Orizzonte Altro
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La profligazione del pomerium indoeuropeo
Da: Alberto Iannelli, Il Potere del nostro Tempo. Origine, fondamento e posizione dell’essenza eidoclasta, nell’Oggi omniafferrante, sul piano della Seinsgeschichte, Orizzonte Altro, 2023, pp. 67 - 81.
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Catturati demone zoomorfo e goetico incantatore, ci sentiamo, in conclusione, in dovere di battere un ultimo e ulteriormente imo sentiero catabasico di caccia e cattura: per poter, infatti, accennare verso la direzione di eventuali loro superamento e soppressione, dobbiamo anzitutto compulsare eziologia e genealogia del Tempo, nostro, del loro comune e sinergico trionfare. Bene, poiché, rivolgendoci ancora verso la struttura della società protoindoeuropea, non possiamo non rinvenirvi quale capitale e fondativa 1 la tripartizione funzionale, tanto distintivamente costitutiva, quanto mantenutasi nei mutamenti e nei millenni 2, ci domandiamo ora – ponendolo quale postulato assiomatico della deduzione nostra conclusiva o cocitea – se non sia proprio l’evento del suo abbandono il principio dell’avvento del nostro orizzonte storico.

Quale altra può, difatti, essere la distruzione identitaria veteriore se non proprio quell’originaria dissoluzione che libera ed emancipa dal proprio confinamento comunitario, dal proprio limes “cosmico”, la funzione che in ultimo conduce al compimento estremo dell’Era Deuteriore dell’Indistinto? E, tuttavia, per validare la sintesi delle tesi secondo le quali, da un lato, il Mercante capitalistico della civilizzazione faustiana rappresenta il sommo sacerdote del Potere del nostro Tempo; dall’altro, la soppressione dell’ideologia tripartita indogermanica costituisce l’evento cesurale che dà principio all’avvento invitto dei suddetti malebolgico Potere e paredro oxycerco 3, dobbiamo ulteriormente indagare:


Non volendo il seguente trattato indulgere presso l’analisi evenemenziale, essendosi al contrario votato all’indagine agile circa le linee carsiche di sviluppo dei processi storici e destinali, ontici e meontici altresì, non possiamo soffermarci nell’elencazione dei singoli avvenimenti che hanno condotto alla distruzione ultima dell’originaria tripartizione funzionale riscontrata dagli studiosi di comparatistica innervare ogni popolazione “ancestrale” e poi “storica” della famiglia indoeuropea. Non possiamo ovvero trattenendoci nel dettaglio di quell’accadimento cesurale che la storiografia ha eletto per decretare – esemplarmente – la fine del cosiddetto Ancien Régime, né attardarci presso lo studio della sua più prossima causazione o del di esso circoscritto cronotopo di coltura e incubazione, votati come siamo alla ricerca del preciso e del primo punto, per necessità anteriore al trionfo paradigmatico parigino, in cui prende principio storico, dunque manifesto, la volontà, bramosa, di annientare la tradizionale tripartizione. E, nondimeno, procedendo euristicamente a ritroso lungo le vestigia impresse dal camminamento eliaco o catafatico dell’uomo, ci sembra di venire costantemente risospinti più indietro: non appena proviamo ad arrestarci, certi di aver finalmente scoperto l’origine di questa specifica tensione alla delezione funzionale, ecco che veniamo subito abbagliati da un ritrovamento anteriore, così da non mai riuscire a rimontarne il principio fondativo e conficcare così con precisione il nostro piolo portante e basale presso il centro dell’ofidico axis eversionis e ctonio, terminus a quo si manifesta la volontà di una delle tre funzioni di annichilire ogni determinazione che la distingue con recisione e cogenza (Pathos der Distanz) dalle altre.

