Eventi ed epifenomeni nel crepuscolo della civilizzazione occidentale
Nel 1978, poco dopo la morte del presidente DC, Leonardo Sciascia pubblica L’affaire Moro. Il pamphlet prende principio con un dialogo ideale tra l’autore e l’eidolon dell’amico Pasolini, evocato dall’epifania di una lucciola “antica”, compianta per la propria sineddotica scomparsa dal sodale poeta che non è più.
Il prologo, che rammemora insieme l’amico “fraterno e lontano” e la di esso rimembranza elegiaca dell’Italia che fu, contiene queste parole, di affetto a un tempo e di solidale battaglia, sineciosi di gratitudine rivolta e prospiciente ingaggio: “Con Pasolini. Per Pasolini”.
Bene, protetti, esortati e condotti da queste apparizioni per noi tutelari, tentiamo teurgicamente la reminiscenza delle ormai obliate “profezia pugnaci” pasoliniane contenute negli articoli – pubblicati originariamente sul Corriere della Sera e poi confluiti nella silloge “polemistica” Scritti Corsari (Garzanti, novembre 1975): “Contro i capelli lungi” (7 gennaio 1973), e “Il «folle» slogan dei jeans Jesus” (17 maggio 1973). Ne arrischiamo la benefica e forse la soterica rievocazione del contenuto analitico e concettuale, certo, ma anzitutto del loro pathos prodigioso, indignato, scandalizzato e contestatore proprio in nome e per conto del Passato, della Tradizione, di quell’Antico epperò e di quell’Archeo che, forse, “ancora ci attende in fine”.
Il primo articolo “racconta”, semiologicamente, la parabola – icastica – dei capelli lunghi, il loro trasmutare ossia da simbolo contro-culturale di protesta contro la società borghese e il suo conformismo, a emblema di appartenenza quindi adeguazione all’avanguardia stessa del nuovo Potere, a icona epperò di perfetta e compiutamente coerente accettazione del nuovo paradigma assiologico. Narra, pertanto – allegoricamente, attraverso “il segno dei corpi”, l’epifenomeno del costume –, la vicenda della metamorfosi che ha coinvolto nel suo complesso la società consumistica (occidentale anzitutto, ma non esclusivamente), ovvero, scendendo maggiormente verso le fondamenta della Storia, la trans-locazione del paradigma valoriale propagandato o piuttosto smerciato – certamente pro domo sua – dalla Borghesia (anglosassone e talassocratica), cioè dal reale “Potere del nostro Tempo”, spostatosi dal conservatorismo sanfedista e clericale ottocentesco e primonovecentesco, al progressismo laico ed “emancipativo” del secondo Novecento 1
<< Cosa dicevano, col linguaggio inarticolato consistente nel segno monolitico dei capelli, i capelloni nel ’66-67? Dicevano questo: “La civiltà consumistica ci ha nauseati. Noi protestiamo in modo radicale. Creiamo un anticorpo a tale civiltà, attraverso il rifiuto [...]. Creiamo nuovi valori religiosi nell’entropia borghese, proprio nel momento in cui stava diventando perfettamente laica ed edonistica. Lo facciamo con un clamore e una violenza rivoluzionaria (violenza di non-violenti!) perché la nostra critica verso la nostra società è totale e intransigente” […]. Venne il 1968. I capelloni furono assorbiti dal Movimento Studentesco […] Cosa dicevano, essi, ora? Dicevano: “Sì, è vero, diciamo cose di Sinistra; il nostro senso — benché puramente fiancheggiatore del senso dei messaggi verbali — è un senso di Sinistra… Ma… Ma […] : 1) La nostra ineffabilità si rivela sempre più di tipo irrazionalistico e pragmatico: la preminenza che noi silenziosamente attribuiamo all’azione è di carattere sottoculturale, e quindi sostanzialmente di destra. 