Epifenomeni sovrastruttuali
Posta la configurazione ontica che concede fondamento e giurisdizione cronotopica alla fiera ofioide qui viepiù da presso incalzata, non ci rimane pertanto, adesso, che ridurre ulteriormente il raggio venatorio, anzitutto nuovamente illaqueando il Potere del nostro Tempo nell’apofansi che lo dichiara ed ancor qui riespone nell’Uno orismoclasta che immorsa – inscindibilmente – in sé, ogni manifestazione antropica nell’oggi nostro, tanto privata quanto pubblica, così organizzata come spontanea, sia inconscia che istituzionalizzata.
In ΔΙΆ (cfr. Ω. Tà Άkra [apò Archês]), abbiamo tentato di sistematizzare fenomeni ed epifenomeni attraverso i quali tale essenza della monade dissolutrice di ogni statuizione si dà in ogni ambito del nostro pubblico esserci e manifestarci agli altri; gioverà ora, nondimeno, ritentare – pur sommariamente e senza pretesa di esaustività, giacché qui si inseguono essenze (τί ἦν εἶναι) –, l’ulteriore goetia degli eidola accidentali (
symbebekòs), ma certamente non prima di aver preliminarmente evocato – tramite la teurgia di Oswald Spengler
1 – il dispiegarsi o l’apparire concreto dei prodotti dall’anima faustiana, sopra soltanto tratteggiata, nel tempo del suo autentico e puro sprigionarsi, tanto vivo quanto trasformativo (
Kultur), quali fondamenti delle nostre conseguenti occorrenze postmoderne ormai prive d’anima e di stile (
Zivilisation).
- Arte e architettura faustiana
Faustiana (
è) l’arte della fuga [...]; è faustiana (
la pittura) che crea spazi attraverso un gioco di ombre e luci […]. Un paesaggio di Lorrain è [...]
soltanto spazio in senso proprio […]. L’impressionismo è la completa decorporeizzazione, in funzione dello spazio, del mondo. Per via di questo sentimento del mondo l’anima faustiana doveva venire fin dai primordi a soluzioni architettoniche di strutture in cui il peso è raccolto nella volta spaziale di grandiose cattedrali che ascende dal portale sino all’altezza del coro. In ciò si espresse la
sua esperienza della profondità.
- Architettura e musica faustiana
L’architettura della finestra è uno dei simboli più espressivi dell’esperienza faustiana della profondità ed è propria soltanto di essa. Qui si sente la volontà di penetrare in una sconfinatezza partendo da un’interiorità, volontà che fu anche quella che sotto tali volte informò la musica del contrappunto […]. Nella Sainte Chapelle di Parigi [...] troviamo dei colori spazialmente liberi quanto le note di un organo, completamente staccati dal
medium di una superficie sottostante, forme che si librano libere nell’illimitato.
La rima iniziale nella poesia nordica crea [...] una tensione contenuta nel vuoto, nello sconfinato, lontani temporali notturni sopra eccelse cime. Nella sua ondeggiante indeterminatezza si dissolvono parole e cose: è una dinamica, non una statica della lingua.
La Walhalla si libra di là da ogni realtà sensibile, in regioni lontane, nebbiose, faustiane […]. La divinità della Riforma e della Controriforma può “manifestarsi” solo nell’impeto di una fuga d’organo o negli andari solenni di una cantata e di una messa […] Già intorno agli dèi e agli eroi germanici si stendevano lontananze inospitali, enigmatiche oscurità; essi ora affiorano dalla musica, notturnamente, perché la luce del giorno crea frontiere all’occhio, epperò cose corporee […]. La Walhalla non ha luce. Nell’Edda si sentono quelle profonde ore notturne in cui Faust medita nel suo studio, ore che le incisioni di Rembrandt fissano e nelle quali le tonalità sonore di Beethoven si perdono.
Ciò distingue gli eroi omerici coi loro orizzonti geograficamente così modesti dagli eroi della leggenda del Graal, di Arthur e di Sigfrido, sempre assetati di infinito. Ciò distingue anche le Crociate, nelle quali dei guerrieri delle rive dell’Elba e della Loira cavalcarono sino ai confini del mondo conosciuto, dagli avvenimenti storici che stanno alla base dell’
Iliade, i quali nella loro delimitazione locale e nella loro concretezza, ci fanno conoscere con certezza lo stile dell’anima antica.
La teoria delle funzioni è propriamente una matematica notturna.
La “natura” dell’uomo faustiano ha prodotto una
dinamica dello spazio illimitato, una
fisica del lontano.
(
Per gli) imperatori franchi, sassoni e svevi […] riconoscere una data frontiera sarebbe equivalso a degradare l’idea della loro sovranità. Qui lo spazio infinito quale simbolo primordiale si manifesta nell’ambito della vita attiva politica.
