepti epoptici accolgono ogn’ora ferventi l’esortazione del loro ierofante alla
trasmutazione nell’antitetico, sono ormai, infatti, all’ordine del giorno e sotto gli occhi di chiunque non “dorma mansueto e satollo come bestia (“όκωσπερ κτήνεα”, Eraclito, fr. 111b, Diels-Kranz), così doviziosi dimostrandosi a ogni piè sospinto del Giorno entro il quale l’Occidente postmoderno s’imbruna, da lasciare ogni escussore loro nell’imbarazzo elettivo che interdice.
E, nondimeno, la recente decisione presa dalla Nascar (
National Association for Stock Car Auto Racing) di vietare ogni esposizione della bandiera confederata durante lo svolgimento delle proprie corse automobilistiche, ci sembra degna di stagliarsi tra cotale centimane occorrenza d’intolleranza quotidiana e senza ormai più molte frontiere, tanto spaziali, quanto, si dirà, temporali.
Pertanto, sulle orme – illocutorie – del patriarca Popper: non può più darsi tolleranza alcuna verso l’intolleranza – qui, si inferisce, “razziale” – che l’adersione di quel vessillo immediatamente e istiga e incita, altrimenti, ribadendone il processo logico, tale tolleranza finirebbe, presto o tardi che sia, per essere eliminata sicché tolto il sé dall’altro da sé. Ma, ci chiediamo, preliminarmente: sino a quale
cippo può la tolleranza sospingersi lungo il lastricato dell’intolleranza senza eliminare sicché togliere
direttamente da se stessa il proprio sé? (nella democrazia, infatti, il toglimento del sé è, secondo Platone, indiretto, diretta conseguenza cioè di una debolezza difensiva che non sa adeguatamente contrastare la dinamica espansiva dell’alterità antagonista, non già il portato di una decisione metamorfica del sé medesimo).
Premettiamo: qui non si vuole far questione circa l’insostenibilità di un’immediata e necessaria bicondizione tra quel simbolo sì fortemente identitario e il darsi della schiavitù – prima – e della segregazione razziale – poi – negli Stati riuniti dal clangore del suo ondeggiare d’ombra e d’indaco, in quanto ciò, a nostro intendere, equivarrebbe a porre, ad esempio, coimplicazione necessaria e immediata tra la croce cristiana e le Crociate come fenomeno storico, e qui non si fa questione se non degna, e l’evenemenzialità è appunto escussa eslcusivamente per condurne l’essenza al dimostramento.
Ciò che qui si vuole estollere e ostendere, pertanto, è l’interrogazione circa il
limite che la tolleranza, parimenti a ogni altra attribuzione qualitativa, incontri nell’invadere il confine dell’alterità da sé, ancor più allorché si protenda – sicché protenda il sé – oltre la soglia non già ed esclusivamente della contraddittorietà, bensì, e financo, della contrarietà, procombendo entro la contrada dell’opposto. Sino a che punto posso persistere-presso l’altro, o addirittura ex-pormi nell’opposto, e continuare cionondimeno a permanere (nel) me stesso? Ossia, a diversamente domandare il medesimo, tornando “
on-topic”, qual è il
limes –
quantitativo – che la tolleranza è in grado di tollerare prima di rompere la coalescenza ipseitale che inserra il sé al sé (A = A se e solo finché A ≠ da ⌐A)? Quanta, ancora, intolleranza la tolleranza può comportare entro il proprio perimetro qualitativo
e rimanere purtuttavia se stessa?
Nella
Wissenschaft der Logik, Hegel definisce con estrema chiarezza la differenza fra le categorie della qualità e della quantità. La qualità di un ente, che appella
Dasein, è ciò che lo rende ciò che è, tale per cui questi dimora presso sé, se e solo finché non assume per il sé un'altra e una differente qualità (un’altra e una differente predicazione, spostandoci dal possesso eidetico di una sostanza, all’
héxis attributiva di un soggetto, cioè a dire dal piano ontologico all’apofantico). La qualità ha il
limite nella qualità
altra, nessun ente può sostenere, al medesimo tempo, due qualità contrarie o contraddittorie. Questa lampada severiniana non può essere o essere predicata, simultaneamente, sia accesa, sia spenta. E nonpertanto può la sua luce essere fioca o abbacinante, giacché entro la qualità si dischiude appunto e distende il
quantum, la quantità discreta.
