HEI: Il pensiero, detto semplicemente, è il pensiero dell’essere. Il genitivo vuol dire due cose. Il pensiero è dell’essere in quanto, fatto avvenire dall’essere, all’essere appartiene. Il pensiero è nello stesso tempo pensiero dell’essere in quanto, appartenendo all’essere, è all’ascolto dell’essere [...]. Ma l’essere – che cos’è l’essere? Esso «è» se stesso. Questo è quanto il pensiero futuro deve imparare a esperire e dire.
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Se il Pensiero appartenesse all’Essere, ma l’Essere non appartenesse con necessità al Pensiero, se ovvero l’Essere potesse – anche – essere senza essere pensato, l’Essere non sarebbe se stesso, non apparterrebbe a sé. An-identitario (
Bodenlosigkeit), non appartenentesi, non sarebbe ad-locato nell’essere (
Heimatlosigkeit), ebbene semplicemente non sarebbe (la stessa a-topia, intesa quale orizzonte del Topico, Tutto della posizione, pur deve conseguire suolo sicché
sêma).
Specularmente, se l’Essere appartenesse al Pensiero, ma il Pensiero non appartenesse con necessità all’Essere, il Pensiero semplicemente non sarebbe alcunché, e pertanto non potrebbe essere sé. Non-sussistendo il Pensiero, bicondizionalmente, non l’Essere-sé-in-generale potrebbe essere sé, e così, conseguendo, non alcun-essere-sé potrebbe essere sé, ebbene semplicemente esistere nell’inesistenza dell’Essere-sé-in-generale. Essere e Pensiero (Mondo e Io, Realtà e
Lógos, Sostanza e Identità, Esistenza ed Essenza
2)
sembrerebbero dunque co-implicarsi e co-appartenersi con necessità.
Se, pertanto, in coerenza a questa relazione di dipendenza reciproca che coalesce Pensiero-ed-Essere, il Pensiero fosse fatto avvenire all’essere-qualcosa dall’Essere stesso, ciò significherebbe che l’Essere-
stesso, non potendo essere
ante questa
donazione d’avvento al Pensiero, giacché si troverebbe nell'impossibilità di essere-stato-qualcosa
ante l’essere-stato-sé, avverrebbe all’essere-sé, dunque necessariamente all’essere-qualcosa,
contemporaneamente, ciò significherebbe ebbene che l’Essere stesso, donando sostanzialità al Pensiero, ricevesse –
allo stesso momento –, in contraccambio dal Pensiero medesimo co-sorgivo, l’elargizione dell’appartenenza a sé.
Pertanto: 1) se il Pensiero è dell’Essere in quanto da esso fatto avvenire all’essere-qualcosa, l’Essere stesso è del Pensiero in quanto da esso fatto vicendevolmente avvenire all’essere-sé; 2) Il Pensiero è, epperò pensa, e l’Essere è sé, sicché è.
Si tratterebbe, dunque, in ultima istanza, di stabilire
che cosa il Pensiero anzitutto pensi, ossia se pensi
essenzialmente il suo essere-qualcosa, oppure se pensi anzitutto e sempre il suo essere-sé, posto che l’Essere non può
decidere se essere qualcosa, oppure se essere sé. Ebbene, se il Pensiero fosse essenzialmente in “ascolto” dell’Essere, cioè se “abitasse” in-amovibilmente presso l’Essere – ma, per il Pensiero, “ascoltare” e “abitare” null’altro possono significare se non il pensare medesimo, ebbene, in tale ipotesi allocativa, il pensare dell’Essere –, ciò vorrebbe dire che –
essenzialmente – il Pensiero penserebbe il proprio essere qualcosa, e non invece il proprio essere sé. E, nondimeno, nel
pensare il proprio essere qualcosa,
a punto pensando qualcosa, il Pensiero non dimostra già, al contrario, la presupposizione del pensiero di sé?
Certamente,
e dunque il Pensiero anzitutto o per essenza – essendo nel pensare-qualcosa – già
si pensa. Pertanto, se il Pensiero dimora essenzialmente presso sé, il Pensiero appartiene davvero essenzialmente o autenticamente all’Essere? A prima vista non si potrà che rispondere altrettanto positivamente, giacché il Pensiero-di-sé è incontrovertibilmente qualcosa, precisamente essendo questa positività che così qui si avvista e conclama: se non fosse-qualcosa, non potrebbe né pensare-qualcosa, né pensar
si (nel niente del pensante, il soggetto del pensiero, parimenti il niente del pensato
3, l’oggetto del pensiero, così “esterno” come “interno”, cioè qui se stesso soggetto pensante-sé, ossia la propria soggettualità pensante-qualcosa, come oggetto).