2) Noi siamo stati adottati anche dai provocatori fascisti, che si mescolano ai rivoluzionari verbali (il verbalismo può portare però anche all’azione, soprattutto quando la mitizza): e costituiamo una maschera perfetta, non solo dal punto di vista fisico — il nostro disordinato fluire e ondeggiare tende a omologare tutte le facce — ma anche dal punto di vista culturale: infatti una sottocultura di Destra può benissimo essere confusa con una sottocultura di Sinistra”. Insomma capii che il linguaggio dei capelli lunghi non esprimeva più “cose” di Sinistra, ma esprimeva qualcosa di equivoco, Destra-Sinistra, che rendeva possibile la presenza dei provocatori […]. Ora […] nessuno mai al mondo potrebbe distinguere dalla presenza fisica un rivoluzionario da un provocatore. Destra e Sinistra si sono fisicamente fuse […]. Siamo arrivati al 1972 […]. Ero, questo settembre, nella cittadina di Isfahan, nel cuore della Persia […]. Ed ecco che una sera, camminando per la strada principale, vidi, tra tutti quei ragazzi antichi, bellissimi e pieni dell’antica dignità umana, due esseri mostruosi: non erano proprio dei capelloni, ma i loro capelli erano tagliati all’europea, lunghi di dietro, corti sulla fronte, resi stopposi dal tiraggio, appiccicati artificialmente intorno al viso con due laidi ciuffetti sopra le orecchie. Che cosa dicevano questi loro capelli? Dicevano: “Noi non apparteniamo al numero di questi morti di fame, di questi poveracci sottosviluppati, rimasti indietro alle età barbariche! Noi siamo impiegati di banca, studenti, figli di gente arricchita che lavora nelle società petrolifere; conosciamo l’Europa, abbiamo letto. Noi siamo dei borghesi: ed ecco qui i nostri capelli lunghi che testimoniano la nostra modernità internazionale di privilegiati!” Quei capelli lunghi alludevano dunque a “cose” di Destra. Il ciclo si è compiuto. La sottocultura al potere ha assorbito la sottocultura all’opposizione e l’ha fatta propria: con diabolica abilità ne ha fatto pazientemente una moda, che, se non si può proprio dire fascista nel senso classico della parola, è però di una “estrema destra” reale […]. Ora così i capelli lunghi dicono, nel loro inarticolato e ossesso linguaggio di segni non verbali, nella loro teppistica iconicità, le “cose” della televisione o delle réclames dei prodotti, dove è ormai assolutamente inconcepibile prevedere un giovane che non abbia i capelli lunghi: fatto che, oggi, sarebbe scandaloso per il potere >>.
Il secondo articolo, dalla celebre semiologia corporea pasoliniana, muove all’analisi di un particolare linguaggio verbale, collocandosi presso il luogo del dire (Er-ort-erung) del claim pubblicitario, discrasicamente al contempo così tecnico-pragmatico (denotativamente comunicativo), come estetico-artistico (connotativamente espressivo). Anche in questa seconda discussione pubblica, nondimeno, Pasolini racconta la parabola della scomparsa di qualcosa per omologazione a qualcos’altro.
<< La finta espressività dello slogan è così la punta massima della nuova lingua tecnica che sostituisce la lingua umanistica. Essa è il simbolo della vita linguistica del futuro, cioè di un mondo inespressivo, senza particolarismi e diversità di culture, perfettamente omologato e acculturato. Di un mondo che a noi, ultimi depositari di una visione molteplice, magmatica, religiosa e razionale della vita, appare come un mondo di morte >>.
In questa seconda occorrenza, la trasmutazione investe il ruolo ricoperto dal Sacro – e dal suo darsi istituzionale nel “Secolo” – all’interno della società (post-)moderna, dunque nel nuovo orizzonte valoriale borghese, sempre più ponente se stesso come omniafferrante e incontraddittorio, nuova religione a carattere ecumenico e assoluto, neorivelazione ancor più pericolosa, per Pasolini, di ogni antica teocrazia proprio perché mostrantesi col volto compassionevole e misericordioso del relativo, dell’inclusivo, dell’irenico, dell’eudaimonico, dell’eleuterico, dell’emancipativo.
