Si suole considerare, tautologicamente, l'identità dell'essente essere determinata e decisa nell'orizzonte dell'Identità, si suole ebbene non mediatamente distinguere ovvero immediatamente confondere per continuità concettuale la riduzione presso qualità (
haecceitas) o il pertenimento in determinatezza (
be–stimmung) del qualcosa (
dasein) rispetto al di esso solo proprio o distintivo contenuto eidetico. La celebre formula dell'identità riverberativo-tautologica, infatti, non ancora alcunché predica – né può – del soggetto tanto reciso (
Abtrennung) o reduplicato (
Verdopplung), quanto riadunato o reimmorsato al sé dal principio di coalescenza ipseitale.
A = A, ma
ti estì A-in-sé?
Pertanto, posto il principio d'identità, che preliminarmente definiamo
seità dell'essente (
Sichheit), qualunque predicazione – tanto essenziale quanto eterogena – osiamo ora attribuire ad A
oltre il limite del principiale e anapodittico predicarla eguale a sé, coercisce il semplice affermante-ulteriore al "folle volo" al di là del
templum monadico o sinechiale della medesimezza, esortandolo ossia e cogentemente all'evocazione che distente o subitamente espande l'ordinarsi della Differenza o della Dis-equazione a partire precisamente dall'inestensione – adimensionale dunque impredicata o indifferenziata nel proprio contenuto (l'inseità dell'essente [
Ansichheit]) – di
questo punto della di-partizione identitaria, di questo
e non di quest'
altro: oltre i riguardi eraclei della predicazione d'autoeguaglianza, trascendentale si estende infatti e meravigliosa (
Thaumásios) precordialmente discorde (
Én-Dia-Phéron-Eautõ, ek tôn Dia-pheróntōn Kallístēn Armonían, Ἔρις ᾗ Εναντίωσις) si schiude o dis-immorsa la
Dia-vergenza (
Pólemos,
Hjaðningavíg, Zwischen,
Lichtung, Keraunós) ovvero il Tutto autentico
sive apofatico-prolettico della molteplicità dell'ente individuale o particolare.
1
Oltre la predicazione reduplicativa d'autoeguaglianza del soggetto, pertanto, oltre ebbene la posizione affermativa esordiale in cui l'orizzonte della predicazione è tutto-avvolto (
perì pánta kalýptoi) e stipato (
steinoménē) dalla posizione – sdoppiata (
Gaîa-Ouranós) e traspostasi – del soggetto stesso, se si vuole incedere ancora entro il cielo dell’apofansi, se si vuole ossia sopravanzare l'afasia del niente-predicativo-ulteriore per compattezza o continuità della potenza del dire ancora qualcosa, occorre, con autoevidenza, escutere alla diafania dipartitiva un
altro soggetto – ordunque una differente posizione inseitale o partizione distintiva –, che possa esso disporsi – accanto e accosto in discretudine – quale predicato ultra-tautologico rispetto al predicato del soggetto posto nel preludio speculare, occorre ebbene che l'orizzonte della predicazione
principi a ordinare il molteplice della predicazione – l'eidogonia di A –
secondo differenza e discretudine.
Si prenda avvio apodittico dal porre l’ipotesi dell’esserci – qui ed ora – esclusivamente dell’identità “Sole”. Bene, se tentiamo di definirla, il niente della determinatezza che, in accordo alla nostra definizione preliminare di esclusività onto-eidetica (
Sýn-olon), si estende oltre la partizione del "Sole", immediatamente arresta ogni nostro dire che non affermi esclusivamente: “Il Sole è il Sole” (affermazione seco così già comportante, naturalmente – nel Giorno della significazione e della referenza –, sia l’apparire del concetto di copula predicativa, sia, e anzitutto, del noema stesso di Soggetto predicante, distinguente – non necessariamente mediatamente per se stesso [come nell’autoconcetto], ma necessariamente immediatamente per il “mondo” – sé predicante dal Sole predicato nell’atto medesimo della predicazione, distinguente ovvero, ancora, disponente in discredutine, nella verticale paradigmatica, due posizioni identitarie incontinue: ogni affermazione “A è A”, invero, sottintende sempre l’asserzione: “Io affermo: «A è A»”, al contempo dimostrando l’omnipreliminarità, sul piano del discorso come dell’essere, del
Geist).
Infatti, per poter dichiarare: "Il Sole scalda", "Il Sole corre nel cielo", "Il Sole fa crescere le messi", gli oggetti e i predicati: "Calore", "Corsa", "Cielo", "Crescita" e "Messe" debbono – già – essere presso la disponibilità del predicante, ossia, coimplicativamente, passando dal piano semantico al piano ontico, le realtà che tali deissi indicano debbono – già – sussistere, certamente escludendo la possibilità della creatio
ex nihilo sui et subiecti del predicante per ciò stesso tanto onomatotete quanto ontotete
2.
Pertanto, poiché noi qui ed ora discorriamo e, talvolta, persino con asiana dovizia oratoria (
thaũma idésthai: tà pánta), del "Sole" – di tutti i suoi attributi, così come di tutte le relazione possibilmente predicabili tra il Sole e il Mondo, tra il Sole e ciscuna onto-medesimezza (egualmente tra il semantema "Sole" e ogni altra referenzialità linguistica) disposta lungo il procedere del Mondo o l'ordinarsi della Differenza – pur qualcosa oltre l’estroflessione del
sêma-nóma-ón “Sole” è stato apparecchiato al Distendimento Diurno, distaccato dalla miliarità mitraica ebbene già distesone il segmento della loro relazione (
Légein), pur qualcosa ovvero, qui ed ora, è in grado di stare, e con recisa desisione se ne discettiamo, presso l’incontinua atremia del sé, quindi e immediatamente oltre l’adimensionale ovvero la co-erente a sé positura tautologica del "Sole", così perciò stesso questa dimostrando incapace di coinvolgere completamente tale posizione-ulteriore, parimenti nel punto semantico-referenziale proprio ad-esa, inacconcia ossia decretandola nell’inglobarla in sé sì tanto in sinechia e co-incidenza da annullarne la di essa solo propria distintività posizione sinolare o autonomia onto-identitaria.
Ciascuna identità, pertanto, se isolata nel proprio momento positivo o distintivo, se altresì
astratta dall’alterità-da-sé o contraddittorietà esclusivamente sua propria (giacché Non-A immediatamente non è Non-B), lasciata esclusivamente a sé non può che risolversi in vuota tautologia, non può invero se non re-iterare, in eterna eco, l’originaria o costitutiva distinzione tra sé e sé: improcedibile e non ulteriormente intro-partibile o differentemente determinabile, permane presso lo stigma della propria partizione ipseitale e lì sta, endo-evacua a punto obs-cillando e inane tra i lembi della dis-secazione posizionale sua.