Ma, se pensando il proprio essere, se, egualmente, pensando l’essere sé qualcosa, già il Pensiero dimostra il preporre a detto pensiero del proprio fondamento, l’onto
logia, l’Autopensamento, la
logologia, può questi essere e non pensare, può cioè, precisamente per quanto preaffermato circa la preminenza essenziale sua, essere e non anzitutto ovvero presuntivamente pensare sé pensante-sé come qualcosa-che-è? Patentemente no: se il Pensiero anzitutto pensasse l’esserci di qualcosa in generale, non potrebbe non già pre-pensare l’esserci di sé pensante il qualcosa in generale; ma, se il Pensiero anzitutto pensasse l’esserci di sé pensante il qualcosa, ovvero se anzitutto pensasse sé essere qualcosa pensante il qualcosa, e non il niente, non potrebbe non già pre-pensare se stesso, cioè a dire non potrebbe presupporre al pensiero del proprio essere il pensiero del proprio pensare, l’originario contenuto noumenico (
Nóesis noéseos).
Si osservi ora, simmetricamente, l’Essere. Si è posto che l’Essere non può essere senza essere sé, e che per essere sé – e dunque, ancora secondo coimplicazione sinolare, per essere qualcosa – deve attendere l’esserci del Pensiero, l’evento ebbene che ne sostiene l’unità o coerenza dell’identità, il proprio posizionamento altresì presso medesimezza ovvero la sua stessa positività, la solo propria impronta conferita: pensare, infatti, null’altro è se non anzitutto e preliminarmente sorreggere tanto l’identità del pensante in qualità di pensante questo pensato, quanto l’ipseità del pensato medesimo, l’ecceità ebbene il suo stesso essere. Invero, sia per poter pensare A in quanto A (predicazione essenziale), sia per poter pensare qualcosa di A (predicazione non essenziale), anzitutto e preliminarmente debbo pensare A, e non B, ossia debbo originariamente pensare la loro divergenza distintiva, che è, in primis, come posto nell’excursus circa l’identità dell’essente, la contraddistintività costitutiva tra A e non-A, tra A e il mondo che l’affermatività di A enantio-entifica. Bene, posto che: 1) A, per essere A, deve essere “noumeno”, “pensato”, “contenuto del pensiero”; 2) A non può essere-qualcosa senza essere A; 3) l’Essere stesso non può essere senza essere-sé; ci si chiede qui quale sia il fondamento ontologico del Pensiero, giacché parrebbe essere questi a conferire posizione identitaria e quindi, secondo l’evidenza del co-appartenersi di sostanza-e-forma, lo stesso fondamento ontologico; ci si chiede ossia, egualmente, se la necessità che vieta che A possa essere-qualcosa senza che sia come A, ad-volga anche il fondamento del Pensiero medesimo, cioè se sia possibile, per il Pensiero, pensare A come A senza che A – già – in qualche modo sia qualcosa, ci si domanda sicché se il pensiero di A in quanto A non possa essere la stessa entificazione – ex nihilo – di A. Se così fosse, infatti, il Pensiero potrebbe – e anzitutto ossia presuntivamente, in quanto ogni cosa con necessità è come sé – pensare sé senza che neppure se stesso sia – già – in qualche modo presente ante il pensiero di qualcosa, dimostrando così, con l’autoctisi del Pensiero-di-qualcosa, l’autoctisi dell’essere-stesso-del-Pensante-qualcosa, l’autopensamento preventivo ovvero l’autocausazione prolettica del proprio essere e del proprio essere sé, ebbene l’autofondamento abissale quale autentico fondamento aurorale così dell’identità come della sostanza dell’Essere-stesso conseguente, nonché, di retro ad esso, di ogni ulteriore sinolarità.
Pertanto, riprendendo ora l’apodissi oltre la digressione che pro-spicie l’autoctisi della Nóesis noéseos, se, da un lato, il Pensiero pensa anzitutto sé, e poi pensa l’essere-sé qualcosa – o, piuttosto, come appena in precedenza premesso, se nel Pensarsi pensante-qualcosa si ri-trova dipoi già in ante pro-cubito simultaneamente nell’esserci assieme all’essere del qualcosa-pensato (A), cioè a dire del sé Pensante-qualcosa (l’“A=A” originario) – mentre l’Essere, pensando anzitutto sé il Pensiero, in principio permane impensato epperò, impensato, non sé essendo, non, ancora, alcunché è; dall’altro, il Pensiero che pensa sé si ri-trova a essere-qualcosa, nonostante l’Essere-qualcosa in generale ancora non-sia.
Ebbene, per portarsi fuori da questa contraddizione è necessario: o che 1) l’Essere, nell’essere, si conferisca simultaneamente il pensiero – ad-propriativo – di sé; o che 2) il Pensiero, nel pensarsi Pensante-qualcosa, si conferisca simultaneamente l’essere o il fondamento del sé.
Ma, se ogni datità si riquadra nella co-appartenenza o sinolarità di seità (Daß-sein) e inseità (Was-sein), egualmente di essere (ovvero posizione dell’identità) e identità (ossia contenuto dell’identità), ex-clusivamente nell’Essere seità-e-in-seità co-incidono, immorsate (e coerentemente, l’inseità sua essendo Seità-in-sé), dunque l’Essere, uscendo dalla propria seità per trovare la propria inseità, epperò per pensarsi giacché Essere, e non altro, non potrà che trovare la stessa seità di qualcosa, sicché la medesima sua, perpetuamente riverberata, ebbene non potrà realmente uscire da sé, giacché l’uscita implica già differenza o iato tra presenza e ultra-presenza, sicché non potrà trovare neppure la sua stessa imperitura seità imposizionata.