Orbene, pergiungendo ai lidi estremi nostri ed esperii dalle rarefatte remotezze gotiche, negli ambiti artistico, sapienziale e più latamente culturale della cosiddetta postmodernità o, per noi, della tarda civilizzazione franco–angloamericana, possiamo senza dubbio escutere, da un lato, l’apparizione delle più significative ovvero delle maggiormente disvelative avanguardie – constestualmente nonpertanto preindicando come essenzialmente faustiana l’idea stessa di
avan-guardia e primazialità de
le nouveau (tanto se centrata nella creativa sperimentazione [
Kultur] e nell’innovazione, edificata sulla preliminare dissoluzione [
détruire, encore détruire et toujours détruire. Car! l’esprit destructeur est en même temps l’esprit constructeur], quanto allorché declinata verso lo scandalo e lo sbalordimento:
épater le bourgeois [
Zivilisation]), idea preclarmente opponentesi al concetto-guida, a vettore retrospettivo, dunque enantiodromico rispetto all’orientamento della
faustische Seele, di
Mimesis o della prescrittività esemplare del già autorialmente istitutitosi (
Auctoritates Aristotelis, Senecae, Boethii, Platonis, Appuleii, Empedoclis, Porphyrii et Gilberti Porretani), fondamento all’incontro dell’anima apollinea e del di essa creare e comporre, stabilire e instaurare; dall’altro, nelle scienze (e qui, sia nelle
Naturwissenschaftler, che nelle Geisteswissenschaft), il condurre a frantumazione (
Wie man mit dem Hammer philosophirt), parimenti a carattere iconoclasta, ogni verità e ogni certezza, tutte le avite verticalità e posizioni assiali portanti.
Per sommaria elencazione, indichiamo:
- l’antitradition futuriste, la surrealtà, il nonsense dadaista;
- l’astrattismo pittorico (Kandinskij e l’Abstraktion und Einfühlung di Wilhelm Worringer);
- la musica aleatoria (John Cage, Luigi Nono), la dissonanza libera (Charles Ives, Edgard Varèse), l’atonalità (Schönberg, Berg e Webern);
- le estetiche della ricezione (Wolfgang Iser) e il de-centramento autoriale;
- la psicoanalisi e la de-strutturazione dell’Io 2 ;
- il decostruzionismo (Derrida) e il pensiero rizomatico (Deleuze) e “debole” (Vattimo);
- il relativismo gnoseologico / epistemologico (Khun, Popper); l’indeterminismo nella misurazione del reale (Heisenberg).
E non difforme spirito certamente pervade e orienta il concetto stesso di (dis)aggregazione sociale (
Open Society, Public Opinion,
Homo Migrans etc…), l’ideologia dominante (il
politically correct e il
totalitarismo della tolleranza), le correnti di opinione, il costume e ogni di esso movimentistico sfoggio del sé, tanto annullante per ibridazione neutralizzante quanto per eliminazione iconoclasta (trans-genderismo, anti-specismo, trans-umanesimo,
cancel cultur e
interpretatio graeca dell’alterità spazio-temporale
3), senza risparmiare neppure il linguaggio (l’anti-flessività morfologica–derivazionale [dottor-a Vs dottor-ess-a] e desinenziale [lo schwa, “un suono
neutro,
non arrotondato,
senza accento o tono, di
scarsa sonorità”]).
Tutto ciò di null’altro è manifestazione – consapevole o eterodeterminata che sia – dell’essenza sopra esposta: se X rappresenta la perimetrazione identitaria vigente, e se X, attualmente, è costituita da a + b + c, per sopprimere o ex-cludere l’ex-clusione di “d” dall’intorno qualitativo suo, è necessario che X ampli ovvero modifichi la propria profilazione eidetica, la alteri ossia la indebolisca, ex-cludendo dal sé ogni partizione distintiva che ex-clude l’in-clusione di “d”. Poniamo ora che X voglia essere il Tutto di ogni parte, poniamo ossia che X non voglia ex-cludere
niente da sé, dal proprio
pomerium distintivo. Ebbene, quale identità deve assumere per poter in-cludere in sé tutte le identità se non quell’identità che ex-clude dal sé ogni distinzione identitaria immediatamente ex-cludente qualcos’altro, se non ovvero l’annichilimento di ogni identità o distintiva già impostasi per ecceità?
Precisamente questa, ribadiamo, è l’essenza a fondamento del pluralismo omni-inclusivo a carattere planetario nell’oggi dominante, il niente inautentico quale Indistinzione assoluta o estinzione della luce della partizione, della forma (μορϕή), dell’idea (εἶδος), della qualità (
Dasein), la tensione
verso la
Chōra, il dover-essere (
Sollen) dell’amorfia magmatica e anti-tipica della
Hyle, non già, tuttavia, qui da intendersi, in accordo alla configurazione ontologica platonica e neoplatonica, quale primordiale matrice liscia o ingenerato ricettacolo neutro acconcio all’acquisizione dell’opera d’individuazione demiurgica, pre-esistente epperò sostrato materico della molteplice sopraggiungenza caduca e corruttibile, bensì, vettorialmente tutt’al contrario, quale punto di tensione che prende fondamento dal già esserci e dal già esserci-state delle occorrenza particolari della Storia-della-Distintività (
tà pánta), non dunque congerie caotica quale pre-condizione dell’ordine e della misura a venire, bensì dissoluzione – sul fondamento a tendere del coacervo indifferenziato – di ogni già instituita regola e di tutte le già definite misure.