<< La Chiesa ha insomma fatto un patto col diavolo, cioè con lo Stato borghese. Non c’è contraddizione più scandalosa infatti che quella tra religione e borghesia, essendo quest’ultima il contrario della religione. Il potere monarchico o feudale lo era in fondo di meno. Il fascismo, perciò, in quanto momento regressivo del capitalismo, era meno diabolico, oggettivamente, dal punto di vista della Chiesa, che il regime democratico: il fascismo era una bestemmia, ma non minava all’interno la Chiesa, perché esso era una falsa nuova ideologia. Il Concordato non è stato un sacrilegio negli anni trenta, ma lo è oggi, se il fascismo non ha nemmeno scalfito la Chiesa, mentre oggi il Neocapitalismo la distrugge. L’accettazione del fascismo è stato un atroce episodio: ma l’accettazione della civiltà borghese capitalistica è un fatto definitivo, il cui cinismo non è solo una macchia, l’ennesima macchia nella storia della Chiesa, ma un errore storico che la Chiesa pagherà probabilmente con il suo declino. Essa non ha infatti intuito — nella sua cieca ansia di stabilizzazione e di fissazione eterna della propria funzione istituzionale — che la Borghesia rappresentava un nuovo spirito che non è certo quello fascista: un nuovo spirito che si sarebbe mostrato dapprima competitivo con quello religioso (salvandone solo il clericalismo), e avrebbe finito poi col prendere il suo posto nel fornire agli uomini una visione totale e unica della vita (e col non avere più bisogno quindi del clericalismo come strumento di potere). Il futuro appartiene alla giovane borghesia che non ha più bisogno di detenere il potere con gli strumenti classici; che non sa più cosa farsene della Chiesa, la quale, ormai, ha finito genericamente con l’appartenere a quel mondo umanistico del passato che costituisce un impedimento alla nuova rivoluzione industriale; il nuovo potere borghese infatti necessita nei consumatori di uno spirito totalmente pragmatico ed edonistico: un universo tecnicistico e puramente terreno è quello in cui può svolgersi secondo la propria natura il ciclo della produzione e del consumo. Per la religione e soprattutto per la Chiesa non c’è più spazio >>.
Orbene, dalle profezie eretiche e luterane pasoliniane distiamo ormai mezzo secolo: possiamo noi, pertanto, ora, alle soglie del 2021, indulgere oziosamente nella sterile rammemorazione di uno “scandalo” che fu il suo, di uno thauma che non è più il nostro e che non più il nostro può essere?
Nessuno di noi contemporanei, infatti, ad eccezione forse di taluni laudatori del tempo che sempre fu aureo per il semplice fatto che non è più, potrebbe mai meravigliarsi di uno slogan pubblicitario che echeggiasse, irridesse e anzitutto sfruttasse commercialmente il Sacro e ogni di esso simulacro e simbolo, né, parimenti, della capacità, più volte dimostrata, del consumismo capitalistico, di assorbire nella propria costitutiva antitipicità politropa ogni opposizione a sé, trasmutandola in fonte di lucro e quindi immediatamente cooptandola entro l’orizzonte – tanto “strutturale”, quanto valoriale – proprio.
Sia elevato, esclusivamente per l’icasticità della propria “parabola”, l’esempio delle T-shirt con l’effige di Che Guevara divenute, da simbolo di rivolta contro un sistema fondato sul lucro, a mero oggetto di consumo alla moda, ipostatizzando così la celebre trasmutazione del mezzo in fine: lo scopo originario – diffondere l’idea di rivolta contro un sistema fondato sul lucro (ribadiamo, così a livello di “Struktur”, come di “Über-bau, nell’interdipendenza loro o coimplicazione, non certo nella subordinazione o causazione dell’uno sull’altro) – viene progressivamente cannibalizzato (quindi immediatamente cooptato, omologato e omogeneizzato, nonché senz’altro “disinnescato”, nell’intorno assiologico che combatteva) da ciò che un tempo erano il mezzo e l’efficienza del mezzo, la diffusione e la massima diffusione, ora divenuti il nuovo scopo servito dall’impressione su tessuto dell’effige simbolica che fu di rivolta (si stampa l’effige del Che, e non, ad esempio, quella di Batista, poiché ne garantisce al produttore una maggiore diffusione, cioè a dire risponde a una domanda di consumo maggiore).