Ma anche il
quantum – ed eccoci nell’incentro – ha un
limite che agisce, per così sommariamente dire, sul dominio del qualitativo: si dà sempre un valore quantitativo ovvero
oltrepassando il quale la qualità che lo contiene, di volta in volta dilatandosi o contraendosi,
trasmuta in una qualità altra, una limitazione sicché all’intensificazione o all’indebolimento della quantità posseduta da (o predicata di) una determinazione qualitativa (
haecceitas):
oltre una certa fiochezza, la luce si annulla ed entra nel buio (oppure, nell’esemplificazione del grande studioso di Stoccarda: “se un uomo perde alcuni capelli, si preserva nella qualità del crinito, ma se ne perde molti, trasmuta nella calvo”).
La nostra discussione (
Erörtern) si pone precisamente nel luogo (
Ortung) di codesto
limite d’estensione quantitativa di una qualità, la soglia sacra della distintività identitaria che Atena protegge, interdicendo il calare della notte schellinghiana.
Ribadiamo: per la tolleranza, si dà un limite quantitativo sia nella tolleranza, sia nell’intolleranza, una soglia trascesa la quale la tolleranza si annulla,
in entrambi i casi, divenendo altro. Infatti, così come i tolleranti possono senz’altro tollerare – anzi, lo fanno im-mediatamente, ovvero in accordo al loro proprio essere identitario, senza “sforzi” quindi fuoriuscite (
Vermittlung) nell’altro – una quota di tolleranza per gli intolleranti senza rischiare con ciò l’
etero-annullamento (la nullificazione invero cagionata dagli intolleranti
eccessivamente tollerati [l’
auto-soppressione consisterebbe, in questo caso, nella decisione – sicché nell’azione, nell’attività {αυτός} – di subire l’azione o l’attività nullificatrice dall’altro da sé
troppo tollerato]), e ciò anche a detta dell’aedo anglo-austriaco (“io non implico che si debbano sempre sopprimere le manifestazioni delle filosofie intolleranti”, è “l’il-limitata” tolleranza che apre alla possibilità del toglimento del sé); allo stesso modo, la tolleranza è in grado di tollerare un
quantum di intolleranza per gli intolleranti senza incorrere nell’
omo-annullamento (la nullificazione invero cagionata dai tolleranti
eccessivamente intolleranti gli intolleranti: è “l’il-limitata” intolleranza che conduce – attivamente – all’auto-rimozione del sé, poiché va da sé che non alcun soggetto predicato illimitatamente intollerante [= predicazione essenziale, necessaria] può essere
talvolta predicato [= predicazione accidentale, adiafora] – anche, e allo stesso tempo –
essenzialmente tollerante [un soggetto predicato essenzialmente intollerante, certamente può contingentemente tollerare, ma in questo caso saremmo di fronte al quesito – e al paradosso – opposto: quanto può tollerare, un intollerante, i tolleranti permanendo purtuttavia intollerante in essenza).
Sembrerebbe ordunque che la tolleranza sia stretta tra le simplegadi dell’intolleranza, avvinta alla necessità di sempre ponderare il
quantum del “volo” tra follia e saviezza, etero ed omo delezione.
Ebbene, se affidiamo al
quantum l’equilibrio della stadera eidetica della tolleranza, non ci resta – per assicurarci di permanere sempre nell’equilibrio ipseitale della tolleranza – che stabilirne
valori discreti di soglia: posso tollerare gli intolleranti sino a X, oltre X, gli intolleranti mi eliminano; posso non-tollerare gli intolleranti sino a Y, oltre Y, mi autoelimino, trasmutando nell’essenza opposta. Ma
chi, compiutamente, stabilisce
la soglia del quantum? Lo sventolio della
Dixie Flag, ricade entro od oltre X? È il suo divieto
cis o
trans Y? Evidentemente codesti punti assiali sono
gettati nella Storia, sommossi dallo
Zeitgeist e sanciti dal Potere (politico e culturale, strutturale e sovrastrutturale) di volta in volta lì (= spazio) e allora (= tempo) vigente e facente vigere: i valori vigono (= hanno esistenza, essere) e valgono (= hanno valore), infatti, se e finché
qualcuno li fa vigere e valere.