4
Fenomeni strutturali
Tuttavia, se ci limitassimo a disvelare il Potere del nostro Tempo esclusivamente additandone il darsi dietro ogni produzione dello spirito culturale (
Überbau) nell’odierno “vincente” e modellare, nonché assiologicamente “
compliance”, ancora la parte più tenace del suo vello ne celerebbe il ceffo. È, dunque, verso la manifestazione della
sostanza reale (
Struktur) che dobbiamo inclinare la nostra euristica venagione, e ciò non già poiché
ogni civiltà si fondi anzitutto su di essa, bensì proprio perché – come a breve esposto – questa nostra specifica civilizzazione e il suo paredro archetipico o elettivo ipostatizzano l’intensificazione storica massima della posizione – tra le possibili concesse all’uomo già e sempre (
immer schon) intradestinale (
Ins-Tode-geworfen-sein) – di corresponsione materialistica all’evento originario (
Geschehen).
Presti disponiamo dunque i quattro punti che incardinano l’orizzonte sotto il quale l’immorsatura enadica che dice, nell’Oggi, “Potere”, dimora e impera:
- capitalismo economico;
- liberalismo politico;
- giusnaturalismo o universalizzazione del diritto;
- Nomos della Terra unitario o globale. 5
Certamente, ogni punto s’immorsa con necessità agli altri, certamente ovvero vigono – sul piano della struttura dell’Originario – in tetra-condizionalità: nessuno può esistere – nella sua massima potenza – senza l’esistere di tutti. E, allorché e allorquando occorrono nello spazio o sopraggiungono nel tempo disuniti e asincroni, la tensione di ognuno conduce verso l’inveramento e la massima realizzazione o entelechia di tutti gli altri, e ciò proprio in virtù del loro comune e sovracircoscritto fondamento storico-destinale coerentemente corrispondente a detta disposizione esordiale.
Cos’è, infatti, in se stesso, il Capitalismo se non tensione perenne (
Unendliche Streben) verso l’infinito del profitto? E quale la sua necessaria premessa se non la distruttibilità di ogni limite naturale finito che via via ostativo (
Anstoß) si aderge contro l’incremento indefinito del capitale privato? E, consentaneamente, qual è il fondamento del Liberalismo se non perpetuo sforzo di soppressione di ogni delimitazione esterna inibente l’inalienabilmente libero agire e percepire dell’individuo eradicato da ogni legame comunitario, la sua – disintegrante – emancipazione ossia da tutti i vincoli esterni o sovraindividuali? E come altresì possiamo distendere l’essenza del giusnaturalismo moderno (a carattere individualistico e innatistico), che innerva le cosiddette costituzioni liberali del Settecento
6 se non, coerentemente, riduzione –
de iure – di ogni distintivo diritto positivo ovvero diacronotopicamente posto dagli uomini, all’Uno meta-storico e trans-topico del diritto naturale universale?
E come, da ultimo, dobbiamo adeguatamente concettualmente corrispondere all’evento della globalizzazione postmoderna se non intendendola – positivamente – giacché imposizione alla Terra tutta (
die Erde) di un solo modello economico di produzione e consumo, di un solo mercato (FMI, WTO etc…), di un solo orizzonte normativo-assiologico (ONU, International Court of Justice, International Criminal Court etc…), di una sola lingua, di una sola valuta (
World Bank etc…) e di un solo degno
life style, ebbene se non intendendola – negativamente – in quanto disintegrazione di ogni pregressa differente ostante (
tò Katéchon) all’uniformazione planetaria?
7
Nondimeno, disposta la tetracefalia che dimostra cosa davvero possieda potestà e vigore esecutivo nell’inautentica notte – incipientemente fonda – della civilizzazione faustiana, noi riteniamo che uno solo sia quel capo centrale che – se adeguatamente dissecato – possa condurre a più chiara e co-stretta manifestazione l’effige dell’omni-pervasivo Potere lernicolo qui viepiù da presso causticamente assediato, e ciò poiché essa sola testa massimamente ipostatizza l’inaudita unicità – sul piano storico – della saldatura tra lo spirito gotico, che pervade il Tempo e ne consustanzia e orienta le produzioni, e l’archetipo – trans-storico – che originariamente trova – inautenticamente ovvero parassitariamente
8 – tana presso la terza funzione indogermanica, ovvero presso quella funzione da principio deputata all’accrescimento della quantità della ricchezza materiale, all’estensione o fertilizzazione della spontanea produttività immanente della Natura (
Phýsis), accrescimento ed estensione che – nel sogno di Faust – divengono a punto indefinito e indistinta.