Ebbene, conquistando esordiale conclusione: se non si desse differenza o alterità alcuna, se non si desse altresì e anzitutto la Differenza-in-sé o l'Alterità-da-sé, non alcuna identità che non fosse tautologica né ora vi sarebbe, né mai. Pertanto, partendo dall’evidenza thaumatica del molteplice che ogni istante ci si fa incontro, finché la Teoria del Mondo si ordinerà in discretudine innanzi al nostro afferrarla (Com-prehendere), l’orizzonte autentico della significazione e dell’ente (Lichtung), la Dia-vergenza, (ci) sarà, dischiuso così consentendo e diafano il persistere e il sopraggiungere dell’onto-medesimezza che del sé non altro predica se non precisamente l’essere il se stesso.
Indirettamente dunque
così evocata l'essenza del fondamento (
Vom Wesen des Grundes) dell'essente in totalità – il ΔIÁ dei
pánta (τὰ δὲ πάντα οἰακίζει Κεραυνός) –, procediamo adesso col dimostrarne l'originarietà (
Arché) epperò l'omniavvolgenza (
Umgreifende), il carattere proprio ebbene d'eccedenza inesauribile rispetto a ogni occorrenza particolare (
Symbebēkós) necessariamente – autenticamente (
Stérēsis) – compartecipantela (
Méthexis) per essere distintamente e pienamente qualcosa (
Héxis) e non semplicemente per essere pertenuta nell'eguaglianza con sé.
Ci si chieda, infatti, ora, ulteriormente: come può una de-terminata posizione di medesimezza stare presso la stessa coalescenza del sé al sé o coerenza solo propria senza il
già esserci dell’altro-da-sé? Ovvero: può l’identità essere la predicazione essenziale originaria dell'essente determinato? E, ancora, categorizzando l'essente individuale: come può costituirsi alcuna particolare posizione identitaria se in principio si dà l’Identità(-in-sé)? Dunque, e anzitutto: come può costituirsi la posizione identitaria stessa dell’Identità se ante ogni darsi si dà l’Identità?
Riedendo al nostro esempio invitto, pur invero nella vacuità del solo proprio riverbero tautologico, il "Sole" appare, si dà (
es gibt), pur la posizione “Sole”, pertanto, in qualche modo si è già distaccata – e se ne è distacca, secondo necessità (
katà tò Chreόn), pena il non-poter-esserci stesso del Sole (
Principium individuationis singularis), ammenda altresì, e anzitutto, ma qui ancora in prolessi, il non-poter-esserci di alcunché in generale (
Principium individuationis universalis) –
da ciò che la conteneva, cioè dall’Orizzonte
estremo della predicazione in totalità, pur orbene, nell'attualità del tempo distintivo-affermativo-autoeguagliativo – enantiodromicamente o riconvergendo (
Epistrophé) all'Originario per via apofatica, il di esso lastricamento solatio ossia contraddistintivo –, tale posizione fu dispiegata e precisamente, secondo ordine di successione (
katà tèn toũ Chrónou Táxis), lungo la
teoria dell'impressione onto-identiraria o della riduzione presso ecceità del complesso figurale della significazione che via via estroflette ebbene concreta significati in adduzione di contraddittorietà al semantema autoctico ovvero autocontraddittorio.
Se, invero, vi fosse esclusivamente il Sole, pur l’affermazione del Sole, e non d'altro, si dovrebbe poter in qualche modo, attuandosi o giungendo ad essere, s-tagliare –
lungo l’assialità paradigmatica –
dalla Potenza-della-impressione-in-posizione-di-qualcosa o a punto dal Tutto dinamico od orizzontale, apofatico o escate, steresico o sottrazionale, della Predicabilità. Orbene, tale potenza immediatamente contro-determinata non sarebbe,
lì e allora, null’altro se non il contraddittorio, simmetricamente in esordio tautologico, di tale posizione o affermazione particolare, ossia, sempre nell’esempio nostro mitraico, null’altro se non il Tutto affermatosi per negazione rispetto alla posizione affermativa del Sole (“Il Non-Sole”), cioè a punto il contraddittorio stesso del Sole, l'orizzonte della sua negazione in totalità, ovvero, anticipando e ancora categorizzando – ma qui autenticamente – la negazione dell'essente determinato, l'Orizzonte della Negazione in Totalità o in-sé, lo Spazio altrimenti per il Tempo dell'E-vento del Disvolgersi della Differenza autocausativa quindi abissale.
Postosi, si precisa in ripresa e per impressione di concretezza alla prolessi che testé annunciava l’archeità della Negazione, il “Sole” quale unico semantema, il Tutto della significazione potenziale coinciderebbe col semantema “Non-sole”, sedimentantesi ovvero preserbantesi sullo sfondo di ciò che, espresso, così appare e non altrimenti, poiché, come affermato, senza tale immediata distinzione tra il “Sole” e il “Tutto-al-di-là-del-Sole” (
omnis determinatio est negatio), il “Sole” stesso non sarebbe, non sé essendo. Ebbene, affinché sia dia differenza tra Sole-e-Non-Sole, sullo sfondo
ulteriore deve apparire già, inespresso ed estremo profilandosi in sottrazione o a punto steresi, il semantema – e il noema – della differenza tra qualcosa e qualcosa, cioè l’affermazione della Differenza-tra-sé-e-sé quale inseità o semantema – e noema – fondamentale: la terra sconfinata che si estende indefinitamente oltre il
limes, non è se non
col solco originario stesso; l’universo infinito che si espande oltre il punto in cui Io sono, non è se non nell’attimo in cui Io sono
3).
Conseguendo dunque deuteriore conclusione: non la stessa posizione tautologica di alcunché può darsi senza il già in qualche modo esserci della posizione-relinquente della Distintività o della Differenza, dell’Alterità o della Contraddittorietà.
Si provi ora – retrocedendo verso l'Origine alla ricerca dalla causa prima ovvero autentica dell'identità dell'essente – a porre quale pristina la posizione dell’Identità-in-se-stessa: anzitutto, come affermato, non potrebbe che darsi e la posizione anapoditticamete principiale sua tautologica, e la posizione, parimenti esclusivamente propria o de-cisa dal (e determinata nel) porsi del sé, enantio-tautologica ("l'Identità è l'Identità", "l'Identità non è la Non-identità", "la Non-identità è la Non-identità").
Ebbene, poiché tra l’Identità e la Non-identità deve costituirsi distanza e distacco, Identità e Non-identità – posizione della Posizione e posizione della Non-posizione-della-posizione 4 – sembrano in qualche modo dover entrambe essere sottese entro un orizzonte comune di relazione – l'Uno che con-rela Identità-e-Non-identità – che del pari le avvolge: per poter pertenere nella mediazione della distanza o presso l'adunazione nel distacco tali due posizioni, l'Orizzonte della Divergenza-dei-Due deve, infatti, con necessità, porsi in mezzo tra loro, toccandole entrambe, cioè sogliale relazionandosi simultaneamente con esse due.
Ma frap-porsi tra ogni cosa (e ogni cosa) significa circondare tutto. E come si frap-pone questo Frap-ponentesi che tutto circonda?