E, nondimeno, contrappassisticamente metamorfizzando l’inautenticità dello scandalo su cui si basano sia l’arte borghese moderna, che la pubblicità della società edonistico-consumistica, paredra sua ed epigona postmoderna, nell’autenticità dello scandalo che il Sacro autenticamente incarna rispetto a ciò che immediatamente si dà nell’al-di-qua della propria esplosione improvvisa che tutto l’altro dal punto epifanico del sé abbaglia (pro-fano), dobbiamo noi perseverare nella conservazione della disposizione alla pensante rammemorazione dell’Alterità assoluta, caricandoci, proprio a “'Imago Christi”, sulle nostre spalle scorticate ovvero incanutite dalla storicizzazione della Differenza originaria, il peso della redenzione soterica per l’intero Sentiero del Giorno, precisamente poiché noi – Oggi – ne attraversiamo il Tempo o Segmento dell’estrema agonia, l’ultima stazione sicché l’ante-golgotea in cui del già impresso lungo l’enantio-lastricato eido-ecceitale dell’Alterità autoesordiale sicché omoincoativa, non ne deve essere più niente poiché tutto è Destino che ne sia in fine del Niente autoctico-archeo.
Con Pasolini dunque, e per Pasolini analizziamo lo slogan e il messaggio della campagna in questi giorni diffusa da una celebre Corporation del chimico persona: “Perché non importa chi sei, che capelli hai o che capelli desideri. Pantene ti sostiene.”
<< L’obiettivo è di celebrare la diversità di ogni persona e il potere che hanno i capelli nel trasformare la nostra sfera emotiva e sociale e il modo in cui affrontiamo le sfide quotidiane. La missione della campagna è abbattere pregiudizi e barriere, diffondere il più possibile nella società una cultura di inclusione e creare spazi sicuri per le persone LGBTQI+ che sono ancora oggi, purtroppo, vittime di abusi e discriminazioni >>.
Prima di procedere con l’analisi, e prima ancora di concederci alla presa voluttuosa dell’ostensione che dà testimonianza allo “scandalo”: …
Bisogna esporsi (questo insegna
il povero Cristo inchiodato?),
la chiarezza del cuore è degna
di ogni scherno, di ogni peccato
di ogni più nuda passione…
(questo vuol dire il Crocifisso?
sacrificare ogni giorno il dono
rinunciare ogni giorno al perdono
sporgersi ingenui sull’abisso).
Noi staremo offerti sulla croce,
alla gogna, tra le pupille
limpide di gioia feroce,
scoprendo all’ironia le stille
del sangue dal petto ai ginocchi,
miti, ridicoli, tremando
d’intelletto e passione nel gioco
del cuore arso dal suo fuoco,
per testimoniare lo scandalo.
[Pier Paolo Pasolini, da L’usignolo della Chiesa Cattolica, 1948-1949]
… lasciamo che la ripresa della stampa cosiddetta main stream ci aiuti nel comprendere l’importanza universale (sive globale, multinazionale) di questa campagna, tanto umanitaria quanto filantropicamente disinteressata:
<< L'importanza di sentirsi bene con se stessi passa dai capelli, un importante veicolo di emancipazione […]. Ed è proprio nella sfera “comunicativa” ed emancipativa dei capelli che si inserisce Pantene con il nuovo capitolo Hair Has No Gender, la campagna lanciata a livello europeo che punta a celebrare la diversità di ogni persona e il potere che ha la nostra chioma nel trasformare la sfera emotiva e sociale di ognuno, in particolar modo dei membri della comunità LGBQTI+. […] Pensaci: quante volte nei saloni hai visto la distinzione tagli da donna, tagli da uomo? Saloni per donne, saloni per uomo? Se i capelli sono mezzo di espressione del nostro essere, chi non si colloca nelle canoniche etichette a chi dovrebbe rivolgersi per avere un semplice cambio look? "C'è necessità di creare spazi neutri", spiega l'hairstylist Kristin Rankin, in cui ognuno è libero di sentirsi a proprio agio e non etichettato […]. "Grazie a Pantene gli appartenenti alla comunità LGBTQI+ hanno fatto dei loro capelli un simbolo di indipendenza, di libertà, un'opportunità per affermare la loro diversità e unicità" continua Trapanotto (Samantha Trapanotto, vicepresidente dell'Associazione Libellula) […]. È bene ricordare che la vita è una e breve e meritate di provare a raggiungere la felicità come tutti >>.