Interrompiamo dunque, pur per breve tratto, il sentiero maestro protetto dall’ombra elisia dell’autorità platonica, per inclinare ulteriormente il nostro incedere venatorio verso il dire di Werner Sombart, giacché qui capitale nel rintracciare la connubiale vena che vivifica il corso carsico del Capitalismo
9: da un lato, l’anima del lontano, della predazione, della scorreria piratesca, l’anima di Rinaldo, audacemente smarrita tra “strade ignote” e “regioni remote”, e di Rodomonte, “d’ogni legge nemico e d’ogni fede”; dall’altro, l’anima del calcolo razionalistico, del contrattualismo leguleico e capzioso, della pervicace negoziazione e della sinuosa persuasione, l’anima di Drance (“di beni ricco e migliore di lingua, ma la destra fredda in guerra, stimato non incapace promotore nelle assemblee, potente nel dissenso”), e di Tersite, oratore tanto astuto quanto tortuoso, nonché pavido sobillatore e demagogo insolente.
- Genio faustiano: la variabile Zeitgeist
Il capitalismo è nato dal profondo dell’anima europea. Lo stesso spirito, da cui è sorto il nuovo Stato e la nuova religione, la nuova scienza e la nuova tecnica, crea anche la nuova vita economica. Si tratta di uno spirito terreno e mondano; uno spirito che dispone di una immensa forza distruttrice di tutte le vecchie formazioni naturali, dei vecchi legami, delle vecchie barriere, ma forte anche perché capace di costruire nuove forme di vita, nuove creazioni, artistiche e artificiali. È quello spirito che dalla fine del Medio Evo strappa i vincoli che, formatisi in modo organico nella quiete del tempo, legano gli uomini alla cerchia degli affetti e alla comunità, e li getta sulla via dell’egoismo insaziabile e dell’autodeterminazione […]. È lo spirito di Faust: lo spirito dell’irrequietezza, dell’ansia, che anima ora gli uomini. “Il fermento lo spinge lontano...” […]. A ragione questo fenomeno è chiamato aspirazione all’infinito, perché la mèta è fissata fuori dai confini, nell’immenso, perché ogni dimensione naturale, ogni vincolo organico sembra inadeguato, anzi opprimente allo slancio di questi uomini d’avanguardia […]. In altro luogo ho parlato dettagliatamente del modo in cui questa cupidigia di oro e denaro, in epoca precedente e per lungo tempo, si sia inserita a lato della vita economica e si sia manifestata in una serie di fenomeni che non hanno nulla a che fare con la vita economica. Agli inizi, infatti, la gente tende a procurarsi l’oro o il denaro al di fuori della propria normale attività economica. Ricordiamo quei fenomeni di massa caratteristici degli ultimi secoli del Medio Evo e dei primi della nuova èra, noti come cavalleria rapinatrice, ricerca di tesori sepolti, alchimia, progettistica, usura. In seguito però questo spirito di conquista penetra anche nella vita economica ed è allora che emerge il capitalismo: quel sistema economico che dischiude all’azione dell’uomo, un campo meraviglioso e particolarmente fertile dove l’aspirazione all’infinito, la volontà di potere, lo spirito d’intrapresa si impongono anche e proprio sul terreno dell’attività quotidiana volta al soddisfacimento dei bisogni. L’economia capitalistica è tutto questo, perché al centro del fine da cui è dominata non si trova una persona viva con i suoi bisogni naturali, ma una cosa astratta: il capitale. Nell’astrattezza dello scopo è insita la sua illimitatezza. Nel superamento della concretezza di tutti gli scopi individuali è insito il superamento della sua illimitatezza. Aspirazione al potere e al profitto diventano una cosa sola: l’imprenditore capitalistico (questo è il nome dei nuovi soggetti economici), tende al potere per guadagnare e chi guadagna, accresce il suo potere […]. È chiaro, in tutti i campi della vita umana questo spirito d’intrapresa si fa largo combattendo. Soprattutto nello stato dove la mèta si chiama conquista e dominio. Ma con la stessa forza si esprime nella religione e nella chiesa, dove vuole liberare, sprigionare; nella scienza dove vuole spiegare; nella tecnica