Certamente come il Ni-ente della posizione già distinta, egualmente, ebbene, giacché il Tutto della Potenza escate della partizione o dell'individuzione ancora ulteriore, lo Sfondo (Lichtung) squaciato (Geviert) dalla Soglia (Keraunós: “il colpo che conferisce l’impronta”). 5
Ora, che cos’è la Non-identità tautologica, ossia la Non-identità che null’altro entro sé distintivamente contiene (stante la posizione – qui presupposta nella dimostrazione del suo deuteriore conseguire – originaria o “unica” dell’Identità-in-sé), se non proprio questo orizzonte che da ogni parte avvolge il punto posizionale dell’Identità? Questo medio tra il sé e l’altro da sé della posizione originaria può essere ordunque l’Identità stessa? Può, ovvero, l’Identità frapporsi tra il sé e il non-sé, mantenendo nel distacco (e mantenendo il Dis-tacco [Hiatus] tra) queste due posizioni? Può ovvero, in ultimo, l'Uno che co-alesce Identità-e-Non-identità essere – in sé o identitariamente, dunque unitariamente – Identità o Enadità?
Evidentemente no, poiché, in questo caso, si troverebbe a essere simultaneamente, in relazione (positiva o di co-erenza, in quanto la relazione d'es-clusione, contraddistinzione o negazione implica l'esserci dell'Alterità, qui, de origine rogando, invece ipotizzata ancora non-essenteci), sia con-sé, sia con l’altro-da-sé. Ma, se l’Identità può stare e certamente in re-lazione con sé, proprio ciò (ossia Per-tenimento-in-co-erenza) essendo essenzialmente o insé (l'Identità-in-sé è infatti la posizione dell'immediata coalescenza o dell'immorsata sinechia tra seità e inseità, l'insé dell'Identità essendo invero identità – dunque non distinzione – tra inseità e seità), assolutamente non può, per pari cogenza eidetico-distintiva, stare in relazione col Non-sé, se non a punto in una relazione di contraddizione o d'esclusione, di negazione o di avversione, ora, perí Archês, impossibile a darsi.
Dunque l’Identità – se in seguito si dà la distintività, e la determinazione qualitativa (dasein) dell'ente (tà pánta, tà ónta) qui e ora e ancora appare, meraviglia a vedersi – non può essere la posizione originaria, dunque l’Identità – quale in-sé Principio di Identità o coalescenza ipseitale dell'essente – non può essere il contenuto della posizione identitaria dell’Originario.
Si provi pertanto, adesso, a contrap-proporre la tesi che indica nell'Alterità (nella posizione ovvero dell'immanente divergenza o della devasta discretudine – immediatamente mediale – tra seità e inseità, l'insé dell'Alterità essendo invero diversità – dunque distinzione – tra inseità e seità) il contenuto della posizione dell’Originario, sicuramente sottoponendola alla medesima complusione che della curule dignità di fondamento ne indaga l'autenticità del cremisi trabeale.
Può, ordunque, l’Alterità frapporsi ovvero porsi in relazione negativa o disgiuntiva (⌐, ≠) tra la posizione del sé e la posizione del non-sé? Certamente, immediatamente, la posizione del sé null’altro essendo – in essenza o precisamente in accordo al suo proprio contenuto identitario positivo – se non alterità o differenza tra sé e sé. Ma come può mai, al contrario, porsi nella posizione positiva di medesimezza col sé (=), dunque già sostenendo la stessa relazione di esclusione o contraddistinzione dell'altro in totalità quale estrinsecazione del proprio contenuto identitario affermativo, sé – Alterità-di-ogni-cosa-da-ogni-cosa – essendo la posizione principiale, ossia già essenteci ante il darsi stesso dell’Identità-di-qualcosa-con-qualcosa?
Ebbene, può pro-porsi di porsi infine incontraddittoriamente in essa relazione d'incontraddittorietà identitaria o concretezza della posizione di coerenza ipseitale:
Se pertanto, è immediatamente o nell'autocausazione omniprincipiale stessa eguale a sé in quanto pro-posizione d'essere in estremo compiutamente eguale a sé (di incontraddittoriamente significare, del pari, sul piano dianoetico, l’insé), allo stesso tempo (
áma synístatai kaì apoleípei) è – sempre o trascendentalmente, ebbene
destinalmente (la struttura della Notte) – eguale a sé nell'insé (Pro-posizionalità), e non è – mai o storicamente (il Sentiero del Giorno) – eguale a sé nel sé (Posizionalità), così epperò
procedendolo, altrettalmente
com-piendolo, ovvero imprimendo nella propria contraddittorietà o negazione (posizionalità o seità) viepiù o secondo l'ordine della distensione elenctica, tutta la contraddittorietà rispetto al contenuto della propria posizione, in principio specularmente proposizionale, di Proposizionalità-in-sé.
Il delta (
diá) tra la posizione pro-posizionale o formale esordiale della Pro-posizionalità, ebbene l’eguale o la copula che co-alesce Pro-posizionalità e Pro-posizionalità in principio, con la posizione posizionale o concreta finale della medesima Pro-po–sizionalità autoincoativa, è esattamente e incontrovertibilmente il medesimo contenuto della posizione originaria (ΔIÁ), è, con altre semantizzazioni dell’Originario, l’orizzonte di compimento dell’Orizzontalità o dell’in-sé Compientesi, ebbene il
Templum dell’Esserci, il fondamento primo della realtà (
Sein) che chiamiamo Storicità (
Sollen), il
tertium sintetico quale proiezione in estremo d’istanziazione della Diade, il nostro Cammino.
Nondimeno, l'impressione processuale o il teleologico “stipamento” (
pãn émpleón eóntos, pãn xynechès) d'incontraddittorietà all’intorno esordiale della contraddittorietà (seità o posizionalità) della Contraddizione originaria (inseità o Proposizionalità) non è forse proprio il distendersi, via via (
katà tèn toũ Chrónou Táxis), della totalità dell'affermazione distinta, ebbene il Tutto autentico ovvero meontico-orizzontale dell'identità discreta?
Che cos’è, infatti, e immediatamente, l’Alterità, oggetto di
questo nostro attuale discorrer
ne, se non una posizione di identità? Ma come può essere sé (ed essere, giacché naturalmente l'autoctisi della Differenza coimplica immediatamente, sotto altra categoria reinquadrando ulteriormente il medesimo Originario, l'antecedenza stessa del Ni-ente-dell'ente sull'Essere-dell'ente-in-totalità)
ante la posizione della Posizione-in-coerenza-in-sé?
A punto essendo sé (ed essendo semplicemente qualcosa)
nella pre-supposizione di essere sé estremamente (e d'essere estremamente semplicemente qualcosa), nell’immediata ovvero co-incidenza-di-vergentesi (
Dia-phéron kaì Sym-phéron) tra esistenza ed essenza del Compientesi, essente presente sempre nel modo dell’Avvento. Ma cosa implica, e con incontrovertibilità, tale carattere
pro-posizionale assunto in principio dalla posizione del sé in sé Pro-posizionalità se non a punto il processo stesso di riduzione completa presso piena posizionalità escate o incontraddittoria immobilità entelechiale di tale presupposizionalità concutente la posizione principiale della Pre-supposizionalità-in-sé?
