Via, combattete gli uni accanto agli altri, giovani,
non datevi alla fuga, al panico,
fatevi grande e vigoroso l’animo nel petto,
bandite il meschino amore della vita,
perché la lotta è con uomini; non lasciate,
fuggendo, chi non ha più l’agilità: gli anziani.
È uno scandalo che un vecchio cada in prima fila
e resti sul terreno innanzi ai giovani,
con quel suo capo bianco e il mento grigio, e spiri
l’animo suo gagliardo nella polvere,
con le mani coprendo il ventre insanguinato
(spettacolo indecente, abominevole),
e le carni nude: nulla c’è che non s’addica
a un giovine finché la cara età brilla nel fiore.
Da vivo, tutti gli uomini l’ammirano, le donne
l’amano, cade in prima fila: è bello.
Resista ognuno ben piantato sulle gambe al suolo,
mordendosi le labbra con i denti.
[Tirteo, frammento 10 West, vv. 15-32, traduzione di Filippo Maria Pontani, 1969]
No, non si pretende certo che l’attuale nostra giovane generazione possa immolarsi in loco maiorum. Non ne avrebbe in sé la forza del Destino, che forgia uomini alla Storia, e gli uni disvela dèi, gli altri decreta mortali. E, nonpertanto, pur nell’attuale nostra Weltnacht, pur epperò in questo pressoché globalmente compiuto nichilismo inautentico, in cui quasi ormai più nulla ne è del Nulla, potrebbe non rappresentare un gesto audacemente anacronistico o eccentricamente rivoluzionario evocare – attraverso il pensiero che rammemora (Andenken) e rifugge il calcolo, tutto questi avviticchiato invece e adeso com’è al presente deiettivo – l’importanza di Anchise, il valore ovvero venerando dei Padri.
È il crepuscolo, e con la notte la morte presta piomberà sulla Comunità, vorace e voluttuosa molto, come un predatore acquattato nel folto oscuro. In quell’ora, il tremendo dell’ignoto scuote anche i più saldi tra i petti. D’improvviso il suono dell’umano immorsa in coriacità di cerchio respiri già sincopati, estromettendovi la tenebra e con saldezza della tenebra il terrore. È il più anziano del gruppo a parlare, colui che tanti soli ha sepolto, è lui ad ammansire il buio, ammantando di senso il mondo. È lui a rievocare l’Origine del tutto, l’ordinamento dell’Indistinto, è da lui che l’energia cosmogonica degli Antenati fondatori prorompe nell’avanguardia dell’attimo attuale.
Questi sono i nostri Padri, la congiunzione della filogenesi adamantina, che tutto avvolge e autenticamente subs-tiene. Questo è il loro valore, carne e ossa della Storia, ipostasi della tradizione. Loro è il mos maiorum, il costume antico che è già morale, assiologia, visione del mondo. Una società che li rispetta e protegge è una società che rispetta e protegge i propri fondamenti, la propria scaturigine, il proprio passato, la memoria che è già sangue. Una società che se ne prende Cura è una società che ha un Orizzonte, un Avvenire. Senza Storia l’Uomo non ha alcun Destino, e senza Destino l’Uomo è nulla. L’Uomo non è mai ente di Natura, egli è piuttosto l’Ex-centrico, “l’eterno protestatore contro quanto è soltanto realtà” (Max Scheler), il Negatore assoluto, endo-mediazionale e autoctico, dell’Essere stesso “sempre salvo” dal principiare e dal perire.
E tuttavia noi oggi anteponiamo il diritto al “Circenses” dei giovani, schiavi della civiltà dei consumi del pressoché compiuto capitalismo globalista – ovvero ne anteponiamo a punto il diritto di “libero consumo” –, alla salute e alla salvaguardia dei Padri, decisamente meno propensi all’acquisto ossessivo-compulsivo di beni e servizi.
Pertanto, a tutti coloro che affermano:
Non possiamo se non rispondere:
Ma ciò che resta lo fondano i poeti:
E voi, palme e cipressi che le nuore
piantan di Priamo, e crescerete ahi presto
di vedovili lagrime innaffiati,
proteggete i miei padri: e chi la scure
asterrà pio dalle devote frondi
men si dorrà di consanguinei lutti,
e santamente toccherà l'altare.
Proteggete i miei padri. Un dí vedrete
mendico un cieco errar sotto le vostre
antichissime ombre, e brancolando
penetrar negli avelli, e abbracciar l'urne,
e interrogarle. Gemeranno gli antri
secreti, e tutta narrerà la tomba
Ilio raso due volte e due risorto
splendidamente su le mute vie
per far più bello l'ultimo trofeo
ai fatati Pelídi. Il sacro vate,
placando quelle afflitte alme col canto,
i prenci argivi eternerà per quante
abbraccia terre il gran padre Oceàno.
E tu onore di pianti, Ettore, avrai,
ove fia santo e lagrimato il sangue
per la patria versato, e finché il Sole
risplenderà su le sciagure umane.
[Ugo Foscolo, Dei Sepolcri, 1807]