dove vuole inventare; sulla superficie della terra dove vuole scoprire […]. Questo spirito comincia a dominare anche nella vita economica. Esso spezza le barriere dell’economia tendente alla copertura del fabbisogno, fondata sulla moderazione e l’equilibrio, statica, feudale e artigianale, e sospinge gli uomini nel vortice dell’economia acquisitiva. Nel campo delle mire materiali conquistare significa acquisire: incrementare una somma di denaro. L’aspirazione all’infinito, l’aspirazione al potere non trova alcun campo di attività più congeniale di quello della caccia al danaro, a questo simbolo di valore assolutamente astratto, esente da qualsiasi limitazione organico-naturale, il cui possesso rappresenta sempre più il simbolo del potere […]. Lo sviluppo del capitalismo ha provocato una radicale trasformazione della vita economica. Questo è il fenomeno portentoso che si è realizzato nel nostro tempo: in base a un motivo dominante o in virtù di un obiettivo che, come già sapeva Aristotele, in fondo non ha nulla a che fare con la vita economica, l’aspirazione al guadagno, si è sprigionata una vita economica di tale portata, grandezza e potenza che nessun’epoca precedente ha mai visto; nel perseguimento di una mèta così poco economica come quella del guadagno è stato possibile garantire l’esistenza di centinaia di milioni di uomini, trasformare la cultura fin dalle radici, fondare e distruggere imperi, costruire i mondi magici della tecnica, cambiare l’aspetto stesso della terra. E tutto questo perché uno sparuto manipolo di uomini è stato conquistato dalla passione di guadagnare […]. Un aspetto comune delle tendenze proprie dell’epoca del capitalismo maturo è la spinta verso l’infinito, l’illimitatezza delle mète è la forza che va al di là di ogni misura organica. […]. Sono quelle forze che si proiettano nell’indefinito che conferiscono all’economia di questo periodo il suo inimitabile carattere dinamico. Anche ciò è intrinseco all’essenza di ogni forma di capitalismo: portare a compimento gli elementi di quest’essenza, costituisce l’opera di quelle forze vitali che arrivano a maturazione nell’epoca moderna […]. Audace, fresco, provocante, disinvolto, ma anche avventuroso, pieno di illusioni e pregiudizi, completamente irrazionale: ecco come si presenta nella storia il nuovo soggetto economico, da cui si svilupperà l’imprenditore capitalista. Avventurieri di commercio o commercianti avventurosi (
merchants adventurers) vennero chiamati significativamente coloro che abbandonarono le solide strade tracciate dal Medio Evo e imboccarono nuove vie di guadagno. Essi miravano ad ottenere nel più comune dei commerci quel che i loro padri e fratelli avevano tentato di trovare nella ricerca dell’oro, nell’alchimia o nel brigantaggio. Si tratta soprattutto di spirito di avventura che si manifesta in quegli imprenditori del XVII e XVIII secolo, progettisti e speculatori che pullulano in tutti i paesi. Lo stesso spirito di avventura anima anche grandi mercanti d’oltremare, di cui il XVI e il XVII secolo sono ricchissimi, che portano una nota particolare nello spirito del primo capitalismo: lo spirito della pirateria […]. Gli uomini che partivano in cerca di bottino sul mare o sull’altra sponda del mare erano animati da uno spirito particolare. Sono dei conquistatori spavaldi, avventurosi, avvezzi alle vittorie, brutali e rozzi. Questi pirati geniali e senza scrupoli, di cui abbonda l’Inghilterra del XVI secolo […], sono della stessa stoffa dei capitani di ventura italiani come i Can Grande, i Francesco Sforza, i Cesare Borgia, solo che più di questi mirano alla conquista di beni e denaro e sono quindi più vicini agli imprenditori capitalistici […]. Erano dei filibustieri; ma lo spirito che li animava era lo stesso che ha stimolato il grande commercio e i traffici coloniali fino al XVIII secolo. Avventurieri, pirati e commercianti in grande stile (e questo lo diventa solo chi va sul mare) si confondono impercettibilmente gli uni con gli altri.