E sia, raggiungendo l'ultima conquista dell'apodissi: la Contraddittorietà in sé, e solo essa, è intrinsecamente storica (
Ge-schichte)
così come solo essa può essere –
e lo è, concretamente –
autoprincipiativa, immanentemente Discorde o in concento nel Contrasto, quindi originaria sicché, egualmente, destinale (
Ge-schick)
Che cosa, altrimenti a rinforzarsi la storicità (
Geschehen) immanente del Negativo assoluto, determina, infatti,
autenticamente, l’evolversi del contenuto di ciascuna identità distintiva, dal grado 0 o tautologico pristino, se non esattamente l’ampliarsi viepiù dell'esclusivamente proprio (Non-A ≠ Non-B) momento negativo o contraddistintivo, l’identità positiva particolare non altro essendosi invero dimostrata se non il pertenimento-in-co-erenza del sé col sé dell'ente individuale lungo il percorso di determinazione o affermazione del sé dell'inseità Contraddizione categoriale o Negazione trascendentale attuantesi attraverso l'ordinarsi meraviglioso o il dispiegarsi completo di tutta la di essa affermatasi negazione o distintasi differenza? Come, pertanto, può e deve essere inteso questo medesimo ex-tendersi, via via differenziantesi, del contenuto autentico d’identità di ogni posizione particolare, se non giacché il pro-gredirsi stesso del Mondo? E come, ancora, tale diversificazione processiva della Terra (
Erde) può e deve essere (ri-)compresa se non quale conquista sempre ulteriore della posizione contro – dunque autenticamente, ovvero apofaticamente, entro – il Cielo (
Himmel) proletticamente omni-avvolgente della contraddizione o negazione del Niente-di-ogni-posizione-conciliata-o-coerente?
Ecco dunque che cos'è (
ti estì),
hic et nunc – quindi già nell'avanguardia stessa dell'Originario-in-Atto (l'O-mediale, l'eccenza sempre escato-orizzontale ovvero di tutto ciò che immediatamente ante
omnia appare quale il Niente-estremo-del-tutto-dell'apparenza [ΔΙΆ]) –, questo Sole che ora abbacinante si ostende innanzi a noi:
è il non-essere ogni ente già determinato ovvero retrodeposto nella Totalità dei sêmata –
e dei nóemata –
sin qui dimostratisi lungo il Sentiero del Giorno.
Infatti, avviandoci a validare per exemplum quanto testé concluso, se provassimo ad avanzare dal tempo T = 1 (T1) – dall’istante ovverosia in cui si dà esclusivamente l’identità nostra qui conduttrice, ebbene, ribadiamo, da questa miliarità diacronica comportandoci presso la quale, se provassimo a proferire asserzione alcuna circa il “Sole”, stante il grado lì e allora totalmente enadico dunque sinechiale dell’orizzonte dell’identità, non potremo se non proiettare nel campo della predicazione il medesimo soggetto, così riverberato o reduplicato ovvero scisso e riadunato (Verdopplung, Scheiden, Entzweiung) 6 –, al tempo T = X (Tx), quindi nell’attimo in cui si dimostra dischiusa la possibilità di comportare nell’atto, per esempio, l’affermazione: “Il Sole è l’astro che fa crescere le messi”, attestando già essenti le identità che trovano localizzazione nell’asse di predicazione catafatica appena dispiegato, dovremmo dare contezza della genesi identitaria, quindi della moltiplicazione delle posizioni, anzitutto tautologiche, in accordo al nostro dire, occorsa lungo il segmento T1 → Tx.
Poiché, in Tx, l’identità affermativa del Sole parrebbe essere determinata da tutte le identità che possono lì e allora inerirgli positivamente, sembrerebbe l’ampliarsi del proprio momento positivo e non già del negativo a evolvere il contenuto eidetico di ciascuna ecceità, mentre noi indicammo quale fondamento del delta Sole-T1 > Sole-Tx, l’ampliarsi del Mondo-oltre l’esordio tautologico del Sole, ebbene l’evolversi dell’identità negativa nS, determinata contraddittorietà a proprio vece progredita dall’incrementarsi dell’asse di predicazione apofatico della Contraddizione originaria, ebbene dall’Asse Catafatico in sé o Tutto dell’Affermazione.
Allo stesso modo, ricollocandoci ora sul piano apofatico, se in T1, l’asse di predicazione negativa dell’identità “Sole” vedeva comportarsi nell’essere esclusivamente la discreta posizione ipseitale negata, cioè a dire l’originaria contraddittorietà entro se stessa compatta ossia immorsata, continua dunque enadica, in Tx l’asse di predicazione apofatica dell’identità “Sole” – sicché il contenuto stesso della posizione di contraddittorietà co-originaria – dimostra qui articolazione quindi pluralità e discretudine posizionale. Se, pertanto, provassimo ora a domandare che cosa abbia “frantumato” quella sinechia archea (S-in-T1 ≠ nS > nS-in-T1 = nS) recandovi la pluralità distinta (S-in-Tx ≠ Astro, Crescita, Messe > nS-in-Tx = Astro + Crescita + Messi), avremmo meno difficoltà ad attribuire la moltiplicazione del complesso dei semantemi altri dal Sole, all’evolversi del Mondo. Ma, se adesso elevassimo, rinsaldando in uno apofasi-e-catafasi, la seguente interrogazione: “nS in Tx è il tutto delle identità a esclusione dell’identità esordiale Sole = Sole, dunque del Sole in T1, oppure è il tutto delle identità a esclusione dell’integralità dell’asse paradigmatico cioè potenziale della predicabilità catafatica del Sole in Tx?”
Ebbene, se nS fosse, in T1, il Mondo-in-T1 eccetto il Sole-in-T1, e se parimenti fosse in Tx il Mondo-in-Tx eccetto il Sole-in-Tx, il segmento nS-in-T1 → nS-in-Tx sarebbe lo stesso segmento S-in-T1 > S-in-Tx, cioè sarebbe stata l’orbita evolutiva del Sole a determinare l’arricchirsi del Mondo oltre il sorgere suo tautologico. Ma, al contrario, noi riteniamo che l’identità Sole sia permasta sempre fissa presso il punto autoeguagliativo proprio esordiale, altrimenti non più risplenderebbe – oscurandosi nella continuità con l’altro da sé – innanzi al nostro qui e ora interrogarne l’essenza meravigliosamente molteplice, mentre instanziamo sia stata la sua negazione a concutersi, progredendosi, ad accrescersi, moltiplicandosi contro questa stessa sua propria ipseità atremida genesiaca.