Tuttavia, seppur certo costantemente scorrente nei recessi ipogei, seppur, ovvero, dimostrante tale continuità nello sporadico suo affiorare alla presa eliaca in discontinuità d’evi e d’areali postkurganici, un intorno d’anni e di terre ci appare particolarmente preclaro se non nel desnudare l’origine della brama sovversiva e suppurativa, perlomeno i prodromi della definitiva affermazione settecentesca. Collochiamoci dunque nel principio del secondo millennio (tra X° e XIII° sec.), nei viepiù fiorenti Comuni dell’Italia centro-settentrionale e della Germania meridionale, soprattutto, e – pur allora in parte minore – delle Fiandre e della Loira, nell’esordio ossia di ciò che è stato designato “rivoluzione commerciale”. Qui – sul piano puramente storiografico – leggiamo di un concorso di fattori, non esclusivamente politici (nuove tecniche agricole ingeneranti maggiori eccedenze rivendibili, la rimessa sul mercato dei beni ecclesiastici nell’ambito della lotta per le investiture, le Crociate, la Reconquista etc…), predispostisi favorevoli allo sviluppo economico, ai traffici commerciali, all’urbanizzazione, alla nascita o alla crescita di una cultura prettamente cittadina in cui “presta molto” si insinuerà la “gente nova”, avida di “subiti guadagni”, la classe ossia dei mercanti allora recentemente arricchitisi che imprimerà – destrutturando con i fondamenti sociali aviti gli stessi cinti urbani – l’avvio di quell’inaudito rivolgimento entro il sogno sovversivo del quale ancor oggi, incipientemente tutti, brulichiamo 4

Particolarmente per noi preziosi risultano essere – per offrire al Giorno le trame della goeteuma sediziosa – gli strali dello sdegno aristocratico dantesco, in cui l’antenato Cacciaguida imposta, in anafora e apofasi, la correlazione tra pomerium antico e rettitudine morale, distinzione delle genti, ovvero degli ordini, e armonia del cosmo comunitario:

«Fiorenza dentro da la cerchia antica, / ond’ ella toglie ancora e terza e nona, /si stava in pace, sobria e pudica. // Non avea catenella, non corona, / non gonne contigiate, non cintura / che fosse a veder più che la persona. // Non faceva, nascendo, ancor paura / la figlia al padre, ché ’l tempo e la dote / non fuggien quinci e quindi la misura. // Non avea case di famiglia vòte; / non v’era giunto ancor Sardanapalo / a mostrar ciò che ’n camera si puote. / Non era vinto ancora Montemalo / dal vostro Uccellatoio, che, com’ è vinto / nel montar sù, così sarà nel calo. // Bellincion Berti vid’ io andar cinto / di cuoio e d’osso, e venir da lo specchio / la donna sua sanza ’l viso dipinto; // e vidi quel d’i Nerli e quel del Vecchio / esser contenti a la pelle scoperta, / e le sue donne al fuso e al pennecchio.// Oh fortunate! ciascuna era certa / de la sua sepultura, e ancor nulla /era per Francia nel letto diserta. // L’una vegghiava a studio de la culla, / e, consolando, usava l’idïoma / che prima i padri e le madri trastulla; // l’altra, traendo a la rocca la chioma, favoleggiava con la sua famiglia / d’i Troiani, di Fiesole e di Roma. // Saria tenuta allor tal maraviglia / una Cianghella, un Lapo Salterello, / qual or saria Cincinnato e Corniglia. // A così riposato, a così bello / viver di cittadini, a così fida / cittadinanza, a così dolce ostello, // Maria mi diè, chiamata in alte grida; / e ne l’antico vostro Batisteo / insieme fui cristiano e Cacciaguida».5

L’antica cerchia muraria fiorentina, con melancolica nostalgia rammemorata dall’antenato cavaliere, il bellator già custode del mos maiorum, non rappresenta, infatti, per Dante, null’altro se non l’ipostasi stessa del Katéchon paolino, e ci fornisce agile adito alla correlazione necessaria tra distinzione, limite e contenimento da un lato, e preservazione dello Iustus Ordo, dell’olimpico métron, dall’altro, di quel Nomos der Erde che solo può conferire armonia e rettitudine sia all’uomo che alla pólis, tanto che la sua rottura, conseguenza dell’accrescimento patologico del suburbio e dell’inurbazione delle genti non fiorentine né antiche («Tutti color ch'a quel tempo eran ivi / da poter arme tra Marte e ‘l Batista, / eran il quinto di quei ch’or son vivi. // Ma la cittadinanza, ch’è or mista / di Campi, di Certaldo e di Fegghine, / pura vediesi ne l’ultimo artista»), enfiagione a sua volta determinata dalla tracotanza del mercante non più raffrenato, come un tempo, dal potere dei Cesari («Se la gente ch’al mondo più traligna / non fosse stata a Cesare noverca, / ma come madre a suo figlio benigna, // tal fatto è fiorentino e cambia e merca, / che si sarebbe vòlto a Simifonti, / là dove andava l’avolo a la cerca») rappresenta a punto la distruzione dell’ordine cosmico, secolare e dunque celeste.