[Come Pantene con la campagna Hair Has No Gender 2020 sostiene la comunità LGBQTI+, Francesca Scrimizzi, Cosmopolitan, 25/11/2020. Corsivi nel testo nostri]
Conosciamo ormai da diversi decenni la retorica del discorso del Potere del nostro Tempo, retorica fintamente buonista e ipocritamente “inclusivista” (per il Capitale, infatti – ovvero per quella forza storica che permane im-mutabile, substrato della forma come la Chora platonica, persino innanzi a genocidi, carestie, calamità naturali ed epidemie, meri eventi da sfruttare per lucrare ovvero da ingenerare, direttamente manu militari o per tramite della sobillazione, ancora e sempre per dipoi “intensivamente” sottoporli a profitto come un campo arato con pragmatico cinismo e miopia dell’Avvenire; da quella forza storica sicché, ancora, che ha sovente dimostrato di poter rimanere inconcussa presso il centro della cupidigia dell’“oro”, persino vendendo armi – e certamente “t-shirt” – così alla Germania nazista, come agli Anglofrancesi – gli appartenenti alla cosiddetta comunità LGBTQI+, in quanto individui, ossia al netto dell’essenza morfoclasta che ipostatizzano come “categoria” – essenza pertanto coerente all’attuale nostro Zeitgeist, fluido e antitipico, caotico e aoristo, ulicamente riottoso ossia a qualsivoglia ordinamento nomotetico o diacosmetica distinzione eidetica –, sono semplicemente quote di mercato, cluster di consumatori, e proprio in quanto tali devono essere emancipati ed eguagliati agli altri consumatori eterosessuali, come ossia e in quanto clienti con pieno e paritario diritto di accesso al godimento e all’acquisto compulsivo e costante di beni e servizi pressoché adiafori):
Se, dunque, ben ormai conosciamo che cosa – in Verità – celi la retorica di questo discorso del nulla inautentico (ove la voce genitivale pro-clama il nulla inautentico in modo parimenti [enantio-]mediale: il discorso è del nulla inautentico, poiché, a un medesimo tempo, e dice dell’Indistinzione, e all’Indistinzione stessa appartiene): il Capitalismo non è null’altro, infatti, si è più volte affermato, che uno, l’Economico, dei quattro semi-assi in-centranti l’Ur-Gestalt tetramorfica della civilizzazione manchesteriana della Kultur di Faust, composta dal Giusnaturalismo, dal Liberalismo nell’orizzonte del Politico, e dal Globalismo nell’ordine del mondo; perché darne, dello scandaloso suo dimostrarsi ulteriormente nel fenomeno, ancora e pervicacemente testimonianza attraverso la rammemorante ostensione del corpo nudo dell’Alterità virescente, della carne sua trasfossa in voluttà di martirio dall’incanutirsi della Storia?
Semplicemente perché il pathos dello scandalo – inautentico o a punto “civilizzato”, cioè trans-mutato dall’ubertosità della Ge-scichte, alla sterilità della Ge-stell –, consustanzia l’essenza stessa del nostro tempo tardo (épater le bourgeois), ma lo capo-volge ossia ri-volge dalla steresi del Sacro, del formale, dell’avveniente, alla pienezza del Profano, del concreto, dell’attuale (e del pregresso), di modo che l’emancipazione (milliana) sicché la dissoluzione (integralista) dell’identità già costituita, assurga a fine dell’esistere e dell’agire.