Se ora, tentando l’ulteriore avanzamento nella dimostrazione della tesi che intende la moltiplicazione condottasi entro l’orizzonte catafatico stesso dell’identità Sole da T1 a Tx determinata dall’ampliarsi dell’orizzonte di contraddizione in totalità del sempre medesimo Sole a sé perpetuamente eguale (diuturnamente ovvero finché radierà di contro [ob-iectum] alla nostra rogatoria genealogica ed evolutiva) – incremento eidetico-semantico particolare sussunto all’accrescimento, trascendentale, dell’orizzonte di contraddizione in totalità della Contraddizione originaria o Tutto dell’Affermabile, confermiamo –, riprendessimo la precedente disposizione sintagmatica che asseriva: “Il Sole è l’astro che fa crescere le messi”, e provassimo a domandare: in Tx, forse il Sole è la Messe? È, del pari, divenuto a essere “la Crescita”? Forse lì e allora è ovvero significa “Tutti gli astri”? Certamente no, e, nondimeno, il Sole è un Astro: senz’altro. Tuttavia, anche Sirio è un Astro, ma il Sole non è Sirio tanto quanto Teeteto non è Socrate, pur entrambi essendo uomini. Il Sole, infatti, non è neppure quell’identità che è, in sé, “relazione-del-particolare-e-dell’universale”. Pertanto, se non vi fossero le identità “Astro”, “Universale”, “Particolare” e “Relazione-categoriale-individuale”, il Sole non sarebbe un Astro, l’essere Astro non potrebbe essere predicato positivo del soggetto Sole, non potrebbe essere altresì l’attribuzione dell’appartenenza astrale disposta nella di esso assialità catafatica o determinazione affermativa. Le identità “Astro”, “Universale”, “Particolare” e “Relazione-categoriale-individuale” pro-vengono, quindi, dall’identità Sole e dal suo evolversi?
Piuttosto sembrerebbe il contrario: è l’identità positiva “Sole” a essere stata arricchita dal loro sopraggiungere. È, pertanto, lo ribadiamo, l’intensificarsi del dominio della molteplicità, ovvero l’inoltrarsi del Mondo lungo il sentiero del Giorno, la diacronia discreta (= spazializzata) della totalità dei semantemi, a determinare la stessa identità catafatica dell’essente-determinato, l’eidogonia di ciascun sinolo. Invero, sempre mantenendo non ancora adeguatamente distinti asse catafatico e apofatico nella determinazione dell’inseità, così come noi oggi, qui, possiamo predicare positivamente del Sole l’essere una fonte di energia rinnovabile, possiamo del pari predicarne il non-essere, ad esempio, un transistor, ma non così avrebbe potuto Giulio Cesare.
Prima di elevare – nel concludere questo excursus circa la differenza tra Differenza e Identità nella determinazione autentica dell’identità dell’essente particolare – il reale fondamento che dipartisce le assialità apofatiche e catatiche nel templum della predicazione eidetica, instradiamo il nostro cortese lettore verso die grundlegende Frage: “per quale ragione il Sole permane sempre fisso presso il punto della propria autoeguaglianza?” Ebbene, proprio poiché la Ragione originaria, ossia la teleologia dell’Originario, il contenuto, altresì, dell’atto autoctico della Volontà immediatamente autoesordiale – l’Alterità-in-se-stessa quindi l’Assoluta Contraddizione, l’Esserci che è Promessa, Compito-d’Essere – si dimostra evocata dall’identità prolettica con se stessa a essere compiutamente ovvero estremamente sé nell’ordinarsi in discretudine del proprio non essere in totalità: destinatasi da principio alla perfetta determinazione (Bestimmtheit) ultima (Transzendentalen Sein-Zum-Tode) del sé, dunque preclusasi da sempre all’infinità dell’incedersi, è parimenti dall’esordio proprio immorsata all’impossibilità di revertere presso posizioni già poste, in quanto tale possibilità regressiva comporterebbe l’impossibilità del compimento del proprio orizzonte lineare di contraddizione 7. Precisamente in tale impossibilità d’enantioversione trascendentale – la Storia come Destino – dimora l’impossibilità prisca del Sole di divenire altro da se stesso (S = ⌐S), ossia di concutersi, di oscillare oltre la solo propria posizione di coerenza esordiale sive tautologica.
L’evidenza secondo la quale il Sole che rendeva corrusca la lorica di Cesare non sia il Sole che alimenta i nostri trasduttori fotovoltaici, non comporta, ordunque, che il Sole non sia più il Sole, bensì che il Mondo abitando il quale noi via via lo affissiamo non sia più l’orizzonte di quel corruschio invitto.
Se, pertanto, percorrendo la via dell’apofasi è apparso più agevole dimostrare come sia stato l’incrementarsi dei significati entro il mondo ad aver dis-immorsato la compattezza dell’orizzonte esordiale di contraddizione in totalità del Sole, comportandovi nel non-essere (nS) la pluralità distinta, sembrerebbe, al contrario – e ciò, per la verità, immediatamente tanto alla dόxa quanto all’epistéme – essere stata l’evoluzione storica del concetto di Sole ad avere consegnato la differenza e la molteplicità al proprio asse paradigmatico di predicazione catafatica (all’insieme ossia dei significati potenzialmente predicabili di un soggetto, al di là dell’inerenza essenziale o adiafora, possibile o necessaria, dell’essere L-mediati o L-immediati 8). Infatti, le predicazioni: “Il Sole è una fonte di calore”, “Il Sole fa crescere le messi”, “Il Sole sprigiona la luce del giorno”, in quanto attribuzioni positive, differiscono dalle apofansi negative correlate: “Il Sole non è fonte d’algore”, “Il Sole non è cagione di carestia”, “Il Sole non è conduttore d’oscurità”, e vi divergono nella misura in cui io non posso affermare, liceamente, qui ed ora: “Il Sole non è una fonte di calore”, “Il Sole non fa crescere le messi”, “Il Sole non sprigiona la luce del giorno”. Tale divergenza determina l’afferenza o la non afferenza stessa di un predicato a un soggetto, e non certo qui si sostiene “la predicabilità conveniente di ogni identità a ciascun’altra identità dispostasi a sos-tenerla” (ovvero non certo qui sosteniamo l’indistinzione “V/F”, tutt’al contrario).
Nonpertanto, allorché affermo: “Il Fuoco è una fonte di calore”; “L’Acqua fa crescere le messi”; ma anche – spostando l’identità “Giorno” dalla posizione entro il complesso di predicazione del Sole (“Il Sole [è ciò che] sprigiona la luce del giorno”), alla posizione di soggetto: “Il Giorno, illuminato dal Sole, incornicia l’operare dell’Uomo”; il Fuoco, l’Acqua e il Giorno già vivono la morte del Sole, e ciò precisamente sino all’estremo rifugio tautologico, ove solamente il Sole, se e finché è, è “immortale”. 9
Ebbene, riedendo al riquadro assiale della definizione eidetica, cosa fa sì che talune attribuzioni possano convenire o non convenire a un soggetto, cosa determina, altresì, il disgiuntivo disporsi sull’asse di affermazione catafatico o apofatico delle identità?
Certamente il giudizio che de-cide, di volta in volta, della dimora presso V o F degli enunciati. E, tuttavia, affinché il giudizio della convenienza o della non convenienza di P a S possa essere asserito, che cosa si (pre)dispone a mantenere insieme (léghein) P-con-S?