Dal melancolico livore avito e antico, tanto insigne e corrusco quanto esemplare e per noi epifanico, possiamo senz’altro principiare una duplice inferenza, già parzialmente rispondente al nostro interrogare circa cause e ascendenze di questo a noi coevo torno d’anni d’apoteosi neppur più disputata ovvero escussa presso Verità sive Autenticità:

  1. La funzione che attenta alla distinzione tra le funzioni è la terza funzione inautentica o parassitaria, ossia il ceto mercantile e finanziario, la classe crematistica o piuttosto la corrispondente “struttura esperienziale-esistenziale” empolea.
  1. Il dominio dell’emporeutico da sempre avversa la divisione “de le persone” e ne attenta la sovversione, come le fiere selvagge che in odio hanno “i luoghi cólti” fra Cecina e Corneto, ma sino ad un preciso crocevia storico-destinale, l’Orizzonte del Politico (“Cesare”) teneva a freno (τò κατέχον) “l’orgoglio” e la “dismisura” dell’Orizzonte dell’Economico inautentico. 6

Se, pertanto, la funzione deputata all’accrescimento quantitativo o indiscreto della potenza immanente trova da sempre la propria qualità o misura nello Stato, fondato, anzitutto ideologicamente (Weltanschauung), sulla tripartizione dei domini, e se la di essa componente crematistica inautentica parimenti da sempre inclina verso la rovina del limes ordinum, dunque della stessa Statualità ovvero della primazialità del Politico, e se spasmodicamente vi tende concependola giacché prodromica distruzione di qualsivoglia ulteriore tentativo di contenimento dell’accrescimento infinito del proprio orizzonte esistenziale di predazione (Pleonexía, Cupiditia); e se, da ultimo, tale protendimento teleologico e surrettiziamente lungimirante conquista citoyenneté a principiare dall’intorno di contrade e di stagioni sopra delineato; ciò manifestamente dimostra come lì e allora (Zeit-Umbruch) il Potere frenante principi la propria epocalità o sospensione. È, infatti, col sorgere del sogno di Faust che il Limite apollineo inizia a recedere, per dipoi pressoché assolutamente annichilirsi o incipientemente con l’avvento compiuto della civilizzazione nostra, il segno delfico ovvero ogni argine – crollato col deliquio del fondamento stesso del suo concetto (“Necessità possente lo tiene nei legami del limite, rinchiudendo d’intorno, poiché è stabilito che l’Essere non sia incompiuto7) –, ogni solco ovvero, qui e per noi, il calcagno politico che conteneva l’agire pleonectico del serpe edenico, premendone il ceffo.

Ma, in ultimo, se il venir-meno dell’ubi consistat di ogni centuriazione e di tutti i templi – nonché, certamente, d’ogni ara e d’ogni isoglossa, tanto di ogni linea d’inimicizia quanto d’alleanza, di qualsivoglia ordinamento (Ordnung) e di qualsiasi localizzazione (Ortung) –, frantumatosi viepiù sotto il maglio dello spirito gotico, dipende e discende dal trasmigrare della configurazione dell’ente in totalità dal Sein greco-romano al Sollen germanico-anglofrancoamericano, e se quest’ultimo trapasso concede corresponsiva manifestazione, lungo la vicenda anabasico-catafatica (῾Υπερ-ίων), alla struttura endiadica dell’Originario, se, ossia, dimostra nel Giorno il necessario imporre la Monade deuteriore presso l’ulteriore posizione diadica, oltre ebbene la principiale sua propria deduzione in posizione monadica 8, allora non possiamo se non concludere qui il nostro percorso venatorio ostendendo ora le seguenti evidenze ultime o finali risultanze apodittiche:


E, nonpertanto, forse ancora qualcosa a noi è concesso in extremis compulsare, forse ovvero ancora possiamo, in clausola, porre in questione l’ultimità dell’irreversibile ovvero dell’incondizionata destinazione al compimento entelechiale dell’Era conseguente dell’Eterno, in cui il Potere qui desnudato, invitto già dispone, e con necessità viepiù vi disporrà, d’ogni terra e d’ogni acqua. Ossia, altrimenti ad avanzare l’interrogazione estrema vale a dire soterica, l’attuazione completa dell’orizzonte della Monade conseguente coincide forse con l’adempimento assoluto del Giorno del Destino, o ancora luce trasparirà sorgendo dal loro principiare a divergere? Ebbene, egualmente, un’altra destinazione attende forse l’Esserci oltre quella Notte del Mondo verso la quale tutti – ormai perlopiù (oi polloì) ombre vane in ceppi (amenenà kárena) – siamo in cammino?