<< La validità dei valori si basa su atti di posizione. Ma chi è, qui, che pone i valori? Le risposte più chiare e anche più aperte a questa domanda le troviamo in Max Weber: a porre i valori è quindi l'individuo umano nel suo totale libero arbitrio puramente soggettivo […]. Il carattere specifico del valore risiede infatti nell'avere non già un essere, ma soltanto una validità. Ne consegue che la posizione è nulla se non si impone; la validità deve essere continuamente attualizzata, cioè fatta valere, se non vuole dissolversi in mera parvenza. Chi dice valore vuole far valere e imporre. Le virtù si esercitano; le norme si applicano; gli ordini si eseguono; ma i valori vengono posti e imposti. Chi ne sostiene la validità deve farli valere. Chi dice che valgono senza che vi sia nessuno che li fa valere è un impostore
>>.
2
Ebbene, se i riquadri assiali entro i quali i valori trovano localizzazione epperò
quantificazione, vengano costantemente definiti e ridefiniti dall’incedere della Storia,
der Templum der Werte, di modo che esso stesso limite quantitativo redimente di volta in volta Odisseo fausto eroe o infausto peccatore, non possa non egualmente concutersi costantemente (precisamente cotale concussione consente, l’esserci, dunque il costante dilatarsi [
Dia-phéron] e contrarsi [
Sym-phéron] del
quantum); se, altresì, il limite – positivo e negativo – oltre il quale il tollerante diviene intollerante – per troppa ovvero, ribadiamo, intolleranza o per troppo poca – è stabilito dall’orizzonte assiologico (
positivo sive storico) simultaneo all’azione – tollerante-libertaria o intollerante-repressiva – del tollerante; nessun paradosso, nessuna contraddizione:
contingentemente (
Epamphoterízein) ogni società stabilisce sin dove spingersi nel reggere e nell’attaccare.
Ma, se il dis-crime quantitativo del qualitativo consegue vigenza e valore dalla Storia, ovvero viene statuito dalle
Kulturen nel corso del proprio fluire e defluire, cosa accade a codesta soglia eidetica allorquando sul proscenio della Storia appare quella Civiltà che pone se stessa quale compimento della Storia medesima? Che ne è del Limite di Atena se la per-fetta Civiltà e l’escate pone i propri valori come assoluti ovvero trascendenti la dimensione stessa della Storia?
Siamo, infatti, realmente certi di attraversare un tempo – storico – e un orizzonte – assiologico – in cui i valori siano posti giacché relativi cioè contingenti e di vece in vece –
in civitate (
positum) – sanciti, o non piuttosto, tutt’al contrario, nostro è lo
Zeitgeist della “natura umana”
metastorica (tanto psichica quanto genetico-neurale), dell’essenza transculturale sicché
necessaria, dei valori universali e inalienabili, nonché dei diritti innati giusnaturalisticamente posti una volta e per sempre, e per tutti (per i volenti correnti pertanto così come per i nolenti trascinati [e bombardati]), e financo
retroattivamente indigrignanti volenti vigere ed eternamente rivigere?
La Civiltà che pone sé quale ultima e perfetta, entelechia dell’umano incedere, ebbene già e immediatamente la
Kultur che super-valuta i propri valori trans-ponendoli nell’assoluto metastorico e transculturale, infatti, non può certamente accettare che vi sia una giurisdizione dell’Essere che sfugga alla propria azione trasformativa. La dimensione ontologica stessa dell’Essere-stato – costitutivamente inattingibile proprio se e solo allorché l’Essere si dà nel Tempo – diviene pertanto essa medesima preda della brama di omologazione e uniformazione totale, pulsione appercettiva che possiamo tranquillamente appellare
Wille zur Macht. Il passato
deve (
Sollen)
adeguarsi e
conformarsi al nostro volere, pensare e financo percepire,
deve divenire immagine e somiglianza creaturale nostra; da qui il fondamento non già ed esclusivamente della cosiddetta “cultura della cancellazione”, semplicemente la manifestazione sua più immediata e grossolana, ma le stesse neuroscienze, la stessa psicoanalisi e analisi genetica (e ancor più paleogenetica) – nonché l’
Interpretatio graeca del passato da ormai quasi un secolo compiuta dalla mitopoiesi hollywoodiana – hanno precisamente questo fondamento e scopo, ne siano consapevoli o meno i loro esponenti: propagandare l’idea che gli uomini, anzi, gli
homines, nella riduzione puramente naturalistica – coerente a quanto andiamo scrivendo – dell’ente autocosciente, in ogni tempo e di tutte le civiltà, hanno in fondo sempre avuto gli stessi desideri, le medesime pulsioni, aspirazioni, idee, e questi sono naturalmente i desideri, le pulsioni, le aspirazioni e le idee del borghese anglosassone moderno e ancor più postmoderno.