Certamente la Relazione. E, ponendo ora l’apofansi Y: “Sx = Px”, cosa pertiene insieme Y-e-V oppure Y-e-F, ebbene cosa sostiene nella disgiunzione Y-e-V oppure Y-e-F? Parimenti la Relazione, Relazione che può essere, pertanto, a un tempo (áma), o di unione (positiva o catafatica, Philía), o di disgiunzione (negativa o apofatica, Neĩkos). E, tuttavia, l’Uno-della-Relazione, potendo questa essere tanto correlativa quanto disgiuntiva, entro sé, quale contenuto comporterà alla co-relazione del se stesso, la correlazione oppure la disgiunzione? Invero, questa stessa unità, per poter a volte essere e a volte non essere correlazione, ovvero per poter a volte essere e a volte non essere disgiunzione, deve preserbare in sé tanto il contenuto della correlazione quanto il contenuto della disgiunzione, ossia deve correlare nella disgiunzione correlazione e disgiunzione, cioè deve potersi mantenere presso se stessa in co-erenza unitaria di contro all’unità del non-sé nel contemporaneo mantenere entro se, distinti ovvero disgiunti, correlazione e disgiunzione. Ordunque, tale unità che reca in sé la distinzione tra unità o unione e dualità o distinzione, può forse essere, identitariamente ossia unitariamente, immorsatura inseitale ovvero sinechia, enadità, identità, coerenza e correlazione positiva? Donde, se ciò fosse, la disgiunzione e la diadità, la discordia e la divergenza, entro la continua aderenza del sé al sé che ne definisce l’eĩdos distintivo solo proprio? Ebbene, secondo la medesima struttura logica sopra solamente accennata nell’indicare il fondamento della relazione tra Identità e Differenza, l’insé della Relazione non può che darsi giacché “Disgiunzione tra Correlazione-e-Disgiunzione”, mentre la relazione di coerenza tra Correlazione-e-Disgiunzione, ebbene la seità che coerisce l’inseità didima quindi divisa e immediatamente eguagliata, l’unità, altrettalmente, che cor-rela positivamente correlazione-e-disgiunzione entro l’insé Disgiunzione (tra Correlazione-e-Disgiunzione), non può qui essere del pari indicata se non, ulteriormente, quale processo trascendentale di impressione del carattere della correlazione positiva allo stare presso sé dell’insé Disgiunzione.
Pertanto, la Relazione-in-sé, quindi l’Uno-in-se-stesso-diviso (Én-Stasiázon-Pròs-Eautò), dimostratosi, in-sé, Disgiunzione (= Contraddizione, Alterità, Contesa etc…: essendo Disgiunzione, quando disgiunge è coerente all’insé, se correla si contraddice, cioè, disgiungendosi da sé, si rinsalda nell’innanzi, nel suddetto processo elenctico-apofatico di coerentizzazione storica della posizione esordiale del sé), è ciò che consente, di volta in volta e differentemente, l’aderire o il divergere (egualmente l’aderire per via negativa) dei predicati ai soggetti, di modo che il giudizio, a propria vece, possa aderire o divergere rispetto a Verità o Errore.
volta e per sempre, l’appartenenza necessaria delle apofansi a V o a F? Nulla, ovvero null’altro se non la Storia stessa: ogni identità è storica, e tutte le predicazioni e tutti i giudizi sulla verità e sull’errore degli enunciati dichiarativi avvengono entro il disvolgersi della vicenda del Mondo. Ma, se tutto è storico, se, altresì, nella Storia appare via via così l’inerenza, sia positiva che negativa, dei predicati ai soggetti, come la correlata appartenenza a V o a F della loro asseverata afferenza, tanto apofatica quanto catafatica, di modo che non possiamo mai essere certi della perenne appartenenza così a V come a F dei nostri attuali giudizi, quindi del perpetuo persistere presso l’attuale liceo o l’incontraddittorio convergere e divergere dei predicati ai soggetti 10, come possiamo essere certi della non storicità della stessa Relazione che tutto lega, come possiamo, altrettalmente, mantenere presso Verità tutto quando sin qui predicato? 11
Infatti, se parimenti storica, ebbene contingente, fosse la Divergenza medesima, predicata qui fondamento della totalità dell’ente distinto, essa stessa sarebbe da sempre aperta alla possibilità di dimostrarsi, quando che fosse, mendace, amovibile, tremebonda, seco comportando immediatamente presso Verità la di essa contraddizione, così allignando nella Coerenza, cioè nell’Infinità e nell’Identità, nella Necessità e nell’Incontraddittorietà, l’hypokeímenon della differenza tra le identità, nonostante, lo si è accennato, l’essere in Potenza dell’Eterno quale originario fondamento coimplicherebbe già il suo da sempre essere in Atto, perpetua attualità l’esserci in principio della quale già comporterebbe, a propria vece, il non-essere-mai-stato di alcunché, invece così essente-stato quanto tutt’ora essente. Pertanto, ancora e sempre muovendo dall’evidenza immediata, cioè dell’attuosità del molteplice che pervicacemente contro-appare (φαινόμενον), si di-mostra la Verità originaria – la Dia-fania quale proposizione primiera –, dimostrandosi altresì e proletticamente, ossia affermandosi da ora e proiettivamente per sempre quale incontraddittoria, la Contraddizione autoesordiale, se e finché l’Orizzonte trascendentale del procedersi del Mondo – in cui viepiù sopraggiungono tanto i predicati quanto i soggetti e le loro relazioni di correlazione o disgiunzione – sarà nel dischiudere pluralità meravigliose: l’identità-del-qualcosa, la relazione di co-erenza di A e A, pertanto, non è nella Storia, bensì co-appartiene alla struttura originaria del Destino, quale ipostasi del suo momento unitario (l’enade dell’Endiadi o seità dell’Inseità-in-sé-divisa prima, poi inseità deuteriore o derivata), parimenti alla differenza tra questo-qualcosa e il proprio Mondo oltre, ipostasi del momento moltiplicativo (la diadità dell’Endiadi o inseità originaria). Come più doviziosamente disposto “nei predicamenti meontici” qui a venire, Identità e Differenza, Essere e Non-essere, sono, difatti, con altre categorie a esplicarsi il sempre medesimo, verità ovvero leggi a priori costitutive della struttura logica dell’Esserci, concetti puri o noumeni trascendentali ovvero trans-storici coimplicati nel semantema destinale ovvero originario, tanto quando coimplicato ne è il loro darsi – nel Giorno – secondo cadenza d’Ere.