1 «La scoperta, cioè, del fatto che non solo e non tanto i nostri progenitori praticavano una sorta di “divisione del lavoro” in tre ordini o ripartivano la società e il loro pantheon in tre classi, ma che oltre a ciò avevano definito e teorizzato questa divisione facendone un’ideologia, ovvero, secondo il senso già chiarito in cui Dumézil usa questo termine, una concezione globale dell’universo, dell’uomo e delle forze e tendenze che li creano e li sottendono, una riflessione sugli equilibri, le tensioni e i conflitti necessari al buon funzionamento del mondo così come della città, degli uomini così come degli dèi. L’ideologia “tripartita” appare infatti come il mito principale, la trama stessa della cultura indoeuropea […]. Una domanda che ci si è tradizionalmente posti di fronte alla costanza di questi dati è quella relativa alla possibile natura universale e in qualche maniera “ontologica” del modello tripartito: non sono forse le tre esigenze fondamentali, e perciò “elementari”, di ogni popolo quelle di essere governato, difeso e nutrito? Dumézil ha risposto in più contesti con chiarezza a questa obiezione: “Nel mondo antico né gli Egizi, prima dei contatti avuti con i popoli del mare, né gli Asianici, né gli Hurriti, popoli condotti essi stessi da aristocrazie indoeuropee o segnati dall’influenza degli indoeuropei, né le popolazioni mesopotamiche prima della dominazione dei Cassiti, questi ultimi a componente indoeuropea, né più in generale i semiti, i siberiani o i cinesi, o qualunque altro popolo non indoeuropeo o che non sia stato esposto ad influenza indoeuropea certa e documentabile, ha mai compreso una tale struttura quale sostegno e spina dorsale della sua ideologia e della sua vita sociale”. E ancora, in altro contesto: “Invano si sono ricercate repliche agli schemi concordanti della tripartizione nella pratica o nelle tradizioni delle società ugro-finniche o siberiane, presso i cinesi o gli ebrei biblici, in Fenicia o nella Mesopotamia sumera e semita […]. Ciò che si osserva invece sono sia organizzazioni indifferenziate di nomadi, dove ciascuno è nello stesso tempo combattente e pastore, sia organizzazioni teocratiche di popoli sedentari in cui un re-sacerdote o un imperatore divino è bilanciato da una massa infinitamente frammentaria ma indifferenziata, sia – ancora – società in cui lo stregone non è che uno specialista in mezzo a molti altri, malgrado il timore che il suo specialismo ispira. Niente di tutto ciò ricorda insomma la struttura delle tre classi funzionali gerarchizzate. Non ci sono eccezioni”». E. Castrucci, op. cit.

2 Iuppiter, Mars, Quirinus; Bouleutikón/Phylakikoũ (Logistikón), Epikourētikón/Polemikoũ (Thymoeidés), Chrēmatistikón (Epi–thymētikón); Oratores, Bellatores, Laboratores; Clergé, Noblesse, Tiers état.

3 "Ecco la fiera con la coda aguzza, /  che passa i monti e rompe i muri e l'armi! / Ecco colei che tutto 'l mondo appuzza!". Danti Alighieri, Divina Commedia, Inferno, XVII°, vv. 1-3.