Nostra, invero, è l’epoca ove i più feroci tra i lupi hanno appreso astuti a travestirsi come i più mansueti degli agnelli, affinando nei millenni le proprie arti gerioniadi, emporeutiche inclinazioni e ofiodi abilità, sùbite e preste molto alla dis-misura, a nostro intendere colpevolmente, queste sì,
troppo tollerate dal tallone mariano-cesareo. Oltre il paludamento gaio e rizomatico del relativismo irenico e ipostenico, splende infatti la compiuta tirannide, il perfetto totalitarismo, l’entelechia prossima ventura dell’Uno eleatico, l’assolutizzazione assiologica che non alcun ricetto posizionale cronotopico concede,
né può, all’altro da sé, al differente, al contraddittorio del valore assoluto, proprio perché l’assoluto – esattamente in quanto privo di
quantum - non ha né può avere contraddittorietà, bensì esclusivamente contrarietà: l’altro dal valore assoluto, pertanto, non può essere posto se non giacché assolutamente contrapposto, ma l’assolutamente contrapposto all’assoluto del positivo e del pieno non può avere alcun
quantum di positività o posizionalità (nell’Essere), dunque, se già è, se già in qualche modo si dà (
es gibt) e dimostra nel Sentiero del Giorno in medesimezza e individualità, questo suo sinolo ecceitale, questo suo fenomeno particolare, retaggio di mondi imperfetti e spiriti belluini, d’epoche ir-rischiarate (
Un-Aufklärung) e in-colte (α-
μύστης),
deve essere assolutamente ridotto al
niente di ogni ri-ponibilità possibile presso l’esistenza, la qualità e l’occorrenza singolare storica, cancellato addirittura e financo, come detto, dall’essere-stato (qualcosa). L’opposto del pieno ontico è, difatti, semplicemente il
nihil absolutum: se l’albero non è il sole e nondimeno è pur qualcosa, e non niente (il celebre non essere come alterità o contraddittorietà del Sofista platonico), l’essere (in sé) è e non può non essere, dunque l’altro dall’Essere non può essere se come non-essere; pertanto, se e allorché è, se e allorquando pur appare, quest’ente eterodosso e ribelle – proprio poiché privo di alcun autentico fondamento ontico, proprio perché il suo universale di riferimento e compartecipazione è l’assoluto del negativo – deve essere ricondotto nel niente: precisamente codesto è il fondamento ontologico della furia iconoclasta e ortopedizzante che imperversa del nostro Tempo, furore ormai a-teleologico, cieco, indirezionato e im-mane proprio in quanto scatenato nella
civilizzazione, nel (contro)periodo ovvero ove l’essenza del Tempo super-compensa la perdita della direzione, della
Prόnoia, del
Lόgos laertiade vivente nella
Kultur, con la ciclopica veemenza estrinsecativa.
Ciò posto – e che la nostra tesi sia e così, è per noi ana-podittico, dimostrato immediatamente e preclarmente reso ai desti manifesto per ogni incedere dell’Oggi postmoderno anzitutto occiduo –, cosa accade al dis-crimine quantitativo storicamente oscillante e sorreggente la dia-vergenza tra tolleranza e intolleranza, se l’orizzonte assiologico stesso che contiene la tolleranza pone sé – e quindi già e immediatamente ogni elemento che in sé trova vigenza e valore per compartecipazione (μέϑεξις) – in quanto assoluto e perfetto, incontrovertibile e a-tremido? Semplicemente il
quantum da noi ricercato è impossibile a essere: non la tolleranza, se e allorché posta assoluta, può accogliere entro il sé alcun
quantum di intolleranza, poiché
questi la legherebbe (= dis-scioglierebbe) – cioè a dire ne legherebbe il sé – nella relazione al proprio sé altro, così a punto dimostrandola re-lativa.