Questa è la ragione, da ultimo, in accordo alla quale l’Identità dell’essente determinato dev’essere correttamente compresa quale pertenimento-presso-sé di una precisa posizione semantica, il cui contenuto evolve con l’evolversi del Mondo che essa nega nel persistersi quindi nel permane affermativo presso sé: senza questa inconcussione dei molteplici contro cui si infrange, moltiplicandosi cioè divenendo a essere, la Storia della negazione del semantema originario, l’insieme trascendentale dei significati, il complesso delle affermazioni ovvero delle realtà, esso stesso – la Negazione autoaffermativa, ebbene il nostro comune Destino –, destinato da principio a non mai compiersi dunque infine incontrarsi nell’Essere e nell’Atto, nella Necessità e nell’Incontraddittorietà, preclusosi da principio alla finitudine estrema, incatenato ingiustamente al non mai nascere né al mai morire (toũ eíneken oúte genésthai oút’ όllusthai anêke Díke chalάsasa pédeisin, all’ échei), non mai sarebbe divenuto a essere sé, quindi non mai a essere, così non mai seco enantio-affermando la Molteplicità del Mondo che ora ancora invece qui mi involve e inghiotte, ente accadente tra gli enti che ogni istante sempre accadono ma non per sempre. 12
1 «Il mondo pensato non può essere se non com’è pensato: pensato che sia, immutabile (nel pensiero che lo pensa). Ma noi, quando ci siamo affacciati nell’età moderna allo spirito come attività trascendentale produttiva di ogni oggetto dell’esperienza, ci siamo trovati in un mondo nuovo, che non è materia di esperienza, poiché non è pensato, ma ragione e principio di quanto si pensa; e non può essere governato esso stesso dalla legge, che è propria del vecchio mondo, nel quale rimangono chiusi tutti coloro che continuano a indicare il principio di non contraddizione come le colonne d’Ercole della filosofia». Giovanni Gentile,
Teoria generale dello Spirito come Atto puro, Sansoni, Firenze 1938.
2 Quanto qui affermato, naturalmente, riguarda, di prevalenza, le asserzioni dichiarative, i giudizi. Nondimeno, lo stesso sintagma nominale endiadico "Sole e Luna", chiamando immediatamente alla manifestazione del proprio esserci l'astro protetto, ciclicamente, dal nume di Selene, Artemide, Ecate e Perseide, presuppone già la possibilità di disporre, lungo l’asse della concettualizzazione del mondo, accanto al semantema “Sole” – e accosto sempre in discretudine – la differenza e la molteplicità rispetto alla mera reduplicazione esordiale “Sole e Sole”, ovvero comporta già la “frantumazione” della sinechia entro l’orizzonte di contraddizione del Sole (T
esordiale: Non-Sole ≡ Non-Sole [Ø]; T
x >Non-Sole ⸧ Luna). Allo stesso modo, in queste considerazioni risulta adiafora la distinzione tra noesi e dianoesi del concetto di "Sole", poiché la stessa di esso intellezione intuitiva e inespressa o non ancora argomentata ovvero disposta in discorso, pur già e preliminarmente si di-mostra sottostare alla medesima Legge dell'Ordinamento della Differenza.
3 «Par l’Espace, l’Univers me comprend et m’engloutit comme un point, par la Pensée, Je le comprends». «Per lo spazio, l’Universo mi comprende e mi inghiotte come un punto, per il Pensiero, Io lo comprendo», Blaise Pascal,
Pensées,
Grandeur 9 (T.d.A.).
4 Mentre, patentemente, non può darsi distacco alcuno, dunque diade, tra posizione e non posizione: se vi fosse esclusivamente la posizione di qualcosa, questi sarebbe, da capo, inestensione (giacché il medesimo sfero sinechiale parmenideo, eccedendo, secondo definizione, il punto, pur già concede presenza al molteplice: la perfetta compattezza, che ad ente accosta ente, puranco dis-tingue, infatti, in
quanta, il sempre medesimo); ma, ancora, neppure l’inestensione potrebbe addivenire mai a essere alcunché, ante l’evento della diade, cioè a dire della posizione della Non-posizione (in autentico l’endiadi “posizione-della-Non-posizione e Non-posizione”); egualmente, se in principio fosse la posizione della Posizione, questa ricadrebbe nell’impossibilità a essere della monade sopra considerata quale posizione dell’inestensione, poiché tra posizione-della-Posizione e Posizione non vi sarebbe alcuna partizione distintiva ovvero “diadizzante”; invero, se, da ultimo, la non posizione non è, e quindi non si costituisce diade tra posizione e non posizione, sicché la posizione e financo la posizione della Posizione ricadono nell’impossibilità autoctico-omoincoativa dell’Uno,
è la posizione della Non-posizione l’originaria autoproposizione.
5 «Ed io mi ricorderò di te, e di un altro canto ancora». Omero,
Inno ad Atena
6 Nonostante, lo riaffermiamo, in notazione epitomica, la mera tautologia già comporterebbe l’inespresso apparire così dell’identità copula; come dell’identità asseverante (l'Io); tanto, anzitutto, dell’identità che dipartisce e pertiene in segmentale distanza il Sole da tutto il suo altro – cioè da tutto ciò che si estende oltre il punto dell’automedesimezza solo propria, elongazione lì esclusivamento negativa –; quanto di questa stessa identità apofatica contraddistintivamente affermatasi (nS) proprio nella catafasi del Sole (S) che, negandola, seco parimenti la comporta all’apparire nella discretudine in quanto
l’altro da sé in totalità (nS = A): se e finché A ≠ ⌐A, la contraddittorietà discreta è egualmente una posizione (già) distinta, giacché A ≠ B, ove, per esempio – in una esemplificazione che eccede l’attuale nostra, in cui solo il Sole si dà –, B = Non-Cielo.
7 È in accordo a tale incontro-vertibilità logica, che l’ordinarsi dei semantemi del mondo lungo l’orizzonte di contraddizione dell’originaria Contraddizione, ovvero l’evenire a essere via via dell’insieme delle identità storiche (
tà όnta, tà pάnta), ebbene la concatenazione lineare (
Diά-Chrónos) di ciò che chiamammo “i frantumi della Deuteriorità (logica)”, non possa distendersi “bergsonianamente”, cioè non possa non distendersi, non succedendosi bensì convivendo in continuità di flusso, altrimenti l’Originario sarebbe da principio aperto alla possibilità dell’in-compiutezza, ma tale apertura originaria della possibilità dell’eterno sarebbe già, coimplicativamente, la necessità stessa dell’eterno, il suo padronale archeo distendersi ossia l’impossibilità assoluta del compimento dell’Originario, ma questa impossibilità aurorale assoluta sarebbe certamente già, a propria vece, e per pari bicondizione, l’impossibilità del medesimo avvenire dell’Originario, ma, da ultimo, siffatta impossibilità d’avvento principiale sarebbe certamente già l’impossibilità stessa, lo riaffermiamo, dell’esserci del molteplice che,
invece, tutt’ora e ancora pervicacemente mi appare innanzi e distintamente.
8 Nel presente intendimento, naturalmente, gli unici predicati L-immediati dei soggetti che si offrono al nostro così dianoetico come noetico afferrarli sono, deuteriormente, l’enticità e l’autoeguaglianza, l’essere-qualcosa e l’essere-eguale a sé; originariamente o autenticamente, la meonticità e la differenza, il non-essere-alcunché e l’essere-altro-da-sé.
9 «ζῆι πῦρ τὸν γῆς θάνατον καὶ ἀὴρ ζῆι τὸν πυρὸς θάνατον, ὕδωρ ζῆι τὸν ἀέρος θάνατον, γῆ τὸν ὕδατος». «Vive il fuoco la morte della terra e l’aria vive la morte del fuoco, l’acqua vive la morte dell’aria, la terra la morte dell’acqua».