- Spirito Borghese: il fattore funzionale trans-storico
Ovunque risalta quest’inclinazione infantile e impulsiva, ovunque sentiamo lo stesso spirito fantastico e amante dell’avventura, ovunque si tratta di un’improvvisa fiammata di avidità che sospinge gli uomini verso audaci imprese, anche se poi abbastanza di frequente lasciano l’opera a metà. Quel che manca ancora è l’agire in base a un piano sistematico lungimirante, ponderato, perseverante, nato da uno spirito profondamente razionale, tipico delle epoche posteriori […]. Questo elemento venne portato da un altro affluente allo spirito capitalistico […]. Se le idee fondamentali da cui si era sviluppato lo spirito romantico-capitalistico riecheggiavano l’idea medievale del commercio comunitario e corporativo, l’idea nobiliare del diritto di preda, l’idea della violenza, un altro indirizzo di pensiero si faceva strada fra gli imprenditori degli albori del capitalismo, partendo dalle idee della responsabilità del singolo e del legame contrattuale degli individui fra di loro, che si rifaceva a una mentalità fondamentalmente diversa, anzi diametralmente opposta. Basta qui ricordare che l’
idea di contratto ha cominciato ad affermarsi in tutti i settori della vita pubblica e privata sin dalla fine del Medio Evo e che – ciò che qui soprattutto ci interessa – la sua diffusione è senz’altro parallela allo spostamento avvenuto nell’idea di potere, dalla ricchezza fondata sul potere al potere fondato sulla ricchezza in conseguenza del rapido aumento della ricchezza borghese […]. Mentre l’idea della forza, a cui una buona parte del capitalismo deve la sua origine, è di natura prevalentemente aristocratica, l’idea di contratto si radicò soprattutto in quegli strati della popolazione che erano rimasti esclusi dal potere nello Stato e in particolar modo nei casi dove il singolo era uscito dai legami della comunità ed era stato costretto a percorrere la propria strada. In primo luogo si trattava di determinati circoli borghesi che esercitavano professionalmente il commercio per terra. Già durante il Medio Evo questi circoli avevano sviluppato un loro tipico modo di vedere la vita che io chiamo
spirito borghese e che di per sé non ha nulla a che vedere con l’idea di contratto o con il capitalismo, ma può dominare anche tra artigiani o redditieri. Ma combinandosi all’idea di contratto e unendosi allo spirito imprenditoriale dà luogo a una nuova forma caratteristica dello spirito capitalistico che si differenzia profondamente dalla variante presa in considerazione prima dello spirito avventuroso e piratesco indirizzato al guadagno e che costituisce lo spirito specificamente borghese e capitalistico che si è andato sempre più affermando ai giorni nostri […]. Lo sviluppo dell’energia economica nell’epoca del capitalismo maturo non si esaurisce tuttavia nello sprigionamento degli impulsi appena indicati. Anzi, nella stessa direzione di questo sprigionamento agisce un fenomeno che è in singolare contrasto con la potente manifestazione di quelle forze altamente irrazionali; si tratta del grandioso sviluppo del
razionalismo economico, vale a dire la penetrazione nell’economia dei più raffinati metodi del pensiero razionale […]. Lo spirito del capitalismo, questo strano miscuglio di passionale impulso verso l’infinito e freddo calcolo razionale giunto (internamente) al massimo grado di purezza, si diffonde quindi (esternamente) in aree sempre più ampie. Questa realizzazione in intensità ed estensione dello spirito del capitalismo costituisce il carattere distintivo dell’epoca del capitalismo maturo da quella del primo capitalismo. La generalizzazione in senso estensivo di questo spirito deve essere considerata sotto diversi aspetti: in primo luogo esso conquista l’intero ceto imprenditoriale, quindi il contagio dilaga anche tra il ceto impiegatizio e infine in cerchie sempre più vaste del mondo operaio. Infine, dobbiamo intendere questa espansione in senso geografico: tutta la terra – fino all’interno dell’Africa, dell’India e della Cina – viene sottomessa al demone dello spirito del capitalismo […]. Il processo di trasformazione si è verificato quando il capitalismo, su un’area ristrettissima della superficie terrestre, a sviluppato in intensità le sue forme più evolute e di qui si è diffuso fecondando il resto del mondo.
1 Oswald Spengler,
Il tramonto dell’Occidente. Lineamenti di una morfologia della storia mondiale, Longanesi, Milano 1981.
Der Untergang des Abendlandes. Umrisse einer Morphologie der Weltgeschichte, 1923.
2
«L’autocoscienza viene decretata definitivamente condi–zione irrealizzabile, instabile, naufragabile; l’insania della dis–sociazione e della moltiplicazione è decretata essere lo stesso
status strutturale dell’Io; de-centrato l’
Herrschaft del–l’auriga (
logistikòn), l’eccezione della psicopatologia è pro–mossa a fondamento e regola: l’uomo stesso e il suo agire dipendono ora dalla risultante, variamente eucrasica o discrasica, della contesa intra-psichica (
Über-Ich, Ich, Es). Coimplicativamente, le neuroscienze, trans-ducendo la tetralogia wagneriana a riflesso di una compulsione elettrica, irridono l’irri–petibilità intrascendibile dell’Umano: la differenza degli enti organici si ordina su base quantitativa (10
14 <
Homo Sapiens < 10
16 ) e si moltiplicano le forme di intelligenza; la
scala naturae platonico-patristica si spezza e l’immagine di Dio – stampo nostro – recede dalla propria centralità cosmica». ΔΙΆ, op. cit.
3
Il programma di cancellazione della distintività passata è, infatti, co-immorsato, quale
pars destruens, allo spaccio – nell’oggi trionfante tanto nelle scienze [dalla psicologia al darwinismo, dalla storiografia anevenemenziale alle neuroscienze], quanto nella cosiddetta industria culturale di massa [la mitopoiesi hollywoodiana] – del concetto di uomo “meta-storico”, ovvero
trans-kulturell, universale e aprioristico, sradicato (
Bodenlosigkeit) dalla gettatezza del Destino (
Geschick),
pars construens della comune Volontà di riduzione all’Uno dell’Indistinto di ogni differenza, diatopica come diacronica, giacché ormai neppure più il passato può ergersi come un immutabile contro il bastione dell’inattingibilità del quale tale omniafferrante Volontà d’omologazione e uni-formazione totale debba “digrignare” i denti contro tutto ciò che non risponde al “così io volli che fosse ciò che fu” nietzschiano.