Sbalorditi e storditi dalle molte voci e dalle mille luci della moda e dell’advertising, nonché dal loro fondativo pathos illuministico dell’antecedenza, della novità continua, della rottura di schemi e tradizioni, e della plusvalenza di una diversità precisamente e puntualmente sempre intesa giacché neutralità an-identitaria o nientità indistinta (“no gender”) che tutto omni-afferra e omologa nell’identitario suo sottrarsi a qualsivoglia forma distintiva che salda invece stando conquisti ipseità nel di-partire la contraddittorietà tutta dal punto di coalescenza del sé al sé, non sappiamo più udire la voce del Sacro, dell’Assolutamente Altro (Ganz Anderes), cioè a dire, più autenticamente, della ΔΙΑ-ferenza da ogni ente, ovvero da ogni apparire mondano, viepiù inascoltanti ormai, come siamo, la sua stessa inaudizione.
Esclusivamente riconquistandoci alla disponibilità dello Thauma, dell’originaria Commozione (Ergriffenheit), solo ri-volgendo ossia l’An-denken verso la Divergenza esordiale che oltre l’Oggi ci attende e, postrema, da principio, saremo in grado di oltrepassare il Giorno che s’imbruna, il segmento invero senescente dell’utilizzazione meccanicistica e materialistica (Anwendung) dell’ente (e dell’Esserci stesso); solo riappropriandoci, del pari, dell’esclusivamente nostra capacità di non mai conciliarci con l’Essere-in-sé, con tutto “quanto è soltanto realtà4” (profana), e scandalizzarcene, rivolgendoci così all’Altro e alla rammemorazione della di Esso omni-principialità escate, potremo continuare a di-morare autenticamente presso il Destino, giacché ancora un destino (altro), secondo Necessità, ci attende oltre l’entelechia dell’Era dell’Essere e dell’Identico.
1 << L’odio contro la monarchia e l’aristocrazia spinge il borghese liberale a sinistra; il timore per la sua proprietà minacciata dalla democrazia e dal socialismo radicale lo spinge di nuovo a destra, verso una monarchia forte il cui apparato militare lo possa difendere; così egli oscilla fra i suoi due nemici con l’intento di ingannarli entrambi >>. Carl Schmitt, Teologia politica, Quattro capitoli sulla dottrina della sovranità. Politische Theologie, Vier Kapitel zur Lehre von der Souveränität, 1922. Edizione italiana: In, Le categorie del politico, il Mulino, Bologna 2019 (citando Friedrich Julius Stahl).
2 Nel concetto liberal-milliano di Libertà, ancora una volta assistiamo alla trasmutazione, “inautenticante”, in fine di ciò che ne fu mezzo: l’autentica libertà, infatti, è strumento della diacosmesi, de-vastazione – preliminare sicché pro-meteicamente teleologica – del già condotto nella pienezza, ovvero è forza creante lo spazio steresico per [télos] l’estroflessione dell’ulteriorità da condursi all’atto e alla forma, all’essere e all’ecceità. In Stuart-Mill, cioè a dire nella Modernità borghese anglosassone, la devastazione del già composto diviene invece lo scopo ultimo: la distruzione oblia l’edificazione a cui prestava servizio, l’ecpirosi smarrisce la palingenesi e il compito supremo, il Dovere o Sollen del Moderno, diviene la nientificazione – a carattere eterno, necessario, epistemico – del tutto dell’Essere (Sein) che si dà, ivi (ri-)compresa la stessa circoscrizione dell’Essere-stato.
3 << Io sono una forza del Passato / Solo nella tradizione è il mio amore. / Vengo dai ruderi, dalle Chiese, / dalle pale d’altare, dai borghi, / dimenticati sugli Appennini o le Prealpi, / dove sono vissuti i fratelli >>. Pier Paolo Pasolini, 10 giugno 1962.
4 << L’uomo è perciò l’essere vivente che, in virtù del suo spirito, è in grado di comportarsi in maniera essenzialmente ascetica nei confronti della sua vita […]. Paragonato all’animale che dice sempre “sì” alla realtà effettiva — anche quando l’aborrisce e la fugge — l’uomo è “colui che sa dir di no”, l’“asceta della vita”, l’eterno protestatore contro quanto è soltanto realtà >>. Max Scheler, La posizione dell'uomo nel cosmo, Die Stellung des Menschen im Kosmos, 1928. Edizione italiana: Armando Editore, Roma 1998