Non ci resta dunque che ri-percorrere il Sentiero della Notte già proletticamente battuto e qui riconfermare l’autoctisi del Pensiero stesso, non ci resta ordunque, altresì, altra e differente alternativa se non ulteriormente affermare come l’ad-venimento dell’essere-qualcosa-in-generale sopraggiunga nell’atto-puntuale e nell’attimo-orizzontale dell’endo-ri-flessione del Pensiero, attraverso la di esso a-bissale omo-ex-sistente-si auto-e-nunciazione in qualità d’Ad-nunciazione, ebbene non ci rimane altro e memmanco meno atro cammino da compiere se non quello che conduce così alla pre-supposizione dell’Essere-stesso al Pensiero, come alla Pre-supposizionalità autocostitutiva del Pensiero stesso quale proprio modo d’essere (Wie-sein) aurorale sicché autentico. Presupposto alla presupposizionalità del Pensiero, al Pensiero ovvero alla Presupposizionalità-in-sé (Προ-μήθεια), l’Essere, quale posizione inseitale distinta, null’altro pertanto sarebbe se non l’originaria seità dell’inseità esordiale 4, cioè a dire la posizione (principialmente presupposizionale) della Presupposizionalità, conseguentemente dunque deuteriormente distaccatasi e ridotta a unità sinolare autonoma.
L’essere-qualcosa in generale sarebbe dunque un tributo e un’ammenda necessari che il Pensiero si troverebbe costretto a offrire per emendare la superbia (adikía) del proprio aver voluto essere sé? Certamente, ma non quest’obolo ontico del Pensiero è da pensarsi come elargito all’Essere stesso, bensì in quanto pro-offerta del Pensiero medesimo, il Meontico, tanto a sé elargente l’essere all’orizzonte di conquista dell’esser in fine qualcosa, quanto, secondo in esso accosto, all’Essere-del-qualcosa in generale, quanto, questi attraverso, all’esserci di ogni cosa. 5
1
M. Heidegger,
Lettera sull’“umanismo”, in
Segnavia, Adelphi, Milano 1987. Edizione originale:
Über den »Humanismus«, 1947,
Wegmarken, 1967.
2 Fenomeno e Noumeno,
Thêma e
Rhêma,
Signifiant e
Signifié, etc…
3 Al contrario, nel niente del Non-Io, il pensabile “esterno”, pur l’Io potrebbe pensarsi,
trans-locando dal Mondo, facendo di se stesso il Mondo. Nondimeno, “realtà”
ouk ek toû Kósmou, pur dovrebbe istanziare il proprio fondamento
en tô Kósmo, il
locus dell’atto trans-locativo.
4 L’avvenimento abissale-autoctico del Pensiero,
der Anfang, comporta, come per ogni categoria dell’
Én-ΔΙA
-phéron-eautô, l’immediata retrodeposizione del proprio fondamento (per il Pensiero, la Realtà pensata [l’oggettualità del Soggetto]; per il Non-essere, l’Essere [= l’essere-del-Non-essere]; per l’Alterità, l’identità [dell’Alterità] etc… ), nonché, certamente, della totalità del proprio orizzonte venturo d’adempimento: nascendo, partorisce così il suo stesso
antecessor concreto, come la propria stirpe steresica.
5 Quanto qui affermato circa la funzione attribuita al Pensiero nel conferimento dell’essere-sé, cioè a dire dell’identità, all’Essere, deve certamente essere (ri)compreso in coerenza a quanto espresso nell’
excursus B e successivamente ripreso nel distendimento dei predicamenti meontici (nonché, senz’altro, in accordo alla fondamentalogia [
Oίkisis] espressa in ΔΙΆ): il Pensiero – ovvero la Partizione (
Teilung, Krínō), il colpo – conferisce l’Identità autentica (A ≠ ⌐A), l’impronta, presso l’orizzonte già dischiuso della quale trova conseguente dimora lo stesso principio di coerenza ipseitale (A = A), fondato sull’originaria sicché sull’abissale differenza tra identità-della-Differenza e Differenza. Il Pensiero, quindi l’immediata divergenza tra Pensante-sé e sé-Pensato, ebbene la Divergenza-in-sé, avvenendo autocticamente, nel conferire a sé identità ed essere – trascendentalmente, nel conferirsi ossia l’orizzonte ultimo della loro conquista per contrarietà – altresì com-porta avvento – L-deuteriore – così all’Identità come all’Essere, quali posizioni a sé stanti, autonome, e dunque all’identità stessa dell’Essere-con-sé (nonché, del pari, alla medesima sostanza dell’Identità). Senza l’evento omniantecedente del Pensiero-in-Atto, pertanto, non vi sarebbe coalescenza conseguente alcuna nella reduplicazione del medesimo; senza l’evento – estremo tutto-retroafferrante l’avanzata catafatica della propria contraddittorietà – della Partizione-originaria, parimenti, non l’Essere sarebbe con-sé, e non presso altro.