Eraclito, Frammenti, op. cit., § fr. 76.
10 «Che la realtà si fondi ontologicamente nell'essere dell'Esserci, non significa che il reale possa essere ciò che è soltanto se, e fintanto che, esiste l'Esserci. Certamente solo finché l'Esserci è, cioè finché è la possibilità ontica della comprensione dell'essere, “c'è” essere. Se l'Esserci non esiste, allora non “è” né l'“indipendenza”, né l'“in-sé”. Allora queste espressioni non sono né comprensibili né incomprensibili; e l'ente intramondano non è né scopribile né tale da poter esser-nascosto. Allora non si può dire né che l'ente ci sia né che non ci sia. È invece ora, ossia fin che c'è la comprensione dell'essere e quindi la comprensione della semplice-presenza, che si può dire che l'ente vi sarà ancora anche allora […]. L'Esserci, in quanto costituito dell'apertura, è essenzialmente nella verità. L'apertura è un modo di essere essenziale dell'Esserci. “C'è” verità solo perché e fin che l'Esserci è. L'ente è scoperto solo quando, e aperto solo fin che, in generale, l'Esserci è. Le leggi di Newton, il principio di non contraddizione, ogni verità in generale, sono veri solo fin che l'Esserci è. Prima che l'Esserci, in generale, fosse e dopo che l'Esserci, in generale, non sarà più, non c'era e non ci sarà verità alcuna, poiché la verità, in quanto apertura, scoprimento ed esser-scoperto non può essere senza che l'Esserci sia […]. Che ci siano delle “verità eterne” potrà essere concesso come dimostrato solo se sarà stata fornita la prova che l'Esserci era e sarà per tutta l'eternità. Finché questa prova non sarà stata fornita, continueremo a muoverci nel campo delle fantasticherie che non accrescono il loro credito per il fatto d'essere generalmente “credute” dai filosofi», Martin Heidegger,
Essere e tempo, op. cit.
11 Posto tutto quanto sin qui affermato = X, cosa
le conferisce il crisma della certezza e dell’incontrovertibilità, cosa la con-ferma (
A-letheíes a-tremès Êtor) contro l’assalto che concute il posto?
12 Per non eccedere il perimetro di questo nostro
excursus, non si è data fondazione né semplice accenno alla genealogia della differenza, nelle lingue storiche, tra significati (e significanti) che puntano a comuni ovvero eguali – almeno per l’immediata evidenza – referenti naturali, poiché nulla qui è stato ancora affermato circa il legame tra il contenuto della posizione identitaria principiale – l’etimo del semantema (la divergenza ebbene il segmento di relazione negativa lì e allora in essere tra il Mondo e tale miliarità eidetica nell’
istante proprio estroflessivo ovvero esordiale) –, e la storia del Linguaggio, la semantizzazione del Mondo, non ancora nulla essendo stato asserito circa la connessione tra lingue storiche e
Kulturen, Civiltà e
Kulturkreis. Pertanto, in notazione epilogale, ci limiteremo semplicemente ad alludere alla bicondizione tra l’irreversibilità, più sopra espressa, del Sentiero del Giorno, e l’impossibilità che l’istante si fermi per essere rimirato nella propria bellezza, arrestando la concatenazione discreta e sequenziale della contraddizione all’Originario o Teoria del Tetico in totalità. Tale perpetua teleologia ovvero escato-tropia destinale, cioè questa coimplicazione che coalesce l’irretrocedibile avanzare orientato verso il punto del proprio principale ossia prolettico compimento (∆T), con la successione discreta sicché da primordio preclusa alla continuità nella produzione della differenza (∆S), determina non solo, da un lato, l’impossibilità dell’identità tra gli etimi di un medesimo referente reale, non mai medesima essendo la conformazione del Mondo che involve l’Esserci nell’attimo creativo: non dandosi mai – ossia non dandosi a priori – configurazioni del mondo (
Weltanschauung) universali, cioè a dire
metastoriche, presso le quali l’Esserci di volta in volta si trova a dimorare e pensare, predicare e giudicare, non mai si danno realtà universali, tanto meno universali significati e significanti (ποταμῶι γὰρ οὐκ ἔστιν ἐμβῆναι δὶς τῶι αὐτῶι); bensì, dall’altro, sancisce lo stesso stratificarsi, secondo l’intrascendibile ordinarsi del Tempo, dei semantemi sopraggiunti, di modo che la diacronia semantica disponga l’etimo a pietra basale del sé (se in T
1 Sole = A, per quanto non possa escludersi con necessità il sopraggiungere di un Tempo, quindi di una configurazione del Mondo, in cui il contenuto identitario del Sole pergiunga persino a essere il contrario di A, A permarrà sempre inscritto e incontrovertibilmente nella
filogenesi eidetica del Sole). L’etimo, infatti, reca seco la sedimentazione storica di
tutti i significati sin lì espressi quindi esdotti al Giorno, e non già solamente dei
sêmata conosciuti dall’Esserci “etimogono”. Invero, l’Esserci è, in ogni istante, il
coincentro avanguardiale della Storia complessiva della significazione, integralmente conversa nel punto di ogni atto creativo, in ciascuna intuizione noetica e in tutti i giudizi dianoetici, poiché per quanto l’Esserci dimori, e costitutivamente o secondo essenza, nella rete di relazioni tra il solo suo proprio mondo e ogni significato lì e allora disponibile alla comprensione, ciascuno dei semantemi già in essere in quella particolare configurazione dell’orizzonte,
a propria vece, comporta nell’attualità afferrata del sé, direttamente o attraverso l’altro tutto, la propria completa filogenesi, l’eidogonia dell’essente determinato. Per tale intendimento di ragione, il Sole che filtra attraverso fitte foreste di frassini, non è il Sole che si dà abbacinante nell’aoristia della steppa, parimenti a come l’ombra che si raccoglie vicina e intima tra gli arbusti della macchia mediterranea, non sia l’ombra che lungi saetta al meriggio, scoccata dalle guglie di gotiche conifere. Ma, nondimeno, se pur il Sole messifero degli agricoltori neolitici non sia il Sole che illumina le vestigia delle prede nelle venagioni paleolitiche, non dobbiamo aprire alla possibilità che la storia del linguaggio, quindi
der Geschichte vom Dasein, ostenda l’ostativo
regressus in infinitum contro colui che ne ricercasse l’origine tanto dell’
Ursprache quanto del singolo protosemantema, l’autoctico ovvero il destinale, non dobbiamo altresì concedere al pensiero che indaga l’evoluzione storica dello ζῷον λόγον ἔχον il rifugio polifiletico. Così come, infatti, indicammo – sul piano logico – l’appartenenza dell’identità e della differenza del qualcosa alla struttura del Destino, concetti perciò stesso originari epperò trascendentalmente pre-disposti ante ogni significazione ulteriore quindi già direttamente derivata, allo stesso modo – sul piano fenomenologico – asseriamo ora la certa possibilità del regresso nella linea evolutiva dei semantemi, sino alle prime e financo alla prima significazione, il punto di arresto nel discreto, pur, qui, non potendola doviziosamente retrodistendere.