4
Si presti attenzione, infatti, a non confondere il niente inautentico o negativo, ovvero la nientificazione del già-entificato, quale patente cifra del nostro Tempo, dal Niente autentico o positivo, ossia dal fondamento dell’entificabilità di ogni ente non-ancora-entificato, essenza esoterica ovvero immediatamente mediata o trans-versa (κρύπτεσθαι φιλει) dell’Originario: non già, infatti, nostro è il Tempo in cui – ogni istante discretamente accosto al successivo – si compie od ordina disvolgendosi (
Diakósmēsis) – sul piano del Giorno – l’evento del Niente autentico,
giacché ogni tempo è attimo del suo adempimento, bensì, al contrario, del punto suo emerinemente estremo, ebbene della sua massima distanza; e, nondimeno, non già tale diastasi deve essere intesa esclusivamente sul piano storico, bensì parimenti destinale, poiché il Tempo di realizzazione della massima apostasia dal Destino (a punto il rovesciamento dell’Originario in via di attuazione ultima, la nostra contrarietà
estrinseca o
falsa antitesi) è altresì e simultaneamente lo stesso Punto che, ad un tempo il più propinquo e il più longinquo, immediatamente precede – nel sentiero dell’
Essere –, l’evenire-a-essere del Niente principiale o, assolutamente estremo, tutto antecedente e sempre (
Herkunft bleibt stets Zukunft).
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«Qui siamo di fronte ad un caso nella sua natura unico. La sua specificità e incomparabilità consistono nel fatto che l'Inghilterra, in un momento storico e in un modo completamente diverso rispetto alle precedenti potenze marinare, ha compiuto una trasformazione elementare, ha veramente spostato la sua esistenza dalla terra all'elemento del mare. In tal modo non ha vinto solo molte battaglie sul mare e molte guerre ma qualcosa di completamente diverso e infinitamente superiore, e cioè ha compiuto una rivoluzione e, propriamente, una rivoluzione del tipo più grande, una planetaria rivoluzione spaziale [...]. Si potrebbero trovare ancora ulteriori esempi storici ma tutti impallidiscono di fronte alla più profonda, e ricca di conseguenze, trasformazione della configurazione planetaria di tutta la storia del mondo a noi nota. Essa avvenne nei secoli XVI e XVII, nell'epoca delle scoperte dell'America e della prima circumnavigazione della terra. Allora sorse, nel senso più audace del termine, un nuovo mondo e la coscienza complessiva, prima dei popoli dell'Europa centrale e occidentale, in seguito quella di tutta l'umanità, mutò radicalmente. Questa è la prima vera e propria rivoluzione spaziale nel senso pieno del termine che abbraccia terra e mondo. Essa non è paragonabile a nessun'altra. Non fu solo una estensione quantitativamente spaziale di particolare significato dell'orizzonte geografico, quella che si verificò da sé a seguito della scoperta di nuovi continenti e di nuovi mari. Piuttosto cambiò, per la coscienza complessiva degli uomini, con l'eliminazione totale delle rappresentazioni tradizionali, antiche e medioevali, l'immagine globale del nostro pianeta e, oltre a ciò, la rappresentazione astronomica complessiva di tutto l'universo. Per la prima volta nella sua storia, l'uomo prese nella sua mano tutto il reale globo come una sfera […] Per una rivoluzione spaziale è necessario qualcosa di più che lo sbarco in una località fino ad allora sconosciuta. È necessario un mutamento dei concetti di spazio comprendente tutti i gradi e i campi dell'esistenza umana. La gigantesca svolta epocale del XVI e XVII secolo ci rivela ciò che questo significhi. In questi secoli di un'epoca di svolta, l'umanità europea ha contemporaneamente affermato un nuovo concetto di spazio in tutti i campi del suo spirito creativo […]. Ogni ordinamento fondamentale è un ordinamento spaziale. Si definisce una costituzione di un paese o di un continente come il suo ordinamento fondamentale, il suo Nomos. Ora il vero e proprio ordinamento fondamentale si basa, nel suo nucleo essenziale, su determinati limiti e delimitazioni spaziali, su determinate misure e su una determinata distribuzione della terra. All'inizio di ogni grande epoca c’è, pertanto, una grande appropriazione di territorio. In particolare ogni rilevante mutamento e ridefinizione della immagine del mondo sono connessi a mutamenti geopolitici e ad una nuova divisione della terra, ad una nuova appropriazione di territorio […]. La terraferma appartiene ora ad un pugno di Stati sovrani mentre il mare non appartiene a nessuno o a tutti o, in verità, solo ad uno: all'Inghilterra. L'ordinamento della terraferma consiste nella divisione in territori statali: l'alto mare è invece libero, cioè non appartiene ad uno Stato e non è sottomesso a nessuna sovranità territoriale