Dunque, se la tolleranza è posta come assoluta – e così è nel nostro Tempo, ribadiamo, anapoditticamente –, non può accogliere entro il sé alcun
quantum d’intolleranza; ma, se non com-prende una quantità discreta d’intolleranza, l’intolleranza la elimina, presto o tardi che sia. Ecco pertanto la reale e la fondativa contraddizione dell’anima stessa faustiana, contraddizione immanente e portante di cui il paradosso di Popper è solamente un semplice epifenomeno (e neppure dei più significativi), la figura (
Gestalt) di una contraddizione storica, epocale sicché strutturale (
Gestaltung), risolta esclusivamente sul piano del Destino:
La Monade trans-porta l’essenza della Diade entro il proprio modo d’essere, secondo (autentica) Necessità (katà tò Chreṓn) ovvero in accordo al ritmo (katà tḕn toũ Chrónou Táxis) del Destino:
A1. Posizione (1) diadica (2) della Diade (2) (Enea Oikistés).
[B. Posizione della Monade:]
B1. Posizione monadica della Monade (Apollo);
B2. Posizione diadica della Monade (Faust);
A2. Posizione monadica della Diade (Ettore Epibatēríos) 3
La tolleranza, giacché assoluta, non comporta né può l’intolleranza entro il proprio perimetro identitario (ove il quantum del contraddittorio è nullo), ma la trans-pone entro il suo proprio modo d’esistenza: imprimere alla tolleranza il carattere dell’intolleranza, è questa la suprema Volontà di Potenza implicita in Popper e in tutti i suoi seguaci liberali, l’instaurazione – entro una giurisdizione che non riconosce confini né di Spazio né di Tempo – del Totalitarismo della Tolleranza.
Ma, se la Tolleranza non può assumere entro la coerenza del sé al sé, cioè a dire entro la propria identità o qualità, alcuna quantità discreta di intolleranza, può forse assumerla nel suo proprio modo d’essere ove Faust la trans-loca? Può, ovvero, la Tolleranza assoluta essere parzialmente intollerante? Evidentemente no: la trans-posizione dall’essere al modo d’essere dell’altro dall’assoluto non può che essere la trans-posizione dell’assoluto contrario: la Tolleranza assoluta non può non essere - allorché vuole essere nel modo dell’altro - se non nel modo assoluto dell’intolleranza, cioè a dire l’assoluta tolleranza non può non essere se non assolutamente intollerante.
E così è, patentemente, nell’entelechia parmenidea che ad oggi solamente si annuncia sicché annuncia l’intensificazione ulteriore sua ventura: l’Uno compatto, indistinto, eterno, ricolmo d’essere, ostile a ogni differenza e recalcitrante per ogni posizione di identità altra elevata in contraddittorietà, comportandosi – in concento alla Choreía del Destino – dalla posizione esordiale monadica, alla diadica epilogale, non può né ancor meno potrà tollerare liceità d’eccezione alcuna al sé.
Ma, poiché questo “sedicente” assoluto e ustato pur appare nel Tempo (cioè a dire poiché l’Era Deuteriore segue l’Originaria, sicché il compimento dell’epoca trardofaustiana non adempirà l’En-ΔΙΑ-di del Destino), la sua contraddittorietà gli si para e ancor più parerà costantemente innanzi, già parcellizzata ovvero disposta in discretudine. In ciò principia e alligna la veemenza re-attiva del nichilismo omniafferrante (Um-greifende) tardo-faustiano: ridurre incontrovertibilmente a niente ogni ente già composto (Dia-kósmēsis) in forma ed ecceità e così dispiegato lungo il Sentiero dell’Apparire del Destino. Questa è la Notte del Mondo (Weltnacht) prossima ventura che lo stesso paradosso di Popper – il para-dosso e ancor più l’esortazione sua di uscirne con audacia e coraggio dalla contraddizione – evoca al sorgere estremo. Ma, proprio poiché l’Originario antecede il Deuteriore, più furiosamente le orde tardofaustiane e transumane (Materialschlacht) assalteranno l’Olimpo dell’eterodossia e dell’alterità, più salda e a-tremida sorgerà la coorte che resiste (tò Katéchon) sull’Ultima Soglia.
Sic semper tyrannis
1 Karl Popper,
La società aperta e i suoi nemici, Armando Editore, Roma, 2004.
2 Carl Schmitt,
La tirannia dei valori, edizione originale:
Die Tyrannei der Werte, 1967. Edizione italiana: Adelphi, Milano 2008.
3 Alberto Iannelli,
Tecnica e Destino, Orizzonte Altro Edizioni, 2025