4 Non possiamo se non tangenzialmente indicare il Seicento inglese e calvinista come l’ulteriore cronotopo d’inveramento del nostro Tempo, di ciò che in esso domina e di colui che ne detiene saldo il banno, l’epoca ossia delle Compagnie delle Indie e del trionfo degli agili e sinuosi corsari di Elisabetta I° sull’Armada Invencible, quasi ipostasi, con la propria mastodontica mole induttile, dell’Antico Regime in predicato di affondamento, l’epoca ovvero, ancora con Carl Schmitt, in cui “l’Inghilterra scelse il mare”: «Nei 45 anni del suo regno (Elisabetta I° Tudor, 1558-1603) l'Inghilterra divenne una nazione ricca, cosa che prima non era stata. In precedenza gli Inglesi allevavano pecore e vendevano la lana alle Fiandre, poi invece affluirono verso l'isola da tutti i mari i favolosi bottini dei corsari e dei pirati inglesi. La regina si rallegrò di questi tesori e ci si arricchì. In questo senso essa con tutta la sua verginità non fece niente di diverso da quanto numerosi inglesi, nobili e borghesi, uomini e donne della sua epoca fecero: parteciparono tutti al grande affare del bottino. Centinaia e migliaia di uomini e donne inglesi si trasformarono allora in «capitalisti corsari», in corsaìrs capitalisis. Anche questo fa parte della svolta elementare dalla terra al mare della quale qui si tratta […]. Ancora nel quattordicesimo anno del regno della regina Elisabetta la maggior parte del naviglio inglese era in viaggio per spedizioni di rapina o per affari illegali e nel complesso appena poco più di 50.000 tonnellate di stazza erano impiegate per il traffico commerciale legale [ … ]. Ciò non può essere spiegato mediante raffronti generali con precedenti esempi storici di dominio marinaro, neppure tracciando paralleli con Atene o Cartagine, Roma, Bisanzio o Venezia. Qui siamo di fronte ad un caso nella sua natura unico […]. Dopo che la separazione di terra e mare e il contrasto dei due elementi erano divenuti la legge fondamentale del pianeta, si levò su questa base una possente impalcatura di dottrine, princìpi dimostrativi e sistemi scientifici con i quali gli uomini si resero conto della saggezza e della ragionevolezza di questo stato di fatto senza tener d'occhio il dato originario dell'appropriazione inglese del mare e la sua determinatezza storica. Famosi studiosi dell'economia politica, giuristi e filosofi elaborarono questi sistemi che alla maggior parte dei nostri bisavoli sembrarono molto convincenti. Essi non furono alla fine più in grado di concepire una diversa scienza economica e un altro diritto internazionale. In questo puoi intravvedere come il grande Leviatano abbia potere anche sullo spirito e l'animo umano. Questo è ciò che più sbalordisce del suo dominio». C. Schmitt, Terra e Mare, op. cit.

5 Dante Alighieri, Divina Commedia, Paradiso, canto XV°, vv. 97–135.

6 Quale emblematica incarnazione della “forza trattenente” presso il mondo romano, possiamo senz’altro annoverare la celebre Lex Claudia de senatoribus, promulgata nel 218 a.C. proprio al fine di separare – de iure – potere politico e classe commerciale. Vietando ai Senatori l’esercizio della mercatura (d’oltremare), al contempo si impediva a tutti coloro i quali si fossero arricchiti grazie a traffici e mercimoni, di entrare nel tempio del supremo potere dell’Urbe: «Consulum designatorum alter Flaminius, cui eae legiones quae Placentiae hibernabant sorte euenerant, edictum et litteras ad consulem misit ut is exercitus idibus Martiis Arimini adesset in castris. Hic in prouincia consulatum inire consilium erat memori ueterum certaminum cum patribus, quae tribunus plebis et quae postea consul prius de consulatu qui abrogabatur, dein de triumpho habuerat, inuisus etiam patribus ob nouam legem, quam Q. Claudius tribunus plebis aduersus senatum atque uno patrum adiuuante C. Flaminio tulerat, ne quis senator cuiue senator pater fuisset maritimam nauem, quae plus quam trecentarum amphorarum esset, haberet. Id satis habitum ad fructus ex agris uectandos ; quaestus omnis patribus indecorus uisus. Res per summam contentionem acta inuidiam apud nobilitatem suasori legis Flaminio, fauorem apud plebem alterumque inde consulatum peperit». Tito Livio, Ab Urbe condita, XXI, 63.

7 Parmenide di Elea, Sulla Natura, Περί Φύσεως, fr. 8. L’espressione massima teoretica individuale, naturalmente, dimostra – proferendosi dia-noeticamente ovvero conseguendo dal processo storico di mediazione – antecedente il sorgere noetico collettivo o culturale.

8 Che – procedendosi l’Originario, secondo Necessità, con la deposizione, lungo l’asse della di esso teoria di contraddittorietà, della propria seità estroflessasi o individuatasi giacché inseità seconda ovvero ecceità conseguente –, in tal avvenire suo iniziale l’Eterno o l’Aoristo non possa che essere o stare nel modo coerente all’insé, ossia precisamente nel modo dello Stare e dello Stare-in-Coerenza-presso-sé, egualmente del sempre essere e del sempre essere eguale a sé, è stato parimenti disposto in ΔΙΆ, nell’indicare la concatenazione di cogenze sequenziali implicate dalla necessità archea che l’Originario si proponga nell’autoprincipio in modo prolettico ovvero formale.