statale. Questi sono i fondamentali dati di fatto specificamente spaziali dai quali si è sviluppato il diritto internazionale cristiano-europeo degli ultimi trecento anni. Questa la legge fondamentale, il Nomos della terra in quest'epoca. Solo alla luce di questo dato di fatto originario dell'appropriazione inglese del mare e della separazione di terra e mare acquistano il loro senso vero numerosi modi di dire e frasi spesso citate. Così, ad esempio, il detto di Sir Walter Raleigh: “Chi domina il mare domina il commercio del mondo e a chi domina il commercio del mondo appartengono tutti i tesori del mondo e il mondo stesso”. O: “Tutto il commercio è commercio mondiale. Ogni commercio mondiale è un commercio marittimo”. In questo si legano, al culmine della potenza marittima e mondiale inglese, gli
slogans della libertà: “Qualsiasi commercio mondiale è libero commercio” [...] Ma come conseguenza della appropriazione inglese del mare tanto il popolo di questa nazione quanto quelli che sono nella scia delle sue idee ci hanno fatto l'abitudine. L'idea che una potenza di terra possa esercitare un potere mondiale che comprenda tutto il globo terrestre, è, secondo la loro visione del mondo, inaudita e insopportabile. Diverso è il caso di un potere mondiale costruito su una esistenza marittima separatasi dalla terra e abbracciarne tutti gli oceani del mondo. Una piccola isola al confine nord-occidentale d'Europa si era trasformata in centro di un impero mondiale distaccandosi dalla terraferma e decidendosi per il mare. In una esistenza completamente marittima essa trovò i mezzi di un dominio mondiale esteso su tutta la terra». Carl Schmitt,
Terra e Mare. Una riflessione sulla storia del mondo, Adelphi, Milano, 2002.
Land und Meer. Eine weltgeschichtliche Betrachtung, 1942.
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«La Dichiarazione americana dei diritti e dei doveri dell'uomo, conosciuta anche come Dichiarazione di Bogotà, è stata la prima dichiarazione dei diritti umani nel mondo ad
avere natura generale e non nazionale. Ha anticipato di più di sei mesi la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo [...]. La Dichiarazione stabilisce che i diritti essenziali della persona non derivano dall’appartenenza ad uno Stato, quindi dalla nazionalità di una persona, ma dal suo attributo di essere umano. Da tale principio discende che i membri dell’OSA riconoscono che la legislazione di uno Stato in materia di diritti fondamentali non crea né concede dei diritti, solo li riconosce in virtù del fatto che tali diritti esistono indipendentemente dall’esistenza di uno Stato». Wikipedia,
Dichiarazione americana dei diritti e dei doveri dell'uomo, ripreso da: Federica Napolitano, Università degli Studi di Padova, in
Il Sistema Interamericano di promozione e protezione dei diritti umani.
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«Gli appartenenti a diversi popoli si sono trasformati, per così dire, in tipi particolari. E così come non si dà un albero astratto se non nella nostra rappresentazione ideale, allo stesso modo neanche un uomo astratto esiste in un senso diverso. E soprattutto non esiste l’idea di un uomo oltrenazionale, la realizzazione della quale possa costituire il compimento dell’uomo nazionale. Significa distruggere tutti i valori dell’umanità, se si vogliono mescolare o cancellare le peculiarità nazionali […]. Ancora, è impensabile un Superuomo meta-nazionale come creatore di valori culturali. In quale lingua, infatti, il Superuomo, che non è né tedesco né inglese, dovrebbe poetare? Forse in esperanto? Buon appetito, questo è il mio augurio». Werner Sombart,
Mercanti ed Eroi. Riflessioni patriottiche, Aracne Editore, Roma 2012.
Händler und Helden. Patriotische Besinnungen, 1915.
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«
Usura arrugginisce il cesello / arrugginisce arte ed artigiano / tarla la tela nel telaio, nessuno / apprende l'arte d'intessere oro nell'ordito; / l'azzurro s'incancrena con usura; non si ricama / in cremisi, smeraldo non trova il suo Memling / usura soffoca il figlio nel ventre / arresta il giovane amante / cede il letto a vecchi decrepiti, / si frappone tra giovani sposi / CONTRO NATURA / Ad Eleusi han portato puttane / carogne crapulano / ospiti d'usura». Ezra Pound,
I Cantos, Canto XLV,
I Meridiani, Arnoldo Mondadori Editore, 1985.
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«
Chiamiamo spirito capitalistico quello stato d’animo risultante dalla fusione in un tutto unico dello spirito imprenditoriale e dello spirito borghese. Esso ha creato il capitalismo». Werner Sombart,
Il Capitalismo Moderno, Ledizioni Ledipublishing, Milano 2020.
Der moderne Kapitalismus, 1902.